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angelo e demonio, cantata dei mesi, cultura contadina, mascherate, masseria, pastore, pastorizia, pulcinella, storia orale
Il racconto di Michele Cicchetti
Sono stato contadino, lavoravo la terra, ma ho fatto anche il fornaio, il carrettiere, il giardiniere, l’ortolano. Il mio primo lavoro però è stato il pastore.
Avevo sei anni e mia madre, sola dopo la morte di mio padre, manteneva cinque figli. In quegli anni, agli inizi degli anni ’20, non c’erano le assistenze che ci sono oggi. A quel tempo non ti assisteva nessuno. E quindi io a sei anni non sono potuto andare a scuola, perché mia madre mi ha mandato a guardare gli agnelli, a pascolare gli agnelli e le pecore. A sei anni facevo il pastore.
A me non è mai piaciuto fare il pastore, ma non sapevo fare altro e dovevo fare quello.
Lavoravo notte e giorno, senza salario; senza salario e facevo lo schiavo! I capi mi comandavano, Vai qua, vai là, vai a prendere l’acqua, pulisci, ramazza la masseria. E per dormire, la notte, alla stagione, in estate, ci riparavamo sotto un piccolo pagliarello. Ogni pastore aveva il suo pagliarello. La mattina lo smontavo e lo rimontavo in un altro pascolo dove portavo le pecore. Ci chiudevamo sotto il pagliarello con una rete per difenderci dai lupi, che di notte potevano scannarti.

All’età di dodici anni, un giorno, mentre pascolavo le pecore, poco lontano c’era un contadino che arava la terra, con un vomero. Io lo guardavo, mi piaceva quel lavoro e gli feci cenno che volevo arare pure io. Mi chiamò vicino a lui e, mentre aravamo insieme, dalla terra emerse uno spuntone. Cos’era? Un osso. Cominciammo a scavare. C’era un morto, là sotto, un uomo grande. Io presi una delle ossa più grandi e ne ricavai un flauto. Quell’osso era cavo dentro e così, in pochi giorni ne ricavai un flauto, con una bacchetta l’ho ripulito, c’ho lavorato parecchio. Ero contento di quel mio lavoretto, avevo uno strumento musicale.
Ma non riuscivo a farlo suonare. Ci provavo e riprovavo, ma non suonava.
Una notte, mentre dormivo, mi sono sentito tirare uno schiaffone in faccia! Mi svegliai di soprassalto, terrorizzato. Sentii un vero schiaffo in faccia e capii subito che il motivo era aver preso quell’osso. La mattina corsi a rimetterlo sotto terra, nello stesso punto dove lo avevamo trovato. Per parecchi giorni sentii male sulla guancia. Non ho mai più suonato, fino a quando, da adulto non mi sono comprato un organetto.
I pastori, quelli più grandi di me, facevano i massari, erano più liberi e facevano anche dei lavoretti in legno per passare il tempo. Io li osservavo attentamente e verso i quattordici anni cominciai anche io a intagliare il legno, a fare delle forme, delle statuette. Il pastore pascola gli animali e quando il gregge si ferma a mangiare può dedicarsi a questi passatempi. Così, un pochettino al giorno, mettevo un pezzo di legno nel tascapane e lo lavoravo, appena potevo, seduto su una pietra. Così il tempo passava. Ci mettevo anche quindici giorni per finire questi lavori. Ma poi quando sono diventato più grande, e dovevo arare, zappare con la zappa, non sono più riuscito a fare questi lavoretti.



Facevamo queste cose per allegria, per essere felici.
E cominciai così a crescere, a far grande, sempre lavorando con gli animali. Poi mi chiamarono sotto le armi, ho fatto il soldato e quando sono ritornato a casa non ho più voluto fare il pastore e mi sono messo a fare altri lavori. Poi mi sono ammogliato.
All’età di circa trent’anni, nel dopoguerra, alla fine della giornata di lavoro, dopo il tramonto, braccianti e contadini andavano da una masseria all’altra per incontrare amici o conoscenti con cui passare le serate. E si cantava, si ballava, si raccontavano storie antiche.
Eravamo stanchi ma volevamo divertirci, eravamo giovani.
D’inverno, invece, si stava in paese e per carnevale si facevano delle maschere, le mascherate, una specie di teatro. Giravamo per tutto il paese, recitavamo in strada, dove c’era spazio, agli angoli, al piano, alla piazzetta e ci accompagnava il suonatore con la fisarmonica. Io ne facevo una, di maschera: Io so’ Gennaio e so’ il primo di dodici figli! dicevo. Eravamo in dodici, dodici persone che recitavano questa “maschera”, la Cantata dei Mesi. Ognuno rappresentava un mese, col suo vestito, le sue parole in versi e in rima, con gli attrezzi di lavoro della campagna. A turno, dal cerchio che facevamo, ognuno di noi si faceva avanti e si presentava. Non mancava mai Pulcinella, che correva tutt’intorno e faceva ridere. Un’altra maschera era San Michele, e c’era la lotta tra l’Angelo – San Michele – e il Demonio. Questa mascherata l’aveva creata un mio amico, poi è emigrato in America. Io l’ho vista una sola volta e l’ho imparata a memoria.
Facevamo queste cose per allegria, per essere felici.
Tante cose sapevamo fare noi.
Il lavoratore, quante cose sa fare un lavoratore?
Io dico che lo scritturale, l’impiegato, non le sa fare tante cose! Lui sa fare soltanto l’arte della penna e basta. Noi lavoratori lavoriamo la legna, lavoriamo le pietre, sappiamo fare tutte queste cose. Sappiamo aggiustare un attrezzo, mettere mano a una pala, alle attrezzature di lavoro. Sappiamo lavorare il grano, lo seminiamo, lo sappiamo mietere, lo sappiamo raccogliere…
Mentre lo scrittore che cosa sa fare? Un impiegato, oltre quello che scrive, che cosa fa? Scrive soltanto. E ti frega, ti frega sempre, sempre. Un povero fesso va là, da lui: Scrivimi una lettera. Prima di tutto, chi chiede a un altro di scrivere non sa nemmeno lui esattamente cosa cerca. Ma poi quello che scrive lo mette in condizione di non capire tutto quello che dice e così lo porta dove vuole.
Insomma, il guadagno del lavoro che tu fai in un mese quello, solo scrivendo, te lo frega in un attimo.
(Dalla testimonianza autobiografica raccolta, con Paola Sobrero, a Celenza Valfortore il 24 dicembre 1977)