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Da Di Vittorio “maestro”. Le parole, il sapere, le idee, a cura di D. Missaglia e M. Lembo, Ediesse, Roma 2007

Dall’abbandono della scuola elementare alla scuola serale

In una bella lettera a “l’Unità“, in occasione del 60° compleanno di Giuseppe Di Vittorio nel 1952, il cerignolano Giacinto Battaglino così racconta l’esperienza tra i banchi e l’abbandono scolastico: “Eravamo coetanei e frequentavamo la scuola elementare, a Cerignola. Un giorno il maestro, Arcangelo Perreca, ci raccomandò di presentarci il pomeriggio puliti e ben vestiti, perché si sarebbe fotografata tutta la classe. Le nostre mamme ci vestirono a festa ma quella di Di Vittorio – egli era orfano di padre – dovette limitarsi a rattoppargli l’unico vestito a lavarlo ed a tosargli i capelli con le forbici. Ne era risultata una tosatura tutta a scale. Quando la madre lo accompagnò a scuola, il bambino non voleva entrare in classe, si vergognava. Il maestro capì, lo prese per mano e lo portò dal barbiere di fronte che gli tosò la testa con la macchina ed il rasoio. Sulla fotografia la sua testa era in mezzo alla classe come uno specchio. Di Vittorio fu promosso, come me, però in terza non ci trovammo. A soli 9 anni Di Vittorio era costretto ad andare a lavorare in campagna per guadagnare l’equivalente di un chilo di pane. […] Ci ritrovammo io e Peppino a spezzare le zolle nel seminato, a cinque chilometri verso Foggia. […] Partivamo alle tre da Cerignola per trovarci sul lavoro all’alba. Eravamo una ventina di ragazzi. Qualcuno veniva senza pane. Per evitare che ci rubassimo il pane fra di noi, Di Vittorio aveva ottenuto che mettessimo tutto il pane in comune e che ce lo dividessimo a mezzogiorno. Si cessava il lavoro al tramonto ed arrivavamo a Cerignola quando accendevano i lumi a petrolio. La vita era troppo dura. Una sera, per istrada, Di Vittorio ci riunì e ci disse: “Ragazzi, domani dobbiamo cessare il lavoro alle 15“. Così facemmo. Di Vittorio si procurò un orologio ed alle 15 lasciammo il lavoro e l’assistente. Questi ci licenziò. Di Vittorio per istrada ci riunì e decidemmo di continuare ad andare a lavorare. La domenica il padrone non voleva pagarci. Andammo con Di Vittorio dal commissario e riuscimmo non solo ad essere pagati, ma a continuare il lavoro finchè non fosse ultimato, ed il tempo per il ritorno in città ci veniva riconosciuto come tempo di lavoro. […] Creato il circolo, una sera ci disse: “Ragazzi, la prima cosa che dobbiamo fare è di chiedere la scuola serale“. Eravamo circa 500 ragazzi organizzati e tutti uniti andammo a gridare sotto le finestre del municipio. Di Vittorio fu diffidato dal sindaco, ammonito dal commissario, ma tutte le sere la cagnara si ripeteva. Ci volevano persino chiudere il Circolo. Però, dopo quasi un anno di lotta, avemmo la scuola serale.“ [1]

Il Di Vittorio maestro nasce già nella primissima infanzia dalla caparbietà, dalla curiosità, dal desiderio di cambiare le regole di un gioco di cui non si sentiva protagonista. E’ proprio l’espulsione dalla scuola, la costrizione al lavoro e alla lontananza dagli affetti familiari e la vicinanza con persone più adulte che gli faranno da guida che permetteranno l’avvio di un percorso di autoeducazione e formazione che lo porterà a considerare proprio l’accesso alla cultura il modo migliore per evadere davvero dal mondo in cui si sentiva ristretto.
“Tornava a casa soltanto il sabato sera. La domenica la dedicava allo studio, a parlare con gli amici, con il maestro Perreca e col capo lega Antonio Misceo che Di Vittorio considerò sempre come il suo maestro“ [2]. Oltre alla scuola serale il circolo giovanile propone una campagna contro l’alcolismo dilagante tra le masse di braccianti spesso disoccupati e sbandati, e a dimostrazione della capacità propositiva e non solo conflittuale del circolo giovanile “Di Vittorio, d’accordo col medico chirurgo Michele Moccia (il quale era uno sfegatato anarchico) riunì un gruppo di giovani attivisti e si recò dal sindaco per chiedere di costruire un ambulatorio per un pronto-soccorso. Il sindaco disse: Va bene, faremo la richiesta alla Prefettura. Ma no! – disse Di Vittorio. – Lei mette a disposizione un locale sotto il Municipio con quattro lettini ed il solo medicinale: per il medico e gli infermieri ci penso io. In giornata fu tutto fatto; all’ambulatorio fu messo il nome di Croce Verde e l’anarchico dottor Michele Moccia insegnò a un gruppo di giovani volonterosi come si facevano l’affasciature, come si medicava una ferita, e via di seguito.“ [3].

Sono proprio queste le occasioni in cui Di Vittorio, proprio per la capacità acquisita di dialogo e per la rappresentatività da lui assunta nelle trattative, si rende conto di non possedere appieno il linguaggio, la conoscenza delle parole, necessari allo sforzo di controbattere le ragioni dell’avversario: ““Ribellarsi senza istruzione vuol dire essere sempre battuti e umiliati” concludeva. Così Peppino divorava le poche ore di riposo studiando la tavola pitagorica, leggendo tutto quanto gli capitava tra le mani per imparare. Le parole difficili annotate sul quaderno avevano preso pagine e pagine. Quando avrebbe avuto il tempo di farsele spiegare una per una dal maestro se ne trovava sempre di nuove? Qualche anno dopo, recatosi a Barletta, passando davanti alla bancarella di libri usati, vide in mezzo agli altri un librone più grosso. Lo aprì, c’era la spiegazione di tutte le parole. Portava come titolo Vocabolario della lingua italiana: “Fu una delle scoperte per me più dirompenti”, ricordava spesso Di Vittorio. “Mi sentivo come Marconi quando poté far conoscere al mondo la sua invenzione. Ricordo che non posai più il libro neanche quando mi disse il prezzo e mi mancavano almeno la metà dei soldi per comprarlo. Avevo tanto desiderio di quel libro che il libraio me lo dette ugualmente.”“ [4]. Non si stancava quindi di chiedere all’amico Gino Nardella e al maestro Perreca di procurargli libri e giornali. Leggeva per nottate intere, un po’ di tutto. Si entusiasmava di poesie e favole, ignorando ancora l’esistenza di Marx ed Engels. Lesse persino con avidità il Vangelo e la Bibbia [5], secondo alcune testimonianze indotto a questo dalla frequentazione della scuola domenicale valdese attiva a Cerignola già ai primi del ‘900[6].

I giornali e i primi opuscoli socialisti

Il compagno della prima infanzia Giuseppe Angione ricorda di essere stato proprio lui, coetaneo di Di Vittorio e lavorante nella stessa masseria Durante all’età di nove-dieci anni ad avvicinare Peppino alle prime letture socialiste e anarchiche: “Di Vittorio lavorava al feudo del barone Cirillo: come schiavi ci trattava quel rinomato imbecille. Lì c’era un magazziniere di tendenza socialista abbonato al giornale Seme, con opuscoli e le riviste. Di Vittorio sillabava, io leggevo molto bene, ma io non capivo niente, mentre lui comprendeva. Io ci lessi La città del sole di Tommaso Campanella e di più l’opuscoletto che costava dieci centesimi dell’anarchico Errico Malatesta, intitolato il Fra contadin. Dialogo.“ [7] Erano le prime voci socialiste che arrivavano ai braccianti del sud. “I propagandisti che circolavano erano Arturo Labriola, un napoletano, Antonio Labriola, Pietro Gori, Errico Malatesta. E allora quelli là hanno incominciato a portare dei libri. Il libro che ha fatto più furore a Cerignola è stato Fra contadin, una discussione di contadini che Errico Malatesta l’ha scritto. E badate, credo che non c’è stato nessun altro paese che ha avuto le vendite di Cerignola“ [8]. La città del sole di Campanella fu letta da Di Vittorio tante volte da impararla a memoria e declamarla poi ai suoi compagni che rimanevano “a bocca aperta ad ascoltarlo“.

La sua seconda moglie Anita Contini ricorda che “Di Vittorio propose ai soci di non accontentarsi di quegli omaggi [opuscoli e riviste inviate dalle organizzazioni settentrionali] ma di creare un ‘fondo’ per degli abbonamenti. Subito ne sottoscrissero uno per il Sempre Avanti che era diretto da Oddino Morgari, e per il Seme. Si acquistarono anche opuscoli, come Il sogno di Andrea Costa, Il Pane da mangiare di Badaloni. I soci che sapevano leggere, la sera, a turno, informavano gli altri del contenuto dei giornali e degli opuscoli.“ [9]

Sempre Angione racconta un episodio in cui il gruppo del circolo giovanile che di sera girava cantando per le strade del paese, accorgendosi dell’assenza di Di Vittorio, lo scoprono intento alla lettura de l’Internazionale, e ricorda gli altri giornali che aveva sul tavolino, L’Umanità Nova (giornale anarchico rivoluzionario) e La Luce, un giornaletto “che voleva far ribellar veramente la gioventù.“[10] De l’Internazionale in quegli anni ogni domenica ne arrivavano a Cerignola cinquecento copie che venivano tutte acquistate.

Antonio Bonito, di estrazione borghese, fu tra i primi simpatizzanti non braccianti o contadini, e sottolinea l’importanza ‘simbolica’ del comportamento e dell’esempio da parte dei giovani del circolo giovanile: “Il circolo giovanile ha pensato sì a togliere la cappa al contadino e fargli mettere il soprabito, il cappotto; togliere la coppola per mettere il cappello, mettere il colletto. Cioè questa manifestazione esteriore, utile e necessaria e indispensabile. Per esempio c’era un bracciante giovane, analfabeta, che non sapeva leggere però si portava il suo giornale l’Avanti! in tasca, evidente che si potesse leggere. Oppure per esempio uno non più giovane, allora, che aveva questa capacità – era un panettiere – di farsi leggere gli articoli di fondo de l’Avanti! per due volte ed era capace, dopo aver sentito due volte, di ripetere l’articolo intero dalla prima parola fino alla firma, facendo credere che sapeva leggere e scrivere. Questi erano i fenomeni, tutti usciti dal circolo giovanile, che sembrano una sciocchezza ma stanno ad indicare che si creava qualche cosa di vero e di concreto, qualche cosa che doveva lasciare il segno, come lo ha lasciato, perchè ha portato tutta questa gioventù anonima, senza nome e senza Dio, all’avanguardia del movimento sociale in Italia.“[11]

Di Vittorio, nell’allontanarsi da Cerignola, comincia a prendere contatti con il movimento nazionale e diventa il corrispondente dal meridione: “Si mise in relazione con Alceste De Ambris, che dirigeva a Parma l’Internazionale. Fu questo il primo periodico al quale Di Vittorio inviò corrispondenze. […] Attraverso il notiziario sulle lotte contadine in Puglia il nome di Di Vittorio cominciò ad uscire dalla regione e qualche giornale gli chiese degli articoli; ciò lo mise in grave impaccio, cosciente com’era della sua insufficiente conoscenza della lingua italiana. Decise allora di mandare ai giornali che lo invitavano a collaborare una lettera così concepita: “So che i miei articoli non sono scritti secondo le regole della grammatica e della sintassi; nemmeno l’ortografia vi è sempre rispettata. Vi chiedo pertanto di far correggere ogni mio scritto da un vostro redattore prima di pubblicarlo, e poi di restituirmi il manoscritto con le correzioni.”“[12]

Così Angione con i suoi versi in rima: “Raccontò che Corridoni / vuol da lui corrispondenza / sul giornale: condizioni / mise Peppin con prudenza: // La mia corrispondenza / è assai sgrammaticata / voglio indietro con urgenza / tutta ben rettificata; // Sugli errori accomodati farò io riflessione, / ben saranno studiati / da me con tutt’attenzione. // Tutta la corrispondenza / che corretta riceveva / la leggeva con urgenza… / sempre errori egli faceva[13]

Quello che leggeva lo comunicava

La capacità di Di Vittorio di assorbire informazioni, conoscenze, competenze si collegava però strettamente all’uso immediato, di utilità collettiva a cui questo bagaglio veniva subito destinato. Bruno Trentin sintetizza così questa caratteristica: “Si trattava per lui, proprio, veramente di un problema di rapporto umano con la gente. Per lui la conoscenza e la comunicazione erano due problemi assolutamente inscindibili. Una cosa la si conosce nella misura in cui la si poteva trasmettere, farla partecipare, farla vivere in qualcun altro.“[14] Questa riflessione di Trentin la ritroviamo anche nelle semplici parole dei braccianti di Cerignola che lavoravano nei campi con Di Vittorio: “Quando Di Vittorio andava a lavorare coi compagni, riusciva a recuperare certe pagine di giornale che portava in campagna. I compagni allora erano tutti analfabeti, allora lo facevano sedere e loro lavoravano per recuperare l’ora che Di Vittorio perdeva nel leggere“[15]; ““Peppi’ tu stai là, leggi i giornali!” e gli altri a zappare anche per lui. E gli facevano leggere i giornali e loro zappavano di più per sentire Di Vittorio che diceva, e che capiva“[16]; “E nel mentre che si lavorava così, allora si sentiva la voce di Giuseppe Di Vittorio in mezzo a centinaia di contadini che lavoravano con la zappa“[17]; “E lui, quello che aveva Di Vittorio, è vero, che quello che leggeva non se lo teneva per lui, lo comunicava. Tutto quello che leggeva“[18]. Rocco, operaio di Cerignola emigrato a Milano, racconta a Davide Lajolo questi momenti di vita nella masseria: “…come quando dormivamo insieme sui sacchi di paglia e gli chiedevamo di raccontarci le imprese di Garibaldi. Di Garibaldi sapeva tutto, anzi ne aveva fatto il personaggio che serviva a dare spirito anche a noi. Così allora raccontava: Garibaldi era i suoi soldati, cioè sapeva di loro, viveva come loro. Anche quando si stava a cavallo e loro lo seguivano a piedi, era sempre come loro, con loro. Aveva sempre sulle mani, sui capelli, sui vestiti, sulla barba la polvere che si alza in battaglia…“[19]

 

Il coro del circolo giovanile

Di Vittorio amava anche cantare, e per primo intuì l’importanza della musica e del canto collettivo organizzando nel suo Circolo Giovanile un primo coro. Cantando di notte per le strade deserte di Cerignola i giovani militanti si ponevano l’obiettivo di affascinare i loro coetanei e soprattutto di far colpo sulle ragazze, quasi sostituendo con i nuovi canti le vecchie serenate tradizionali. Dimostravano così che la militanza politica era anche vita di gruppo e conquista del diritto al divertimento e al tempo libero, manifestando, contemporaneamente, alla cittadinanza di estrazione borghese e benpensante la loro forza collettiva e la loro capacità provocatoria. I loro erano principalmente canti della tradizione anarchica e socialista: canti politici divulgati in tutta Italia dai libretti a stampa e dai fogli volanti circolanti già dai primi anni del ‘900 e diffusissimi a Cerignola. I testi più conosciuti erano quelli di Filippo Turati, Pietro Gori, Mario Rapisardi, Luigi Mercantini, Lorenzo Stecchetti, Ada Negri, Adolfo Gerani, Guido Podrecca e più tardi di Raffaele Offidani. Proprio i più stretti compagni di Di Vittorio infatti tenevano in grande considerazione la loro capacità musicale sviluppata negli anni e ci hanno permesso di ascoltare dalle loro voci canti che raramente ritroviamo nei repertori di musica popolare delle regioni meridionali d’Italia. Parliamo di Addio Lugano bella, l’Internazionale, l’Inno dei lavoratori, La guardia rossa; della ballata (su un’aria da cantastorie) scritta da Pietro Cini su Sante Caserio, l’anarchico che nel 1894 a Lione uccise il presidente della repubblica francese. Di Vittorio riteneva che la musica fosse un elemento importante proprio per il suo valore aggregante, e che non ci si doveva incontrare solo per la politica, ma anche per il piacere di stare insieme, rivendicando il diritto a divertirsi anche loro che erano semplici braccianti agricoli, e non solo lavorare da sole a sole [20].
Io propongo, egli diceva, / far venire un canzoniere. / A tutti i giovani imponeva / di cantare, in maniere // di far stare in armonia / quell’attiva gioventù: / nel cantar viene allegria, / questo circol andrà più su. // Obbedienti i giovanotti / imparavano cantar / concertandosi le notti / di continuo a gorgheggiar. // Chi leggeva, chi cantava, / chi imparava di suonar, / qualche sera si ballava / allo scopo di distrar. // A tarda sera si marciava, / Di Vittorio sempre in testa, / si suonava e si cantava: / per le strade era una festa; // S’accordavan giovanotti / a plotoni affiancati, / passavamo delle notti / come tanti ricchi agiati; // Si svegliavan le ragazze / nel sentire di cantare / salivan sulle terrazze / tutte attente ad ascoltare // Quegli inni commoventi, / inni rivoluzionari / che izzavano le genti / a far unire i proletari: // L’Inno di Bandiera Rossa, / quel dell’Internazional, / che incitavano a riscossa / per diventare tutti ugual. […] Di Vittorio ogni sera, / terminate le riunioni, / squadernava il canzoniere / ci insegnava le canzoni[21].

Ma oltre gli inni rivoluzionari era anche la grande musica operistica che affascinava Peppino e che lo spingeva a portare la madre nel Teatro Mercadante appena costruito a Cerignola: “L’emozione quando papà, allora giovanissimo, le prometteva di portarla al Teatro Mercadante per vedere Rigoletto o Cavalleria Rusticana, sempre accompagnati, però – come era d’obbligo a quei tempi – da qualche parente, di solito nonna Rosa o suo nipote Alfonso; i preparativi prima dello spettacolo (mia madre vestiva con gusto, aveva imparato a cucire presso una sarta); la grande gioia e la partecipazione che ci fu per il suo sposalizio quando persino la banda musicale del Municipio girò per tutta Cerignola per festeggiare Peppino Di Vittorio e “l’avvenimento”!“ [22].

Le nuove letture, tra carcere, guerra ed esilio.

Nel carcere di Lucera dove fu rinchiuso nell’autunno del 1911 – per aver partecipato allo sciopero della vendemmia –  nuovi libri, di autori per lui sconosciuti, gli venivano forniti dal cappellano don Conte. “Sì, ogni volta che mi avanza un po’ di tempo torno a rileggere I promessi sposi, La città del sole e I canti del Leopardi. Molti di questi canti li so a memoria. Tutti dicono che Leopardi è difficile, eppure io che non avevo finito le elementari l’ho capito subito, e credo profondamente, e ho sentito il desiderio di imparare i suoi versi a memoria. L’infinito, Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Le ricordanze. Era qualcosa che mi dava l’illusione di non essere più tra le mura di un carcere e mi trasportava con l’immaginazione nei campi e nelle vigne della mia Cerignola. Riandavo alle mie notti, ai miei silenzi, ai miei ritorni dal lavoro sotto la luna e mi spiegavo anche l’incanto sotto il cielo di quella prima giornata di lavoro a raccogliere piselli. Le parole di Leopardi mi parevano semplici come quelle che usavano mia madre, mio padre. […] La città del sole è stata scritta da un meridionale e direi che non poteva essere che così. Tu sai che io sono un patito della mia terra e della mia gente e l’utopia di Campanella è quella che sta dentro la testa di ognuno di noi che stavamo e stiamo ancora all’inferno.“ [23]. E su I promessi sposi: “Ho capito subito allora lo spirito del romanzo. E lo affermo adesso, dopo che ho avuto modo in carcere e al confino – dove ho sempre avuto più tempo per la lettura – di leggere le spiegazioni che i più dotti studiosi del Manzoni hanno fatto sul suo romanzo. Si sono persino chiesti chi è, chi sono i veri protagonisti del romanzo, e c’è chi ha risposto Don Abbondio, chi Federico, chi altri personaggi. Io ritengo, con tutto il rispetto per questi dotti, che queste sono accademie e persino distorsioni. Per me, come alla prima lettura nel carcere di Lucera, i protagonisti sono proprio Renzo e Lucia, proprio quelli che ha voluto il Manzoni. E’ la persecuzione contro i due popolani che mi ha preso, sono le loro disgrazie e peripezie, la loro insistenza per avere giustizia che mi facevano assorbire parola per parola, pagina per pagina il romanzo come raccontasse la mia vita, quella di mio padre e mia madre, quella di migliaia di donne e uomini che conoscevo. Per me quella era cronaca viva, presente; le rivolte di Milano, le grida, l’epidemia, i servi dei potenti, gli azzeccagarbugli in toga, i don Rodrigo erano come gli agrari contro i quali mi battevo. […] Per me il libro rappresentava la storia delle ingiustizie contro le quali si ribellava il popolo. […] Uscii dal carcere di Lucera molto più ricco dentro. Mi sembrava anche di essere più alto di statura. Avevo conosciuto Manzoni, Campanella, Leopardi e in carcere, dove è obbligatorio il silenzio, mi pareva di aver parlato con loro e che con loro avrei potuto accompagnarmi nella vita.“ [24].

La scuola elementare e il suo abbandono, il carcere come scuola e occasione educativa, infine arriva l’esilio in Svizzera e Di Vittorio struttura sempre più le sue conoscenze individuando sempre un tutor a cui riferirsi con fiducia. Felice Chilanti racconta il periodo dell’esilio a Lugano: “Prese contatto con molti intellettuali che lo aiutarono a studiare. Ricorda fra gli altri il giornalista Giuseppe De Falco che dirigeva in Svizzera il periodico Il lavoratore ed era corrispondente da quel paese dell’Avanti! Il De Falco era pugliese di Corato ed era segretario della Cdl di Bari e provincia. Egli fu per Di Vittorio un prezioso insegnante. Gli consigliava le opere letterarie, gli correggeva i compiti. E per la prima volta a ventidue anni di età Giuseppe Di Vittorio poté studiare con metodo storia, geografia, lingua italiana, filosofia e anche qualche materia scientifica. Gli esiliati di Lugano lo ricordano ancora: non riuscivano a vederlo che raramente a tarda sera perché Di Vittorio studiava in media quattro ore al giorno. “Fu quello il mio liceo – dice oggi Di Vittorio -. Quando ho cominciato a studiare con metodo ho avuto la sensazione netta della mia ignoranza e della mia piccolezza; mi pareva che fra me e il mondo lussureggiante della cultura e dell’arte, del sapere, sorgesse un alto muro, una barriera mi divideva da una specie di paradiso terrestre. E dopo aver ultimato lo studio di un libro mi pareva di essermi arrampicato lungo quel muro e di aver potuto dare uno sguardo a quel paradiso del sapere. Questa sensazione accresceva in me la passione per lo studio. Durante l’esilio in Svizzera ebbi per la prima volta una conoscenza del mondo e appresi i primi elementi di una vera ideologia. Cominciai a studiare il Manifesto dei Comunisti e i primi scritti di Lenin, del quale intesi parlare la prima volta a Lugano. E questo anziché placare, accresceva sempre la mia sete di cultura”. A Lugano Giuseppe Di Vittorio lesse e studiò anche la Storia della letteratura del De Santis e per la prima volta conobbe la vera, la grande poesia. La lettura del Leopardi suscitò in lui un’impressione così profonda che il tempo e le vicende dure della sua vita non riuscirono mai a cancellarlo. Amò anche la poesia del Carducci nel suo aspetto civile e politico, ma il Leopardi fu da allora il suo poeta. […] “Dopo aver letto per la prima volta A Silvia posai le sigarette sul tavolo e dissi a me stesso: non fumerò più fino a quando non l’avrò imparata tutta a memoria”“ [25].

Venne la guerra. Di Vittorio va a Napoli “nel 1° reggimento bersaglieri, formato in gran parte da soldati meridionali, quasi tutti analfabeti. I suoi compagni di battaglione si accorgono che sa scrivere bene e cominciano a rivolgersi a lui per mandare notizie alle famiglie, lettere d’amore alle ragazze e alle giovani spose. Ai soldati piacciono molto le sue lettere e anche quelli che un poco sanno leggere e scrivere si rivolgono presto a Di Vittorio. La sua fama di “scrittore di lettere” si allarga al reggimento intero arrivando alla conoscenza degli ufficiali.“ [26]

A Roma, perseguitato dal fascismo e in attesa di espatriare in Francia, riprenderà le abitudini di studio imparate nelle masserie di Cerignola: “Quando Di Vittorio fu eletto deputato, io diventai il suo segretario. Di conseguenza abbiamo fatto una vita in comune a Roma abitando nella stessa camera, e Di Vittorio in quel periodo là mi fece questo ragionamento. Dice: “Noi dovremo andare fra poco a finire in Francia. Tu hai studiato il francese, io non so niente di niente. Tu mi devi insegnare il francese”. E allora d’accordo comperammo una grammatica francese, due quaderni, e la sera io gli assegnavo la lezione, l’esercizio. Io mi addormentavo. Di Vittorio, quando si era assicurato che io dormivo, riaccendeva la luce e si metteva a studiare. Io dormivo e Di Vittorio studiava, insomma. Nel giro di pochissimo tempo Di Vittorio ne sapeva più di me di grammatica francese.“[27] In Spagna riuscirà nel pieno della guerra civile a difendere le opere e gli uomini della cultura spagnola. Vittorio Vidali ricorda: “A Madrid chiamai Di Vittorio per salutare un gruppo di intellettuali che noi volevamo mandare a Valencia, per salvarli dai bombardamenti. Fra essi anche il grande poeta Antonio Machado. E ricordo che Di Vittorio disse: “Nel mentre i fascisti distruggono la cultura, ammazzano i poeti, io vedo come in un momento tanto grave per Madrid un reggimento come il V° reggimento, composto da miliziani, da soldati di prima linea, si occupa anche di salvare i tesori dell’arte come i quadri del museo del Prado e di salvare anche gli uomini che rappresentano la cultura spagnola”.“ [28]

Da autodidatta a potente personalità politica. La dialettica e l’oratoria.

Le riflessioni di Trentin ci aiutano a capire come da questo percorso, semplicemente abbozzato e non ancora approfondito, sia nato un personaggio politico con una varietà di culture ed esperienze formative che lo hanno reso differente e ‘anomalo’ rispetto alla cultura e all’esperienza di partito e sindacale.  Dice Trentin: “Questo rifiuto di chiudersi in un breviario del sindacalista… era veramente spietato in questo, anche verso se stesso; ma questa capacità dialettica gli veniva proprio da questa freschezza, da questa avidità di conoscenza che, direi, lo ha sempre caratterizzato. […] La sua passione della conoscenza, la sua capacità di rimettere in causa verità che sembravano acquisite per sempre, la sua capacità di rimettere in discussione vecchi schemi di condotta e di direzione sindacale, questa sua umanizzazione continua delle cose, delle decisioni, dei concetti.“ [29] E ancora: “Di Vittorio aveva una cultura da autodidatta, quindi molto pragmatica e sostanzialmente orale: ascoltava con passione, cercava il contatto con molti interlocutori; nel lavoro quotidiano era terribilmente accentratore, ma sul piano delle idee dava uno spazio enorme ai suoi collaboratori. Sapeva ascoltare, riflettere, ricredersi, pur misurandosi con assilli politici di enorme portata. La memoria che si ha di lui come grande tribuno non gli fa giustizia: certamente era anche questo, perché era l’uomo più popolare, più di Togliatti, ma dietro c’era una volontà insolita di capire e di riflettere politicamente, che ne faceva un personaggio del tutto eccentrico rispetto alla tradizione comunista. Esercitò un ascendente enorme su una vasta area di intellettuali anche esterni al sindacato o ai confini della sinistra. […] Aveva il fascino di una potente personalità politica che procedeva, nel modo di ragionare e di dedurre, in modo assolutamente atipico rispetto alla cultura di partito.“ [30] Tanti hanno parlato delle sue grandi capacità oratorie. Di Vittorio è stato un grande narratore, i suoi comizi raccontavano storie, esperienze, episodi di vita vissuta. Quando incontrava i lavoratori dell’industria, quando andava tra le mondine lombarde o tra i portuali genovesi, Di Vittorio metteva a confronto la propria esistenza con quella degli altri, quello che da essa aveva imparato con quello che con modestia credeva di poter trasmettere, più che come insegnamento, come esempio. E non volendo spesso leggere da fogli già scritti improvvisava a braccio sull’onda dell’emozione trascinando la platea. Teresa Noce fa notare che non sempre l’oratoria di Di Vittorio aveva modo di esprimersi al meglio: “Perché, vedi, Di Vittorio sapeva parlare. Per esempio, guarda, quando parlava in direzione del Partito, al Comitato Centrale, ecc., non valeva un fico secco. Io non so perché, se avesse soggezione, o che cosa, non lo so, perché soggezione non ne aveva, ma insomma… o era, come dire, l’uditorio che non lo ispirava. Ma quando parlava ad un comizio, quando parlava a degli operai… non c’era niente da fare, senti, non ce ne era un altro.“ [31] “Di Vittorio non solo disdegnava l’altoparlante, era qualche cosa… era un diaframma che gli impediva il contatto naturale con la gente. E lo consigliava a me come sindaco, diceva: “Non andare mai a parlare da su ‘i balconi, perché devi guardare negli occhi i lavoratori, li devi veder respirare, li devi vedere se approvano o se disapprovano…”. Disdegnava non solamente il microfono, ma pure di parlare [da un palco]. Lui si contentava di parlare su un tavolino così, senza apparecchiature.“ [32]
“E’ vero che come scrisse Sandro Pertini, “nei volumi dei discorsi parlamentari le parole sono scritte, non dette, e non hanno il calore e i disegni gestuali che Di Vittorio vi aggiungeva”. Ma alcuni di noi ebbero la fortuna di sentirgliele dire, tante di quelle parole, e non solo in Parlamento, e sanno che cosa fosse il suo carisma – termine, pure, mai usato allora per lui, e successivamente così abusato.“[33]

Quello che le folle di lavoratori ricevevano da Di Vittorio era un messaggio di affermazione della dignità storica del proletariato, della sua presenza nella società come forza cosciente, consapevole del proprio passato e della propria volontà di cambiamento del presente per la costruzione di un futuro migliore. Non si trattava quindi di un mito con un’adesione puramente psicologica, impulso emotivo o culto della personalità, ma evento di fondazione dal quale partire per la realizzazione di aspirazioni riconosciute possibili, di mete ritenute conquistabili.

“Era un grande oratore. […] Dovunque si presentasse appariva come il difensore degli oppressi, il liberatore, l’uomo della povera gente, il fratello con i suoi fratelli: questo era il suo linguaggio. Ma questo non era solo il suo linguaggio, era la sua verità: Di Vittorio era così e così concepiva i suoi rapporti con la gente, coi lavoratori. […] Bisogna dire, d’altronde, che il pathos che suscitava quando parlava, non si riesce a ritrovarlo nei suoi scritti. L’uomo, il dirigente, il leader, il capo era tale molto di più quando parlava che quando scriveva. Per questo alcune delle sue caratteristiche – quello straordinario accento di verità che i suoi discorsi emanavano – è difficile ritrovarlo compiutamente oggi. Esso, infatti, non era fatto soltanto di parole, ma di atteggiamenti, di tono.  Era una delle caratteristiche che hanno coloro i quali sono capaci di dirigere le masse con la parola, con il discorso. I lavoratori si sentivano, quando ascoltavano Di Vittorio, innalzati ad una funzione moralmente elevata; dava a quelli che l’ascoltavano l’impressione che essi potevano compiere cose grandi, importanti, per le quali valeva la pena di fare una battaglia, impegnarsi e sacrificarsi.“ [34]

“Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo…“

Di Vittorio, quasi al termine di questo suo lunghissimo percorso formativo che segna, per mezzo secolo, la sua esperienza di dirigente sindacale e di uomo politico, potrà quindi consapevolmente affermare: “E’ rappresentativa della cultura di un popolo quella che affonda le sue radici nella storia, nella tradizione, nel costume, nel folclore del popolo e ne esprime non soltanto i sentimenti e le passioni, ma i bisogni, l’anelito di libertà, l’anelito di giustizia, di progresso, di emancipazione, di liberazione, l’ansia di avanzare, di andare avanti, d’innalzarsi, di progredire. Questa soltanto può essere una cultura veramente nazionale.“ [35]

“Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale […] Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…” Giuseppe Di Vittorio [36]


[1] GIACINTO BATTAGLINO, dattiloscritto conservato nell’archivio privato di Baldina Di Vittorio a Roma.
[2] DAVIDE LAJOLO, Di Vittorio. Il volto umano di un rivoluzionario, Bompiani, Milano 1972, pp. 15-16.
[3] GIUSEPPE ANGIONE Piccolo poema sulla vita del compianto compagno Giuseppe Di Vittorio, in ANTONIO TATò, Di Vittorio l’uomo, il dirigente, vol. I 1892-1944, Roma, E.S.I., Roma 1968, pp. 69-70 n. 49.
[4] DAVIDE LAJOLO, Di Vittorio. Il volto umano di un rivoluzionario, cit., pp. 10-11.
[5] ANITA DI VITTORIO, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 17-18
[6] GIORGIO SPINI, lettera inviata ad Arturo Cericola, in ARTURO CERICOLA, Bagliori rossi su Cerignola, Piero Lacaita Editore, Manduria 2004, p. 123
[7] GIUSEPPE ANGIONE (manoscritto letto da Pasquale Specchio). Registrazione di FRANCO COGGIOLA e VITTI FIORA, Cerignola 1 luglio 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, disco a cura di M. L. BETRI e F. COGGIOLA, Edizioni Bella Ciao/Dischi del Sole, Milano 1978. Fascicolo allegato a cura di M. L. BETRI, F. COGGIOLA, G. RINALDI.
[8] ALFREDO CASUCCI. Reg. di Giovanni Rinaldi, Paola Sobrero, Alberto Vasciaveo, Cerignola 12 agosto 1975, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[9] ANITA DI VITTORIO, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi, Firenze 1965, p. 20
[10] GIUSEPPE ANGIONE Piccolo poema sulla vita del compianto compagno Giuseppe Di Vittorio, in ANTONIO TATÒ, Di Vittorio l’uomo, il dirigente, cit., p. 65 n. 45.
[11] ANTONIO BONITO, La Lega dei contadini e il Circolo giovanile, in GIOVANNI RINALDI – PAOLA SOBRERO, La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia, Edizioni Aramirè, Lecce 2004 (prima ed. Foggia 1981), p. 177.
[12] ANITA DI VITTORIO, La mia vita con Di Vittorio, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 30-32
[13] GIUSEPPE ANGIONE, Piccolo poema sulla vita del compianto compagno Giuseppe Di Vittorio, in ANTONIO TATÒ, Di Vittorio l’uomo, il dirigente, cit., pp. 72-73
[14] BRUNO TRENTIN. Reg. di FRANCO COGGIOLA, Roma 21 febbraio 1973, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[15] SAVINO LOPEZ. Reg. di FRANCO COGGIOLA, Cerignola 21 agosto 1973, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[16] MICHELE RUSSO. Reg. di FRANCO COGGIOLA e VITTI FIORA, Cerignola 3 luglio 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[17] MATTEO DI VITTORIO. Reg. di GIOVANNI RINALDI, GABRIELLA RINALDI, PAOLA SOBRERO, ANTONIO TALIA, ALBERTO VASCIAVEO, Cerignola 19 luglio 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[18] ALFREDO CASUCCI. Reg. di GIOVANNI RINALDI, PAOLA SOBRERO, ALBERTO VASCIAVEO, Cerignola 12 agosto 1975, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[19] DAVIDE LAJOLO, Di Vittorio. Il volto umano di un rivoluzionario, cit., pp. 72-73.
[20] Più diffusamente su questo particolare aspetto cfr. GIOVANNI RINALDI, Il canzoniere di Giuseppe Di Vittorio. Canti sociali e politici di Capitanata, in “Sudest Quaderni“, n. 1, novembre 2004, pp. 106-115
[21] GIUSEPPE ANGIONE, Piccolo poema sulla vita del compianto compagno Giuseppe Di Vittorio, in ANTONIO TATÒ, Di Vittorio l’uomo, il dirigente, cit., p. 62
[22] BALDINA DI VITTORIO BERTI, Giuseppe Di Vittorio: mio padre, in MICHELE PISTILLO – BALDINA DI VITTORIO BERTI, Giuseppe Di Vittorio, “Profili“ n. 6, Gaetano Macchiaroli Ed., Napoli 1994, p. XX
[23] DAVIDE LAJOLO, Di Vittorio. Il volto umano di un rivoluzionario, cit., pp. 26-27.
[24] DAVIDE LAJOLO, op. cit., pp. 28-29.
[25] FELICE CHILANTI, La vita di Giuseppe Di Vittorio, Lavoro Editrice, Roma 1952
[26] FELICE CHILANTI, op. cit.
[27] ANTONIO BONITO. Reg. di GIOVANNI RINALDI, GABRIELLA RINALDI, PAOLA SOBRERO, ANTONIO TALIA, ALBERTO VASCIAVEO, Cerignola, 27 luglio 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[28] VITTORIO VIDALI. Reg. di FRANCO COGGIOLA, Trieste 18 settembre 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[29] BRUNO TRENTIN. Reg. di FRANCO COGGIOLA, Roma 21 febbraio 1973, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[30] ADRIANO GUERRA – BRUNO TRENTIN, Di Vittorio e l’ombra di Stalin, Ediesse, Roma 1997, p. 202
[31] TERESA NOCE. Reg. di CESARE BERMANI, Milano 28 ottobre 1977, in Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio, cit.
[32] PASQUALE SPECCHIO, Disdegnava l’altoparlante, in GIOVANNI RINALDI – PAOLA SOBRERO, La memoria che resta…, cit., p. 253
[33] GIORGIO NAPOLITANO, Giuseppe Di Vittorio e la costruzione della democrazia italiana, in PIETRO NEGLIE (a cura di) Giuseppe Di Vittorio. Le ragioni del sindacato nella costruzione della democrazia, Ediesse, Roma 1993, p. 39
[34] LUCIANO LAMA, La CGIL di Di Vittorio 1944-1957, a cura di FABRIZIO D’AGOSTINI, De Donato, Bari 1977, p. 29
[35] MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, in MICHELE PISTILLO – BALDINA DI VITTORIO BERTI, Giuseppe Di Vittorio, cit., p. IV
[36] GIUSEPPE DI VITTORIO, dal discorso al II° congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953