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1 - Archivio Cultura di Base: ricerche sul campo 1974-1982, canti della Passione, canti polivocali, confraternite, coro, gargano, miserere, Passione, religiosità popolare, storia orale, Vico del gargano
Ci sono storie che non possono essere solo scritte, descritte, stampate, perché partono dalle voci, dai suoni, dai movimenti, da forze e spinte interiori profondamente umane ed emotive.
Bisogna esserci, stare con, sentire insieme.
E poi, magari, oltre la scrittura, realizzare un documentario per provare a condividerle.

Seguire, insieme ai confratelli, i canti della Passione a Vico del Gargano, è una delle esperienze più forti e sublimi che ho vissuto.
Ritornai a Vico del Gargano nell’aprile del 2014, dopo 36 anni dalla mia missione di ricerca antropologica sui cantori e i canti della Passione. Nel 1978 avevo 24 anni ed ero andato a Vico per loro, per ascoltare i loro canti e per registrarli su nastro magnetico. Era la Settimana Santa e giravo per i vicoli del paese col mio pesante registratore Uher.
Da una chiesa all’altra li avevo seguiti e ascoltati, affascinato dalle loro voci che sembravano provenire da un altro tempo e da un altro mondo.
Pochissimi, allora, fuori dal paese, conoscevano quest’antica tradizione musicale che vedeva protagoniste le Confraternite di Vico del Gargano. In quegli anni, per i pochi che se ne occupavano per ricerca e studio, quelli erano rituali di un mondo in declino, destinato a scomparire. Invece ancora oggi mantengono la loro forza mai interrotta, diventando simbolo d’identità da esportare oltre i confini del proprio paese e della propria terra.
Invitato dal Carpino Folk Festival a realizzare un documentario sul viaggio dei Cantori verso il Salento, tornai quindi a Vico portandomi dietro le fotografie e le registrazioni raccolte nel 1978. In piazza, il giorno della partenza, incontrai il gruppo dei 23 cantori scelti tra le 5 confraternite, che avrebbe rappresentato le Confraternite nella rassegna Canti di Passione. Mostrai loro le fotografie, i loro ritratti, alcuni si riconobbero, altri ritrovarono padri e maestri di canto.
Partii con loro, in compagnia del mio operatore Sergio Grillo. Un viaggio per conoscerli meglio e riprendere, forse, la mia ricerca interrotta.
Sul bus che attraversava la Puglia mi hanno raccontato la loro tradizione sonora, coralmente, come fanno quando innalzano al cielo le loro voci. E le loro voci ho miscelato, come nel documentario, nel montaggio che di seguito trascritto.
Il racconto nelle voci dei Cantori di Vico:
Chi ci osserva dall’esterno, mentre siamo in viaggio, ci vede forse come folklore, ma in realtà, secondo noi, non siamo solo ed esclusivamente folklore. Non andiamo ad esibirci, lontano da casa, per far ascoltare il nostro canto. Io penso che stiamo facendo qualcosa di più interessante: andiamo ad ascoltare quello che fanno gli altri per confrontarlo con quello che facciamo noi.
Coloro che ci hanno preceduto erano analfabeti, ma tenevano molto a questa tradizione. Erano poveri e allora dove potevano andare, se non in chiesa?
E ogni chiesa, ogni confraternita, nei primi anni del ‘900 aveva il suo nobile che, in quanto benestante, la sosteneva. La sacrestia si trasformava in ufficio di collocamento. Il nobile che conosceva i suoi paesani dalla bella voce li chiamava a lavorare per lui e così il lavoratore diventava confratello della confraternita protetta dal nobile.
Al nobile piaceva quella voce e se la accaparrava.
Il nostro canto corale in confraternita non è prettamente legato allo spartito musicale, tranne che per le funzioni dell’Agonia e del Settenario. Il nostro canto lo impariamo “a orecchio”, siamo legati all’ascolto e all’imparare dai vecchi, per poi riproporlo ai più giovani, per portare avanti queste nostre tradizioni. Io ho imparato… mi hanno imparato gli anziani. Con l’orecchio, devi sentire la voce degli anziani. Quando devi imparare a cantare, ci vuole prima orecchio, devi ascoltare chi la canta prima di te e poi mano mano… ripetere. Perché mica “si nasce imparato”!
Nessuno di noi è professionista, siamo tutti dilettanti. La nostra formazione non passa attraverso la musica scritta, ma vocalmente, è una lezione orale, non c’è scritto niente da nessuna parte. Devi essere un po’ ladro, ladro delle parti cantate. Alcuni erano gelosi delle parti che cantavano e tu se volevi impararle dovevi essere anche un po’ ladro, imparare a “rubarle”.
Tutti noi veniamo, di generazione in generazione, da una scuola. Quella di un frate cappuccino, Bernardino Mazzucco, che amava raccogliere intorno a sé una schola cantorum. Era un coro di 50 elementi che andava dai bambini di nove dieci anni ai vecchi di settanta. Lui ci ha formato dandoci modo di insegnare a quelli venuti dopo. Un altro maestro fu fra’ Eugenio Mangiacotti, organista e in ultimo padre Eligio Ciampi che voleva un futuro diverso rispetto alla competizione esistente tra le confraternite. Lui esprimeva il suo desiderio: “Vorrei vedervi un giorno, prima di lasciarvi, cantare tutti insieme. In voi c’è una potenzialità enorme, che è come chiusa in un forziere e cerca di uscire. Mettete da parte questa rivalità, mettiamoci insieme e mostriamo la nostra potenza”.
Prima le confraternite non cantavano mai insieme, infatti, nel periodo quaresimale.
Forse, qui a Vico, non esisterebbe il Venerdì Santo se non si crea quel clima di agonismo e competizione tra le varie confraternite. Il Venerdì Santo diventa il giorno in cui io devo farti vedere cosa so fare e tu rispondi allo stesso modo. È da questo che nasce il cambiamento: il canto melodico si trasforma in canto urlato.
Questa, che chiamiamo la “vecchia tradizione”, non era amata dalla chiesa. Abbiamo avuto dei sacerdoti che la volevano togliere perché, dicevano, che i cantori, durante le processioni si ubriacavano e continuavano a girare, fino a notte tarda, cantando a squarciagola l’”Evviva la Croce!”. Questa è una vecchia tradizione, chissà quanti anni ha, secoli, altro che anni. E volevano abolirla.
Venne un vescovo da Manfredonia che pensava di convincere il popolo a smetterla con questa tradizione. Invitò tutti a discuterne in chiesa. Il popolo è entrato, in chiesa, deciso… lo volevano abbastonare. Il vescovo, con le braccia sollevate, scappò gridando “Non metto lingua, fate come volete!” Provarono anche a rivolgersi ai carabinieri, perché nessuno cantasse al termine del giro, davanti all’ultima Croce. Ma prima cominciò uno, poi due, poi tutti. I carabinieri non sapevano che fare. Volete mettervi contro il popolo?! Non facevamo del male, è una vecchia tradizione. Lascia sfogare la gente!
***
Alla mia ultima domanda rivolta a tutti i confratelli – su quando cominciano a provare i canti della Passione-, risponde Ambrogio, regalandomi l’immagine più luminosa di questo viaggio: “Comincio il primo giorno di Quaresima e lo faccio sugli alberi, tra i rami delle piante, mentre sono al lavoro con gli altri. Sugli alberi canto il Miserere, le parti che mi vengono in mente.”
Al termine del tour del Salento, dopo aver riempito le chiese di Calimera e Castrignano de’ Greci delle loro voci, davanti a un pubblico di emozionati spettatori e fedeli, in un clima che Luigi Chiriatti (organizzatore del festival Canti di Passione) definisce “quasi onirico, metastorico”, il gruppo fa ritorno a Vico. Ora sono confratello onorario. Li ho ascoltati cantare, li ho ascoltati raccontare, in un viaggio non solo geografico, ma anche temporale, alla ricerca delle proprie radici profonde.
Grazie a tutti gli amici delle Confraternite vichesi e grazie in particolare a Vincenzo Azzarone, Domenico Del Giudice, Ambrogio Mastropaolo, Salvatore Zaffarano, Domenico Lombardi, Tommaso Pio Dell’Aquila, Matteo Cannarozzi De Grazia, Luigi Chiriatti.

Il documentario Ritorno a Vico