I “bracciantini” (1949, Firenze accoglie i figli dei braccianti emiliani)

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I “bracciantini”

FIRENZE, luglio

Il 6 luglio, nel primo pomeriggio, la sede provinciale dell’UDI fiorentina si mostra insolitamente animata. Alle finestre le bandiere nazionali, all’ingresso e all’interno molti gruppi di donne.
Queste donne, che hanno lasciato – si capisce dai loro discorsi – la casa o la fabbrica, e qualcuna l’ufficio, aspettano un torpedone: un torpedone di cinquanta bambini, figli dei braccianti emiliani protagonisti dell’ultimo sciopero della loro categoria. I circoli dell’UDI li ospiteranno per un mese a Firenze.

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Ogni volta che all’inizio di Via dei Servi appare un torpedone, l’animazione delle donne cresce. «Eccoli, sono loro». I fotografi preparano le macchine. Ma tre torpedoni son passati indifferenti, carichi di turisti sonnacchiosi.
Intanto io mi aggiro fra le donne, ad ascoltare e a domandare. Voglio conoscere le condizioni di queste donne e del loro ambiente. L’inchiesta è facile. È bastato lanciare una domanda che le risposte son venute ordinate. I bambini dei braccianti vivranno il loro mese di vacanza fiorentina in una famiglia del nostro popolo, contadina, operaia o artigiana. Avranno una casa piccola, con poche comodità, con altri bambini; ma una casa con molto affetto, dove ci si preoccupa già di «rimandarli via ingrassati», con tanti vestiti che i figliuoli più grandi hanno smesso. «Per noi non è niente», mi dice una donna dell’Antella. «Il nostro circolo prende un bimbo: io lo tengo a dormire, ma ce ne occupiamo tutti. Siamo braccianti anche noi; lo scorso anno sostenemmo uno sciopero di quarantacinque giorni. Lo sappiamo bene cosa vuol dire uscire da uno sciopero».

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I «bracciantini» sono arrivati. Vengono avanti in fila, cercando la simpatia con gli occhi smarriti. Qualcuno li prende per mano, sorride loro e li accarezza. Ora son tutti nel salone dell’UDI. Le donne li guardano: visini abbronzati e sudati, vestiti scuri come li portano anche i contadini delle nostre più remote campagne toscane.
Una biondina – Velindes Chiodi di sei anni – ha tolto da un fagottino, che la mamma le ha dato prima di partire, pane e salame, e mangia tranquilla. Mi dice che ha un fratellino più grande, a casa: lavora nei campi col babbo. Una brunetta con gli occhi birichini mi sta guardando, assai tentata a raccontarmi qualcosa. È la cuginetta di Velindes, Maria Chiodi, che – m’ha detto con orgoglio – finisce nove anni in agosto. Ha due fratelli più piccoli, a casa. «Che facevi a casa?», le domando. «I fatti», risponde. Io non capisco. Mi viene in aiuto un bambino: «Faceva le faccende, con la sua mamma». Adesso capisco: i fratellini richiedono che Maria sia grande a nove anni; così succede nelle famiglie povere italiane.
Un bimbo, Filiberto Neri di dieci anni, ha due fratelli più grandi a casa: tutti lavorano nei campi col babbo. Un altro, Renzo Tognoli, mi dice che la sua mamma è stata arrestata durante lo sciopero. Renzo viene affidato al circolo del rione fiorentino di S. Maria Novella. Otto bimbi andranno alle colonie marine di Pesaro per conto delle Officine Galileo.
Le donne si sono allontanate coi loro ospiti per mano, facendo complimenti materni ad alta voce, con le simpatiche espressioni che le popolane fiorentini hanno per i loro figliuoli.
Nella sala son restate le bottigliette vuote delle bibite, e un giornalista ritardatario. È restato anche un bambino, che verranno a prendere più tardi, com’è stato avvertito per telefono. Una dirigente dell’UDI provinciale gli si avvicina e gli domanda il nome. Ma il nome, detto a bassa voce, con accento stretto, non si capisce. Lo si fa ripetere, e non si capisce. «Quanti anni hai?», domando. «Dieci». «Allora scrivi qui il tuo nome». «Non so scrivere. Non sono mai stato a scuola».

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A Firenze v’hanno chiamato «bracciantini». E non solo perché i vostri padri sono i braccianti della bassa emiliana, che hanno fatto preoccupare il governo col loro sciopero tenace. «Bracciantini», perché lavorate già, e lavorano i vostri fratelli, a continuare la tradizione di servitù e di miseria e di sacrificio schiavistico delle vostre famiglie. Nella vostra giornata di bambini non c’è tempo per i giuochi e per la scuola. Sembra che la società abbia già destinato il vostro avvenire, e vi educhi fin da ora a sopportarlo. Ma noi non crediamo al destino: crediamo nel lavoro giusto e nei diritti dell’uomo. E la solidarietà che dimostriamo oggi ai vostri padri coraggiosi, è una mano tesa per il vostro domani. Perché la lotta dei braccianti emiliani è la nostra stessa lotta, per una società nuova di uomini uguali.

Mara Baldi

(Fonte: “Noi donne”, a. IV, n. 31, 31 luglio 1949 – Archivio storico on line)

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