“C’ero anch’io su quel treno”. Il nuovo libro di Giovanni Rinaldi

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Siamo costantemente alla ricerca di una vita migliore, sulla scia dei nostri desideri, per provare a cambiare la nostra condizione quando la riteniamo insopportabile. Questo riguarda gli adulti, ma riguarda anche e soprattutto i bambini, che più degli adulti conservano cicatrici e memoria del bene e del male che viene fatto loro. Rimane, spesso insoddisfatta, la tensione tra il restare e il partire.”

Nelle librerie dal 23 settembre 2021 il nuovo libro di Giovanni Rinaldi
C’ero anch’io su quel treno
La vera storia dei bambini che unirono l’Italia

Solferino, Milano 2021
“Saggi”, pp. 320, € 17,50 (EAN 9788828206569)

«I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c’era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. Bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro.» Così scrisse Teresa Noce, dirigente dell’Udi, Unione donne italiane, che fu l’anima del grande sforzo collettivo avviato all’indomani della Seconda guerra mondiale per salvare i piccoli del Sud condannati dalla povertà. Li accolsero famiglie del Centro-Nord, spesso a loro volta povere ma disposte a ospitarli per qualche mese e dividere quel che c’era. Un’incredibile espressione di solidarietà che richiese un intenso lavoro logistico, con il coinvolgimento di medici e insegnanti. E che non fu priva di ostacoli, tra cui la diffidenza della Chiesa timorosa dell’indottrinamento filosovietico, con qualche parroco che avvertiva: «Se andate in Romagna i bimbi li ammazzano, se li mangiano al forno».
Giovanni Rinaldi raccoglie queste storie da oltre vent’anni: partendo dalla sua terra, il Tavoliere delle Puglie, ha viaggiato in ogni regione d’Italia parlando con tanti ex bambini dei «treni della felicità». Franco che non aveva mai dormito in un letto pulito. Severino che non era mai andato in vacanza al mare. Dante che non sapeva cosa fosse una brioche. Rosanna che non voleva più togliere l’abito verde ricevuto in regalo, il primo con cui si sentiva bella. Con le loro voci e un’accurata ricostruzione storica disegna un mosaico di testimonianze di prima mano, divertenti e commoventi: il ritratto di un’Italia popolare eppure profondamente nobile.

C’ero anch’io su quel treno In tutte le librerie dal 23 settembre 2021

C’ero anch’io su quel treno. Giovanni Rinaldi intervistato da Serena Bortone (Oggi è un altro giorno – RAIUNO 25 ottobre 2021)

RECENSIONI

“l’Attacco”, 24 settembre 2021
Non solo San Severo, il grande affresco di un’Italia popolare eppure nobile

“C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia”. Dodici anni dopo “I treni della felicità”, il nuovo lavoro di Giovanni Rinaldi. Un racconto che viene da lontano
di BENIAMINO PASCALE

Sono passati dodici anni, dall’uscita de I treni della felicità, di Giovanni Rinaldi con la prefazione di Miriam Mafai. “Treni che salvarono decine di migliaia di bambini e bambine meridionali da un destino di fame, ma­lattia, prostituzione, partirono, nei due inverni dell’immediato dopoguerra, da Napoli, da Cassino, da Roma per arrivare dopo una lunga not­te di viaggio a Modena, a Reggio Emilia, a Bo­logna, dove i bambini erano attesi e presi in con­segna da nuove famiglie disposte a sfamarli e curarli. L’iniziativa era nata a Milano, dalla fan­tasia e dalla passione di Teresa Noce, una diri­gente comunista che dopo aver combattuto in Spagna con le Brigate internazionali ed essere stata internata dai nazisti nel campo di Raven­sbrük, era riuscita, subito dopo la Liberazione, a rientrare in Italia”.

La storia che racconta in quel libro, ormai intro­vabile, di Giovanni Rinaldi è in qualche modo il seguito di quella iniziativa di solidarietà. Rinaldi inizia la narrazione, nella primavera del 1950, a San Severo, “paese di braccianti affamati e di­sperati, senza terra e senza lavoro, come tanti altri paesi della zona, da Minervino a Gravina da Andria ad Altamura”, ha scritto Miriam Mafai. Li­bro diventato anche un film-documentario, Pa­sta nera, per la regia di Alessandro Piva.
Que­sto secondo volume (Solferino, 320 pagine), corposo, ma che si legge molto bene, commuovente, ricco di documenti storici e testimonianze, continua la storia vera di quei bambini, oggi ottantenni o giù di lì, che è uscito ieri ed è già richiesto da tanti lettori. C’ero anch’io su quel treno. La vera sto­ria dei bambini che unirono l’Italia, riprende quei viaggi e continua, in chiave diverse, con tante novità, quella storia affascinante e ricca di solidarietà che torna ad essere tanto attuale, con la vicenda di tanti bambini che attraversano il Mediterraneo o seguono la “rotta Balcanica” partiti dall’Afghanistan. Ma si è ancora in Italia, nell’immediato dopoguerra. “I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e fred­do e non c’era carbone. I casi pietosi erano mol­ti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza len­zuola e senza coperte. Bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro”, così scrisse Teresa Noce, dirigente dell’Udi, Unione donne italiane, che fu l’anima del grande sforzo collettivo av­viato all’indomani della Seconda guerra mon­diale per salvare i piccoli del Sud condannati dalla povertà.

“Li accolsero famiglie del Centro-Nord, spesso a loro volta povere ma disposte a ospitarli per qualche mese e dividere quel che c’era — ha evi­denziato a l’Attacco, Giovanni Rinaldi – Un’in­credibile espressione di solidarietà che richiese un intenso lavoro logistico, con il coinvolgimento di medici e insegnanti. E che non fu priva di ostacoli, tra cui la diffidenza della Chiesa timorosa dell’indottrinamento filo-sovietico, con qualche parroco che avvertiva: `Se andate in Romagna i bimbi li ammazzano, se li mangiano al forno’. Ho raccolto queste storie da oltre vent’anni: partendo dalla mia terra, il Tavoliere delle Pugile, ho viaggiato in ogni regione d’Italia parlando con tanti ex bambini dei ‘treni della felicità’. Franco che non aveva mai dormito in un letto pulito. Severino che non era mai andato in vacanza al mare. Dante che non sapeva cosa fosse una brioche. Rosanna che non voleva più togliere l’abito verde ricevuto in regalo, il primo con cui si sentiva bella”. Con le loro voci e un’accurata ricostruzione storica ha disegnato un mosaico di testimonianze di prima mano, divertenti e commoventi: il ritratto di un’Italia popolare eppure profondamente nobile. “Nel nuovo libro c’è anche il vecchio, per così dire. Dopo 12 anni dalla sua uscita ho riscritto in chiave diversa queste storie, aggiungendo tanti elementi di novità derivati dalle ricerche ulteriori da me fatte e dai documenti inediti in possesso di ‘quei’ bambini o dei loro parenti — ha ripreso Rinaldi —. Rispetto alla prima esperienza, – in cui ero stato io a cercare ‘quei bambini’, questa volta sono stati loro a cercare me (c’è ancora l’onda lunga de l treni della felicità, grazie alle scuole) per mettersi in contatto con le famiglie che li hanno ospitati con tanto amore. Non si è trattato solo di raccontare ma ho svolto quasi un’attività di psicologo, nel senso che è servita a riallacciare legami che s’erano, spezzati. Ad esemplo, invece, Severino Cannelonga non ha mai perso i contatti con la famiglia che ha ospitato lui e i sui fratelli e sorelle”. Giovanni Rinaldi è uno scrittore che è stato coinvolto emotivamente da quelle storie che ha raccontato e nel leggere il libro, questo sentimento si percepisce, considerando che molti sono viventi, seppur anziani, altri sono morti o non riescono a ricordare il passato. “Il libro, fresco di stampa, arriva fino a giorni nostri e rimarca il senso della memoria che ha conservato un sentimento d’affetto che non s’è mai sopito — ha specificato lo scrittore/ricercatore Oggi, invece, questo sentimento dovrebbe farci riflettere. Un’opera di ricerca storica che è diventata anche un legame affettivo tra me e queste persone che mi son venute a cercare per ritrovare quel legame conservato in un angolo del cuore”. Su tratta di circa trenta storie vere, raccontate in modo diverso, seppur come narrazione che mette al centro l’incontro tra costoro. “Sono storie vere, da me verificate e documentate — ha concluso Rinaldi — come quella del sig. Aldo Di Vicino, da Napoli, che nel momento in cui stavamo per ristabilire il con-tatto con le famiglie di Imperia che l’avevano ospitato da bimbo è venuto a mancare”.

***

“Avvenire”, 5 ottobre 2021
Quei treni della solidarietà capaci di riunificare l’Italia
di DORELLA CIANCI

Erano le vittime inconsce della guerra: i bambini del Sud, orfani o rimasti senza sostentamento che grazie a un vasto sistema di accoglienza vennero accolti da famiglie, soprattutto rurali, del Centro-Nord, fra il 1945 e i primi anni Cinquanta. Un libro di Rinaldi racconta quelle storie di umanità e di rinascita

Era il lontanissimo 1947 quando Aldo salì su un treno, uno di quelli che chiamavano ‘I treni della felicità’. Stava andando presso una famiglia di liguri per entrare a far parte di quei ‘salvati’ che ogni tanto la storia riserva, rispetto alle centinaia di migliaia di bambini ‘sommersi’ del difficile secolo breve, che ha lasciato i suoi tentacoli di povertà anche nel nuovo millennio. Leggere il ricco libro dello storico Giovanni Rinaldi, C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia, edito, in questi giorni, da Solferino (pagine 320, euro 17,50), è un percorso non solo commovente, ma un modo di mettere in fila tante vite e assaporarle autenticamente attraverso i testimoni da lui ascoltati. Come ha scritto la Premio Nobel Svjatlana Alecksievic, «il testimone è infatti il primo eroe della letteratura» e, in questo libro, di eroi ce ne son molti: tanti ex bambini, che in parte son stati anche raccontanti, grazie a Rinaldi, nell’intenso documentario Rai La capa gira di Alessandro Piva. Iniziamo da qui. 

Mentre l’Italia veniva fuori dalle macerie del Dopoguerra, c’erano zone che si riprendevano molto più lentamente e le famiglie faticavano a mantenere i loro bambini. Fra queste, c’erano alcune aree del Tavoliere, nel foggiano, sulle quali aleggiavano orgogliosamente i diritti e la giustizia sociale nel nome di Peppino Di Vittorio, quel leader carismatico di una Cerignola d’altri tempi, mai più ritrovati. Si comprese che bisognava far qualcosa per quella situazione e per quelle zone in difficoltà e molte famiglie italiane del Centro-Nord mostrarono spirito di solidarietà e accoglienza, che è (o perlomeno era) tutto italiano. Diciamolo pure: in quel frangente della storia, l’Italia seppe essere un popolo di alto valore etico. ‘I treni della felicità’ erano carichi di voglia di futuro di un popolo stanco, ma fiero, che veniva fuori con le ossa rotte dal ventennio fascista, dai bombardamenti, dalla povertà estrema delle classi contadine e bracciantili.

L’Italia popolare, avvertendo quell’esigenza di futuro per molti bambini, decise di sostituirsi alle istituzioni nel nome di un principio solidaristico di gestione collettiva della cosa pubblica. E da dove ripartire se non dal benessere fisico e morale dei bambini, che poi avrebbero rimesso in piedi la nazione?

Rinaldi racconta, con delicatezza e senso della Storia, anche di Maria Guerra, responsabile femminile, tra il ’45 e il ’47, della federazione del Pci a Modena. In un suo intervento pubblico, negli anni ’70, riportato poi nel libro Cari bambini, raccontò delle famiglie ospitanti di Modena e Carpi e raccontò anche la sua esperienza, dicendo: «La mobilitazione popolare di solidarietà verso l’infanzia ottenne grandi risultati: ma quei grandi risultati non caddero spontaneamente dal cielo. L’assistenza ai bambini costò un grande lavoro […] prevalentemente d’ordine culturale. Ricordo che i bimbi si meravigliavano di fare il bagno nella tinozza, di avere lenzuola pulite e di andare a lezione ogni giorno». E ancora… Quando si partiva da San Nicandro Garganico e si arrivava a Ravenna una delle prime cose che i bambini notavano era la colazione. Possibile mai che al mattino quella vice mamma faceva trovare la brioche per tutti?

Perfino Di Vittorio, in un comizio cerignolano, aveva detto, un po’ ironicamente, che esisteva un diritto al caffè e latte al mattino, per tutti, e non solo per i ricchi. E quei bambini, scendendo dai treni, avevano gustato profumi, che avrebbero poi ricordato, con gratitudine, per tutta la vita. Non era la semplice brioche, ma l’impressione di potercela fare, di vivere una favola fatta anche di un mare visto per la prima volta, come nel caso di Erminia. Quel che raccontavano i bambini venuti dal Sud era una lezione sociologica e geografica, che intesseva un rapporto scambievole fra i piccoli e le famiglie ospitanti. Erano due mondi che si incontravano per iniziare a costruire quel Paese che doveva autenticamente unificarsi.

***

“Giovanna Patrizia Brunitto – Blog”
C’ero anch’io su quel treno di Giovanni Rinaldi

di GIOVANNA BRUNITTO

La guerra. Quella vera. Quella che porta la morte, la fame, la disperazione. Quella che lascia annichiliti, annientati. La seconda guerra mondiale che ha devastato l’Europa è stato questo. E nonostante la nostra percezione sembri relegare questo evento lontano nella storia, i fatti risalgono a circa 70 anni fa. Tante persone che l’hanno vissuta sulla proprio pelle sono oggi nostri nonni e a saperli ascoltare avrebbero tanto da raccontare.

Giovanni Rinaldi l’ha fatto. Ha iniziato venti anni fa a porgere orecchio e attenzione alle persone, proprio in un tempo dove l’interesse di tutti iniziava a essere calamitato sugli schermi dei cellulari piuttosto che sulle facce della gente.
Con la tempra e il talento dello storico, ha ricostruito tassello dopo tassello la vicenda dei “treni della felicità”, un movimento sociale che ha percorso tutta la nostra penisola. Partito dall’idea di Teresa Noce a Milano e poi presa in prestito dalla donne dell’UDI, Unione Donne italiane, si diffonde in tutta Italia. I bambini delle zone più martoriate dalla guerra o dalla grave crisi economica e sociale che ne è derivata partono e sono ospitati da famiglie “accoglienti” che per qualche tempo riescono a dare loro un tetto caldo, da mangiare in maniera costante e anche istruzione dove possibile.

Il partito Comunista, anzi per dirla meglio, le DONNE del Partito si spesero in un’impresa che anche vista con gli occhi odierni ha del portento, vi lascio immaginare cosa sia potuto essere nell’immediato dopoguerra. Eppure ci sono riuscite e questa impresa ha dato una visione di futuro a migliaia di bambini che speranze ne avevano conosciute veramente poche. La smobilitazione del nostro paese è passata anche attraverso questa impresa e credo sia cosa non da poco.
Poi trascorsi pochi anni dal 1945 e con l’inizio di sembianze di normalità per l’Italia, dei “treni dei bambini” non si parlò più. La polvere iniziò a coprire i pudori di chi fu accolto e strappato dalla miseria e di coloro che accolsero con solidarietà e spirito di fratellanza. Il tempo fece il resto.

La caparbietà di Giovanni unita alla pazienza di tessere insieme notizie, testimonianze sparse, lavori e ricerche solitarie ha fatto sì che persone che avevano vissuto questa esperienza potessero ritrovarsi, ringraziarsi e ancora una volta abbracciarsi.
Le loro testimonianze sono parte della storia del nostro paese e nel libro troverete voci e racconti di vita emozionanti e teneri, feroci e intensi.

È da leggere il libro di Giovanni per tanti motivi, ma soprattutto perché apre una finestra su persone che fecero del bene ad altri semplicemente perché era giusto farlo e perché credevano in un ideale che sentivano parte fondante della loro vita che era quello della “comunità aperta che condivide tutto, dove ciascuno può essere e dare il meglio per il bene comune“.
È un’utopia?
Forse. Eppure leggendo il libro di Giovanni si comprende che tutto ciò, senza grande rumore, è già avvenuto.
E se è già successo, accadrà di nuovo e accade anche oggi. In silenzio migliaia di persone fanno del bene agli altri, ospitano, danno lavoro o semplicemente offrono sorrisi e ascolto. Solidarietà e unione tra persone non sono utopie, sono modi di essere.

Buona lettura, anzi buona immersione nella bella Italia che Giovanni Rinaldi ha saputo scoprire e descrivere. Un saggio, il suo, più bello e emozionante di un romanzo, la realtà più sorprendente di qualsiasi fiction.

Qui a questo link potete rivedere l’incontro con l’autore del 30 Settembre 2021. Non ve lo perdete, Giovanni è anche un grande conversatore.