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E sul Gargano imparammo a fare i minatori. Il racconto di Matteo Russo

Nel mio paese, San Giovanni Rotondo, c’era una miniera. 
Era una miniera di bauxite della Montecatini.
Per ricordarla fu intitolata una piazza ai Caduti della Miniera (sulla targa c’è anche scritto “Miniera di Bauxite 1937-1973”). C’è anche un monumento ai Caduti della Miniera, presso il quale i sindacati, il Primo Maggio, quando andavano d’accordo portavano una corona di fiori e quando litigavano non portavano niente.
Fatta la piazza e fatto il monumento, della miniera non se n’è parlato più. Nessuno sapeva più cosa significava “miniera”. Cosa rappresentavano gli uomini che erano caduti, lavorando in miniera.

Possibile che questa storia debba morire? mi sono detto. Noi non siamo morti, noi siamo ancora vivi. Io mi risento che ho lavorato lì, ero scalzo e la Montecatini mi ha dato il pane, mi risento che sono morti i nostri amici.
E allora mi sono messo a scrivere e ho fatto delle ricerche, andando a trovare un po’ di amici, una ventina. Chi mi raccontava una storia, chi un’altra, perché io non ero stato sempre presente, mica ero il Padreterno! Queste ricerche le ho fatte attraverso le testimonianze di altre persone, piano piano, andando casa per casa, fino al 1995.

La miniera è nata per caso.
Un anziano di San Giovanni, Giovanni Pompilio – abitava proprio nella mia strada – faceva la spola tra San Giovanni Rotondo e l’Argentina. Era un emigrante, partito subito dopo la grande guerra. L’Argentina non è mai stata una nazione ricca e lui, rientrando, portava pochi soldi. E così vagava per le campagne in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, per lui e per la sua famiglia.
Un giorno, girando in contrada Matine, vide emergere, dal terreno, delle pietre rosse. Si insospettì. Mi sembrano le pietre che ho visto in Argentina, si disse. Ne raccolse alcune e le portò con sé in paese. Era inesperto e le fece valutare da un farmacista, Giuseppe Bramante. A me sembra un minerale, gli disse il farmacista. Così, in pochi giorni, scrissero alla “Commissione per le Ricerche Minerarie” di Napoli e presto arrivarono sul Gargano alcune persone a indagare, per vedere da vicino queste pietre. Scoprirono così la bauxite.
Questa commissione interpellò immediatamente la società Montecatini e, passati alcuni mesi, a San Giovanni arrivò un gruppo di esperti e tecnici. S’incominciò a scavare, scoprendo che in profondità c’era un grande giacimento, il più grande d’Europa. Avrebbe potuto produrre 500, 600, 700 tonnellate al giorno.
Si avviò così il lavoro di scavo, all’inizio con poche persone.

L’anno precedente, a San Giovanni Rotondo, si erano avviati i lavori per le fognature e l’acqua, per conto dell’Acquedotto pugliese. La ditta incaricata utilizzava soprattutto cavamonti e furono proprio i cavamonti a essere selezionati come primi minatori. Allora si lavorava tutto a mano. Si usava una sbarra di ferro, la barramina, per scavare le buche dove inserire la dinamite che si faceva saltare.
Poi furono scavate le prime discenderie, le gallerie della miniera. Solo molti anni più tardi, nel 1948-’49, arrivarono i mezzi meccanici, portarono la corrente elettrica e si incominciò a lavorare con l’aria compressa, i martelli pneumatici, e si aprirono tutte le altre discenderie, i livelli (si arrivò a 15 livelli sottoterra) e il pozzo.
Così è nata la miniera!

San Giovanni Rotondo era il paese più povero del Gargano, in quanto noi abbiamo poca terra, si andava lontano, giù nel Tavoliere, come braccianti. A quei tempi si lavorava la terra, vivendo nelle grandi masserie e quindi di lavoro in miniera non ne sapeva niente nessuno. Qui c’erano pastori, calzolai, c’erano fabbri, falegnami. Allora, visto l’incremento di questa miniera, per scendere giù a prendere il minerale assunsero lavoratori di tutte queste categorie.
E tutti andarono a lavorare in miniera. Il boom fu negli anni Cinquanta, quando si arrivò a quasi 900 persone.
L’economia cominciò a crescere. In paese chi conosceva le scarpe? chi conosceva i vestiti? chi conosceva la carne? Se la potevano permettere soltanto i ricchi, i latifondisti che avevano le terre alla Puglia. Quelli vendevano l’olio, vendevano il grano e andavano sempre avanti. Invece quelli come me, i pezzenti, dovevano arrangiarsi. Io facevo il garzone giù ad Amendola, al campo di aviazione, guardavo gli animali, mi davano qualche cosetta, trenta lire al mese e un po’ di grano per poter campare.

La miniera ha cambiato tutto, perché ha portato tanti soldi in paese. Tanti si sono fatti una casa, comprato le scarpe, i vestiti, hanno mangiato in modo più decente. E poi, la cosa più importante, c’è stato lo sviluppo culturale, non solo quello economico, sociale, ma anche culturale. Perché tanti minatori, che in maggioranza erano analfabeti che non sapevano nemmeno mettere la propria firma, hanno deciso di far studiare i loro figli.
E i figli incominciarono a studiare. E i figli sono diventati professionisti.

Nel 1956 quando s’inaugurò l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, c’è stato un connubio tra la miniera e la Casa Sollievo, perché nel frattempo i figli dei minatori erano cresciuti, erano diventati dottori, medici, infermieri, carabinieri, poliziotti, giudici, avvocati. E si è avuto un cambiamento che ha sviluppato ancor di più il paese. Ora il paese ha 28.000 abitanti, prima ne aveva 12.000. E dalle vicinanze venivano a lavorare alla miniera, come ora vengono alla Casa Sollievo.

La miniera, però, ha significato anche dolore e lutti.
I primi incidenti furono dovuti alla poca conoscenza di quel lavoro. Non erano minatori i primi lavoratori assunti. E quindi caricavano troppo i carrelli, non aspettavano che fuoriuscisse tutto il fumo dall’interno delle gallerie. Tante persone nemmeno capivano cosa significava “miniera”. Si buttavano allo sbaraglio, per guadagnare qualcosa per la famiglia. Ognuno sognava la casa da costruire, il piccolo terreno da acquistare. O sognava di sposarsi, come ho fatto io.

Però quello che ha rovinato il nostro paese, lo dico alla luce del sole, è stato il cottimo. Fu stipulato dalla società Montecatini con i sindacati. Se non ci fosse stato il cottimo, se ci fosse stata la giornata base, un lavoratore faceva la sua giornata, un certo numero di vagonetti e basta! La società Montecatini, con i sindacati, aveva stipulato per contratto il carico di tre vagonetti a minatore, quelli che andavano in galleria, allo sfruttamento minerario. Poi c’erano gli altri operai che montavano i binari, l’armatura, le tubazioni. Ma quelli che andavano nelle gallerie, a mettere le mine, a caricare i vagonetti, non facevano tre vagonetti come diceva il contratto: ne facevano sei, ne facevano otto, ne facevano anche quindici a persona. E andavano incontro così anche a problemi di salute, perché lì si andava allo sbaraglio: o c’era il fumo o c’era pericolo, pur di riempire i vagoni si buttavano lì dentro, in galleria, senza fermarsi un momento. E questo era provocato dall’inesperienza e dal lavoro che veniva fatto a cottimo. E poi anche il Padreterno si metteva di mezzo: quando ti deve capitare una disgrazia, capita.

Il primo caduto fu Matteo Siena e quella fu una giornata che i nostri paesani non dimenticheranno. Era il 25 marzo del 1940, l’Annunziata, e facevamo la festa come ogni anno presso una masseria sulla strada che scende a Foggia. A quell’epoca la miniera era già dotata di sirena, che suonava al termine del lavoro. Quel giorno la sirena suonò fuori orario. La gente si impaurì, qualcosa era capitato. Infortuni capitavano tutti i giorni: i primi tempi non si usava nemmeno il casco e l’inesperienza era tanta. Quello fu il primo incidente mortale. Matteo, che aveva poco più di trent’anni, rimase sepolto sotto una montagna di minerale. Alla fine, alla chiusura della miniera, i caduti furono ventisette.

Io fui ingaggiato alla miniera il 31 luglio 1946 – avevo 19 anni – e il primo agosto del 1946 avevo già la tessera della Cgil. Un giorno mi chiamarono dal sindacato. Io non sono uno di poche parole, un muto, parlo volentieri e a volte in compagnia parlo per delle ore. Quindi, vista la mia capacità espressiva, mi presero, fui il più giovane sindacalista della Cgil.

Matteo Russo ha lavorato in miniera a San Giovanni Rotondo dal 1946 al 1972 (l’anno successivo la Montecatini chiuse definitivamente la miniera di San Giovanni R.), per poi trasferirsi nella miniera La Presolana, nel bergamasco, dove lavorerà fino al 1977.
Da pensionato Matteo Russo si dedica alla lunga e paziente ricerca sulla storia della miniera, dando alle stampe il libro “Lavoro e cultura nella miniera di San Giovanni Rotondo” (stampato in proprio nel 1998). Nel suo libro, autobiografia personale e collettiva, scrive delle gioie, dei sacrifici, dei momenti dolorosi di una intera generazione di lavoratori che offrirono la loro giovinezza per il benessere di una intera comunità. Questo l’incipit del suo libro: “Questa storia è stata scritta non da un intellettuale, né da un noto scrittore, ma da uno dei tanti ex minatori che ha lavorato per circa 30 anni nella miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo…”.

Ho registrato la testimonianza di Matteo Russo per il reportage Diritti sulla Terra. Cent’anni di CGIL. Cent’anni di Capitanata, prod. CGIL Foggia – Teleblu, 2007:

Sulla storia della miniera di San Giovanni Rotondo
leggi: Antonio Tedesco, Terra Rossa. La miniera di Montecatini di San Giovanni Rotondo (1936-1973) dall’autarchia al sogno della grande industria, Arcadia, Roma 2022;
guarda: Senza memoria mai: la miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo, documentario di Antonio Tedesco e Alessandro Russo, prodotto da Laboratorio Multimediale ArteFacendo.