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Da “SUDEST Quaderni”, n. 4, febbraio 2005

“Redenzione” di Emanuele Gualano.
Un dramma popolare tra rito arcaico e teatro politico.

Gargano, primi anni del ‘900. San Nicandro Garganico si colloca al centro della protesta e della lotta sociali. Qui, più che in altri territori, abusi e soprusi da parte di poche famiglie aristocratiche che concentrano nelle loro mani vaste estensioni di terreno agricolo arbitrariamente ottenuto e mal sfruttato; ma anche una più fervida e precoce reazione popolare nell’organizzare proprie leghe, scioperi, rivendicazioni della terra per migliori condizioni di sussistenza. Sannicandro è centro promotore di un movimento anarchico protagonista di frequenti e decisi atti dimostrativi nei confronti della prevaricazione dei potenti; è il paese natale di un leader socialista, Domenico Fioritto, instancabile organizzatore politico e di Emanuele Gualano, indomabile capopolo di fede anarchica; è il teatro di scontri violenti fra opposti movimenti politici; è la sede di un movimento di dissidenza evangelica, intorno alla profezia neo-ebraica di Donato Manduzio, che raccoglie le aspettative e le speranze millenaristiche della protesta popolare.

Ma è in particolare a Emanuele Gualano che le testimonianze fanno esplicito riferimento, quando tornano alla mente i momenti ‘forti’ della partecipazione collettiva e del riversamento, nella sua figura di leader carismatico, della propria insoddisfazione di oppressi. Un’insoddisfazione che, prima della presa di coscienza politica, faceva dire al bracciante Giuseppe Russo (‘Trippetta’): “Non si discuteva. Perché così era… e stavamo tranquilli. Perché se qualche volta noi ci rassegnavamo era perché non sapevamo il male da dove veniva, il male chi lo faceva”. E in quei momenti, siamo negli anni del primo dopoguerra, Gualano diviene colui che porta il suo popolo a ribaltare le regole subìte. Giuseppe Russo: “Io ero bambino, tenevo sette otto anni, prima del fascismo. Qua noi, la legge nostra di Sannicandro, fino a Tutti i Santi potevamo andare nei giardini a farci le olive. Dopo passato il 2-3 novembre non ci potevi andare più. Allora uno campava, andava là, si faceva le olive. Allora questo Gualano, era di sera, così, e bandisce per il paese ‘Chi vuole andare a fare le olive, che si alzasse, sopra a Zincone!’. E allora tutti quanti si alzarono, donne, bambini, uomini, ci eravamo radunati là migliaia di persone in questa zona sopra a Zincone. Stavano centinaia di fuochi accesi, alla notte, centinaia, ma era bella la scena, tutta la gente così. Fece giorno, arrivarono quattro cinque camion di carabinieri. Ma noi eravamo un migliaio di persone. Allora Gualano è salito sopra una maceria di pietre e noi tutti accerchiati attorno. E lui ha detto ai carabinieri: ‘Ve ne potete andare, perché questo è pane, qui noi cerchiamo il pane, non cerchiamo altro’. Belli quei tempi là! Senza pane proprio! Allora il pane non esistiva. Che società miserabile!”. Società “miserabile” che aveva anche i suoi momenti di creatività e svago culminanti nel periodo carnevalesco, nel quale il ribaltamento simbolico e rituale dei ruoli sociali sembrava anticipare quello reale di un nuova società egualitaria e non oppressiva.

Questa realtà sociale e politica l’abbiamo spesso vista intrecciarsi alle vicende e alle forme dell’espressività carnevalesca, grande rappresentazione collettiva che a San Nicandro ha assunto nel secolo scorso, sino agli anni ’50, la fisionomia di una partecipata drammaturgia di massa. Esperienza centrale e legame di questa connessione il ditt, una forma di drammaturgia popolare, che vedeva la partecipazione comunitaria nelle diverse fasi di creazione, rappresentazione e spettacolo. Scritta da contadini, pastori e artigiani, questa forma drammatica ha continuato nel tempo a costituire un’insostituibile esperienza comunitaria non solo nei suoi aspetti ludici e socializzanti, ma quale pretesto di satira politica e sociale, di trasmissione di contenuti e valori. Durante il fascismo una serie di drammi a sfondo sociale, che al ditt si riferivano esclusivamente come genere teatrale, sono stati scritti e messi in scena proprio da Emanuele Gualano, con una precisa funzione di resistenza e di opposizione al regime. Con la metafora la drammatizzazione sfuggiva al controllo della censura assolvendo contemporaneamente una funzione didattica di trasmissione di comportamenti e di formazione ideale. Gualano, tra gli altri testi scritti per le rappresentazioni del ditt, fu autore di uno in particolare che tanti ricordano, ma di cui non si è ancora trovata traccia scritta: Redenzione.
Il dramma ci è stato così descritto da Antonio Gravina e Ciro M. Meola: “C’è stata un’auta cosa che ha fatto nu paesano nostro, quel dramma che ha fatto Gualano, quello è a sfondo politico, ‘Resurrezione’, perché lui era politico, idee di sinistra. Era analfabeta e la cultura se l’è fatta al confino, è stato carcerato. Questo dramma l’ha fatto proprio nel tempo del fascismo, però insomma tutta na cosa larvata. I nomi degli autori: Albore, Aurora… e c’è stata un’affluenza di pubblico non indifferente. Parlava sempre di lavoratori, la trama era quella del suo sentimento politico. Parlava anche d’una prostituta…si voleva redimere, no? Implorava verso la società…”. Redenzione fu recitato dai più giovani del paese: “Un po’ più scelti, più istruiti. Il significato era quello: resurrezione. La resurrezione del socialismo che doveva venire”.

A casa di Isabella Melchionda (moglie di Gualano) è il figlio Arcangelo che ricorda stralci dalla trama dell’opera: “La scrisse e la organizzò. Fu un preludio della guerra dell’Africa, nel 1935. Lui ha previsto ciò che doveva succedere e mise in scena queste previsioni: cioè l’addio dei giovani che partono in guerra e che poi finì con la perdita dei figli. Infatti subito dopo successe la guerra d’Abissinia, dell’Etiopia. Un bel dramma insomma. Era politica, era politica, ma era tollerata. Questo subito dopo venuto dal confino. Era tollerata, perché piaceva molto alle autorità locali, un po’ ai professionisti, gli piaceva… ma c’era il prologo il quale era prettamente umanitario, la fame, la miseria. Lui scriveva sempre, ma poi si è dedicato a scrivere qualche cosa per metterlo in scena. Fu rappresentato in una casa grande. Alcuni giovani si prestarono a fare gli attori. Si servirono di questi giovani volenterosi che allora erano tradizionalmente dediti a questi teatrini in casa, tipo familiare. Ognuno si prestava… alla bella vista della fidanzata, che poi era invitata e vedeva il fidanzato recitare. E ogni giovane ci teneva. Ha voluto inserirsi anche lui [in questa tradizione]. Però gli altri teatrini prendevano [spunto] dai romanzi e li mettevano in scena. Mio padre l’ha scritto proprio lui, ma sempre sullo sfondo di pensiero suo, a sfondo umanitario. Se si trattava di romanzi che facevano altri, si mettevano in costume, ma mio padre fece Redenzione, era un fatto civile, moderno, quindi non rappresenta un personaggio come Guerin detto il Meschino, che si vestiva con la sciabola… Mio padre scrisse un romanzo che aveva a che fare con gente civile. Usciva la madre vestita tradizionalmente, come veste mia madre adesso, con quelle vesti lunghe a fasce a fasce, col fazzoletto, vestita di nero, che abbraccia il figlio vestito da militare che va via in guerra. Lo fece per tre mesi. Doveva chiudere e poi l’hanno fatto replicare, dai principi dell’anno fino a Carnevaletto”.

La ricerca, effettuata negli anni ’70, purtroppo ancora inedita, ha consentito il reperimento di una mole ingentissima di manoscritti teatrali della tradizione del ditt. Sull’argomento vedi: GIOVANNI RINALDI – PAOLA SOBRERO, Comico Maschera Oralità. Elementi drammaturgici dei rituali carnevaleschi in Capitanata, in Centro Studi sul Teatro Medioevale e Rinascimentale, Rappresentazioni arcaiche della tradizione popolare, Viterbo, 1982, pp. 317-369.