La storia di Liosha, uno dei “bambini di Černobyl'”

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Il racconto di Alice Folicaldi * (parte 1)

Non dimenticare l’ospitalità perché alcuni, praticandola,
hanno accolto angeli senza saperlo
” (San Paolo lett. Ebrei 13,2)

Avevo otto anni e frequentavo il centro ricreativo estivo, dove alcune famiglie portavano a giocare i bambini russi che ospitavano. Li chiamavano i bambini di Černobyl’, venivano dalla Bielorussia.
Era il 1997 e in quella estate diventai molto amica di Sasha (diminutivo di Aleksandr), un bambino di due anni più grande di me, ospite di una coppia che aveva un figlio della mia età che, ingelosito dall’accoglienza di Sasha, sembrava avere come unico scopo quello di infastidirlo ed essere aggressivo con lui. Questo atteggiamento mi indispettiva e mi avvicinava sempre più a Sasha. Trascorrevo più tempo con lui e cercavo di comunicare con lui a gesti, per giocarci insieme.
Ricordo i suoi capelli biondi, i suoi sandali e i suoi occhi azzurri profondi che osservavano tutto con uno stupore sorpreso. Non aveva giocattoli e quelli che erano in casa gli erano proibiti dal figlio della famiglia ospitante.
Credo sia nato da un piccolo gesto questo mio amore verso i bambini bielorussi.
Un giorno regalarono a tutti i bambini bielorussi un sacchetto di palloncini gonfiabili. Finalmente Sasha aveva qualcosa di suo, anche se ai miei occhi sembrava solo un piccolo regalo. A casa, di giocattoli, io, ne avevo tanti.
Ci ritrovammo soli nella sua cameretta, lui tutto contento che gonfiava i suoi palloncini, io che morivo dalla voglia di chiedergliene uno, ma dentro di me ripetevo Non è giusto, lui ha solo quelli. Il desiderio vinse e gliene chiesi uno. Mi aspettavo dicesse di no, invece aprì il sacchetto e me ne regalò la metà di quelli che aveva, superando la mia ritrosia.
Conservai quei palloncini per anni, senza utilizzarli, mi chiedevo come fosse possibile che, avendo solo quelli, fosse stato disposto a rinunciare alla metà di essi solo per giocare insieme con me e così diventarmi amico.
Da quel momento capii che quei bambini avevano qualcosa di speciale, trasmettevano amore in ogni gesto che compivano, e non mi staccai più da loro.

Sasha, un bambino educato e buono, che divorava qualsiasi cibo gli venisse proposto, guardandoti con quegli occhi così profondi ed intensi: tutto è cominciato da lui.
Ogni anno arrivavano bambini diversi, conobbi Natasha, dolce e malinconica, Dasha, vivace e intraprendente che pianse disperatamente il giorno del rientro in patria, Yura, biondo e bellissimo che imparò intere frasi in italiano dopo appena un mese, Serghej, un bambino silenzioso che canticchiava con me le canzoni che ascoltavo alla radio, Musja, una bambina sveglia e furba.
Ogni anno lo passavo nell’attesa di luglio e dell’arrivo dei bambini di Černobyl’.
Nel 2002 arrivarono i bambini di Buinichi, della provincia di Mogilëv, erano i più poveri tra quelli arrivati negli anni precedenti. In questo gruppo c’era Andrei, che diventò subito mio amico. Era un vulcano, ma estremamente bisognoso di affetto, orfano di madre e con il padre alcolizzato, come tanti in Bielorussia.
Rosa, la mia vicina di casa, quell’estate ospitò Natasha, una bimba graziosa e timidissima, che giocava volentieri con la figlioletta della coppia. Rosa e suo marito sono stati per me un esempio, un modello e la loro disponibilità nel tempo ad accogliere con amore i bambini russi mi ha portato poi a immergermi in questo progetto totalmente.
Arrivarono così, estate dopo estate, i bambini di Babrujsk, di Slavgorod. Alle loro spalle, spesso, lasciavano storie drammatiche e di violenza che, pian piano, crescendo, riuscivo sempre meglio a decifrare.
A sedici anni appena compiuti, nel gennaio 2006, presi il primo volo per Minsk. Sull’aereo accompagnavamo i bambini che rientravano dopo aver passato il Natale in Romagna. Ero finalmente un’accompagnatrice.

Tre anni più tardi, nel 2009, nel viaggio organizzato dalla Misericordia di Castel Bolognese, arrivò il mio primo ospite: Liosha (diminutivo di Alexei) e proprio con lui inizia davvero la mia avventura. Attesi con ansia ed emozione di sapere quale fosse il nome del bambino che avrei ospitato.
Arrivarono finalmente gli elenchi con i nomi dei bambini associati a chi li avrebbe ospitati: Alexei Matkov / Alice Folicaldi.
Alexei (Liosha): era lui il bambino assegnato a me.
Avviai il conto alla rovescia, ero impaziente di incrociare il suo sguardo e di poterlo abbracciare, ogni bambino che incrociavo per strada mi portava a pensare a lui, Alexei. Sarebbe potuto essere così? L’amavo già.
Il 27 giugno 2009, eravamo a Malpensa, aspettammo tre ore in aeroporto. Credo di non essere stata ferma neanche cinque minuti. Apparve la scritta Volo da Minsk: Atterrato. Ero emozionata, ferma davanti alle uscite, in prima fila: non dovevo perdermi nulla.
Uscirono in gruppo, li scrutai tutti, mi sforzavo di distinguere i loro nomi nelle piccole valige che avevano con sé e cercavo senza sosta di leggere Alexei; mi parve di vederlo, mi avvicinai e le accompagnatrici a voce alta lo chiamarono Liosha! E ci presentarono Ecco, Alice, Lui è Liosha, il tuo bambino! E a lui dissero, Lei è Alice, la tua mamma italiana.
I nostri sguardi si incrociarono, si fissarono, poi lui abbassò lo sguardo, lo salutai e lo abbracciai, era molto impaurito. Avevo il cuore in gola dall’emozione, finalmente era davanti a me, il mio Alexei, al quale avevo dedicato tanti pensieri, prima ancora di conoscerlo.
In pullman, rientrando a casa, le accompagnatrici mi illustrarono la triste situazione famigliare del mio bambino. Liosha e Masha, sua sorella, sono figli di due alcolizzati. I due bambini erano stati chiusi almeno due anni in una cantina, con poco cibo e spesso picchiati. Molte volte era la nonna, nei momenti di sobrietà, che si occupava di sfamarli, quando non veniva, a sua volta, picchiata dalla figlia. Quando i genitori dei piccoli si separarono, il padre prese Liosha e la madre prese Masha. Dopo un anno la casa della madre finì distrutta in un incendio provocato da una sigaretta che la madre, ubriaca, aveva lasciato cadere sul pavimento di legno. I bambini furono salvati dai vigili del fuoco e portati in due orfanotrofi diversi: erano evidentemente denutriti e maltrattati. Si ritrovarono dopo due anni, quando una signora, per ottenere il sussidio statale, li accolse a casa sua. Loro furono molto felici, pensavano di avere trovato una famiglia che li amasse, ma ben presto impararono che la realtà non era così.
Mi venne la pelle d’oca ad ascoltare quella storia così crudele, avrei voluto correre dal mio Liosha e abbracciarlo talmente forte da fargli cancellare ogni suo dolore.
A Castel Bolognese ci era venuta a prendere mia madre e così, dopo i saluti, io e Liosha arrivammo a casa, a Lugo.
Ero felice, ma lui non sorrideva, rispondeva a fatica alle mie domande. Gli feci visitare la mia casa, lo portai al suo letto. A tavola, mangiando, ringraziava e abbassava lo sguardo. Poi gli proposi la doccia, ma fu l’unico suo No, senza parole, scuotendo la testa. Lo accontentai, ci avremmo pensato la mattina successiva.
Quella notte rimasi accanto al suo letto, guardandolo mentre dormiva: era un cucciolino con una storia terrificante e io ero emozionata all’idea di potergli dare un po’ di serenità.

(1. segue)

* Grazie ad Alice Folicaldi per aver messo a mia disposizione scritti e informazioni sulla sua lunga esperienza di accompagnatrice ed ospite dei bambini di Černobyl’. Su questa sua lunga esperienza di vita ha focalizzato la sua tesi universitaria, intitolata Gli aerei della felicità. I bambini bielorussi e l’ospitalità. 30 anni dal disastro di Černobyl’.