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La storia di Annamaria. Da San Severo a Pontedazzo di Cantiano.

Premessa

17 gennaio 2016.
Oggi è una bella giornata, per me. Durante le feste natalizie una signora di San Severo mi ha contattato sulla pagina Facebook del mio libro “I treni della felicità”. La mamma era stata ospitata negli anni ’50 nelle Marche, ma ricordava solo il nome della donna che l’aveva ospitata e la frazione di un paese del pesarese. Persi i contatti con la famiglia ospitante, per tanti anni aveva cercato di ritrovarli, senza riuscirci. Mi hanno chiesto come fare e così come per altre due storie a lieto fine in cui mi sono adoperato, anche questa volta non ho resistito al desiderio di ‘investigare’.
Li ho trovati! Ho trovato la famiglia ospitante e ora al telefono si stanno parlando (dopo 65 anni): Annamaria ‘bambina’ di San Severo e Ornella ‘bambina’ di Pontedazzo di Cantiano (PU).
Grazie alla caparbietà della figlia di Annamaria – Stefania – e alla mia.

La storia

Il 23 marzo 1950 a San Severo uno sciopero diventa rivolta. A sedarla arriva l’esercito con i carri armati. Al termine degli scontri numerosi feriti e una vittima, un giovane lavoratore di 33 anni. Vengono arrestate 184 persone per ‘insurrezione armata’ contro i poteri dello Stato. Sono sottoposte a un lungo processo, durato due anni. Nell’aprile del 1952 gli imputati, nella grandissima maggioranza, verranno assolti e rilasciati.
Nel giorno della rivolta e nei successivi le famiglie dei militanti comunisti furono improvvisamente smembrate dalla retata che portò in carcere nella vicina Lucera moltissime coppie di genitori, lasciando soli e senza cura i bambini nelle case. Appena diffusa, con eco nazionale e internazionale, la notizia della rivolta e del conseguente arresto di massa, militanti del partito comunista, in particolare alcune donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) delle Marche, proposero di organizzare immediatamente una forma di ospitalità familiare per i bambini di San Severo, in attesa che i genitori rientrassero, liberi, nelle loro case. I bambini, un gruppo di circa 70, vennero quindi ospitati, quasi “adottati”, alcuni anche per tutta la durata del processo, da famiglie di lavoratori del centro-nord, in segno di solidarietà sociale e politica.

Il padre di Annamaria, Giuseppe Biagio Pescume, socialista, fu tra gli arrestati, trasferito nel carcere di Lucera. La madre, Italia Lagonigro, comunista, era riuscita però a evitare in qualche modo l’arresto. Avevano cinque figli. Annamaria, la più piccola in famiglia, fu scelta, dal comitato del partito comunista che organizzò il trasferimento dei bambini, per far parte del gruppo destinato a soggiornare, il tempo necessario, presso le famiglie marchigiane che si erano offerte di ospitarli.

Annamaria aveva 10 anni e partì con gli altri, dalla stazione di San Severo, in uno dei giorni di maggio 1950. Non aveva paura, dice, anzi, non vedeva l’ora di partire per affrontare qualcosa di nuovo e di bello. Non notò timore negli altri bambini o non ci fece caso. Guardava fuori dal finestrino e sognava di vivere una vita diversa.
A casa lavorava già da anni, perché la madre solo saltuariamente da bracciante, mentre il padre, dopo anni di bracciantato, era riuscito con qualche risparmio a comprare alcune capre che portava tutte le mattine al pascolo. Annamaria e la madre Italia facevano il resto: accudire alle capre quando il gregge rientrava, tenevano pulita la piccola stalla vicino casa. La mungitura invece toccava al padre. Non aveva giocattoli né avrebbe avuto il tempo di giocare, ma la mamma, con delle stoffe ripiegate in un modo suo particolare, le realizzava piccole pupe di pezza, con gli occhi il naso e la bocca disegnati col carboncino.

La madre Italia era una delle più impegnate donne comuniste del paese, una che al lavoro portava sempre un fazzoletto rosso annodato al collo e, invece dei tradizionali stornelli, cantava le canzoni comuniste più famose al tempo. Ricorda anche le litigate tra la madre fervente comunista e il padre più moderatamente socialista.

Quella mattina, alla stazione di San Severo, Annamaria era felice di partire, per la sua prima vacanza. Non aveva bagaglio e il vestitino era quello di sempre.
Arrivato nelle Marche il treno fece alcune fermate, e ad ogni fermata scendeva un gruppetto di bambini. Annamaria scese a Pesaro, dove ad attenderla c’erano tante persone. Tra queste, i coniugi Panico che si avvicinarono a lei e le chiesero se voleva andare con loro, nella loro casa, in campagna. Annamaria ricorda solo di averli immediatamente seguiti.
Arrivarono in un piccolo borgo, Pontedazzo di Cantiano, e raggiunsero una fattoria isolata su una collina che raggruppava più casoni intorno a una grande aia, c’erano mucche e altri animali da cortile.

Annamaria fu dapprima lavata, profumata e vestita con dei vestitini delle figlie dei Panico, Claudia e Ornella, la più grande delle due. I figli maschi avevano una loro camera e lei fu ospitata, con un letto tutto per lei, nella camera delle ragazze. Il capofamiglia, Ivo, era il maestro elementare della scuola di Cantiano, la moglie Elia Morena, lavorava nella fattoria. Erano tutti comunisti e prima ancora dell’arrivo di Annamaria, davano già ospitalità a una bambina siciliana che rimase molto più tempo di lei in quella famiglia.

Per la prima volta nella vita di Annamaria il tempo scorreva senza fatica. Nessuno le chiedeva di dare una mano nei lavori di campagna, né di aiutare in casa. I vestiti delle figlie di Ivo e Elia passavano, riadattati, alla nuova arrivata. Poteva giocare, correre libera, stare in compagnia dei bambini delle altre famiglie vicine di casa. Se a San Severo il pasto quotidiano era costituito da qualche patata e verdure selvatiche, qui a Pontedazzo si mangiava, pasta e carne, quella che al sud si vedeva solo per qualche festa importante o, saltuariamente, la domenica.

In quei pochi mesi estivi Annamaria amò quella famiglia, comunisti bonari che le fecero conoscere un’infanzia per lei sconosciuta, la trattarono come una figlia tra le figlie, la portavano in paese per le feste e la curarono con amore.
Altro che “comunisti che mangiavano i bambini”, come le aveva detto, di nascosto da sua madre, la nonna, cattolica e molto bigotta, che tentava di dissuaderla dal partire per questo viaggio ritenuto pericolosissimo e che, al contrario, per Annamaria, fu fin troppo breve e piacevole.       

Dopo tre mesi, infatti dovette tornare a casa. Fu prima avvisata dalla signora Elia: “Ora purtroppo ti vengono a prendere. Devi andare via”. Tra i pianti, si abbracciarono ed Elia le disse che l’avrebbe ricordata sempre e di stare tranquilla, perché la mamma la aspettava. Le preparò anche una valigia, rigonfia di vestitini e cose buone e la vestì come per la festa.
Annamaria con tristezza affrontò il viaggio di ritorno e a casa ritrovò, sconcertata, la stessa vita che pensava fosse cambiata.
Già pochi giorni dopo, infatti, per l’estrema necessità di una fonte di reddito (il padre era stato scarcerato il 26 luglio e la mamma trovava lavoro in campagna con difficoltà), i genitori l’affidarono a una famiglia altolocata del paese, che la tenne a servizio, dandole ospitalità e vitto oltre a un modesto stipendio.

In quella nuova casa Annamaria faceva tutto, puliva, rassettava, lavava a mano con energia i tanti panni che si accumulavano, portava a passeggio con la carrozzina i bambini piccoli. Ad ogni fine mese arrivava il padre che, ricevuto lo stipendio per il lavoro della figlioletta, che naturalmente non divise mai con lei, la salutava e tornava a casa. Ricorda anche la sua padrona prodigarsi per inocularle dubbi sulle idee politiche dei genitori. La famiglia che la ospitava e le dava lavoro era di compatta fede democristiana e tentarono spesso di parlarle convincendola che la “democrazia” era cosa migliore delle idee estremiste, comuniste o socialiste che fossero, dei suoi genitori. Ma le dimostrarono comunque, in seguito, di ricordarsi di lei, rimanendo poi in buonissimi rapporti di amicizia e rispetto.

Nella sua casa paterna rimase solo qualche fotografia del soggiorno marchigiano di Annamaria, incorniciata e appesa tra le foto di famiglia sul comò. Per qualche tempo dalle Marche arrivarono anche dei pacchi regalo indirizzati a lei, con vestitini e dolcetti. Continuò così per anni la sua faticosa vita di ‘governante’, senza che Annamaria potesse intravedere uno spiraglio di cambiamento. Al compimento del sedicesimo anno era ormai logorata e stanca e il suo desiderio era solo di dare una svolta alla sua vita.

La svolta arrivò e si chiamava Mario, Mario Recchia, e aveva 19 anni. Era muratore e fu un innamoramento veloce. Ad agosto Annamaria compì 16 anni e già a ottobre la fujtina col suo innamorato cambiò la sua vita. Si dedicò alla sua nuova famiglia e a soli 22 anni aveva due figlie ed era pronta a partire per la Svizzera, dove il marito, richiamato da un parente, aveva trovato lavoro presso una azienda di coltivazione di funghi.