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Peppino Papa: dalla cultura della fatica alla fatica della cultura          
di Giovanni Rinaldi

In una caldissima serata di maggio 2006 arrivo a Motta Montecorvino. Ho appuntamento con Giuseppe Papa, Peppino, nel suo paese natale che gli tributa una corale festa di riconoscimento. Peppino ha da poco ricevuto dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, l’onorificenza e il titolo di commendatore. È un percorso insolito il suo: da bracciante agricolo, ma anche guardiano di animali, stalliere, buttero, aratore e tracciatore di solchi, in parallelo alla lunga militanza politica e sindacale – nel partito comunista, nella Cgil – fino a diventare sindaco di Lucera per dodici anni e poi consigliere regionale. A questa sua vita così intensamente vissuta Peppino dedica il suo impegno quotidiano (fino alla sua scomparsa, avvenuta il 7 agosto 2010) come animatore sociale e culturale, attento custode della sua memoria personale insieme a quella collettiva della classe a cui rimane strettamente legato.

Peppino mi porta a visitare la sua mostra biografico-documentaria allestita in una sala del Comune di Motta. Con il solo aiuto della figlia, che oggi gli fa compagnia, Peppino ha realizzato, in modo semplice su pannelli di cartoncino, un itinerario storico e didattico eccezionale: dai ritagli di giornale alla pagella scolastica, dalle foto d’epoca alle tessere politiche, dalle lettere manoscritte ai documenti d’archivio, tutto strutturato in uno schema logico e cronologico legato da didascalie e riflessioni. È la sua autobiografia – da bracciante a commendatore – non per mettersi in mostra, ma per raccontare e condividere con gli altri un percorso di vita appassionato e coerente. Un filo conduttore preciso, oltre quello politico e sindacale, si dipana nell’esperienza biografica di Papa: quello dell’anelito costante all’acquisizione dei mezzi culturali per dominare e guidare il proprio desiderio di cambiamento del mondo e delle condizioni di vita della sua classe. E su uno dei pannelli mi fa leggere il suo “giuramento”. Nel 1949, a causa di uno sciopero degenerato in scontri con le forze dell’ordine, Peppino Papa segretario della Camera del lavoro, fu arrestato, rinviato a giudizio e condannato a 15 mesi di detenzione. Dalla cella della questura di Foggia, la notte tra il 14 e il 15 giugno del 1949, su un foglietto di carta, ora attaccato su un pannello della mostra, scrisse: Il mio giuramento alle mie origini di classe, bracciante del Tavoliere di Puglia, uomini dalle mani callose, la faccia bruciata dal soleleone. Di te conserverò la tua origine di classe, la tua resistenza nella lotta, fino alla mia morte. E guardandomi orgoglioso me lo spiega: Questo è il mio giuramento che ho dedicato alla mia classe, prendendo spunto da quello che Di Vittorio fece quando entrò nella Lega dei contadini… Io glielo chiesi, a Peppino Di Vittorio, il perché di quel giuramento, perché lui giurava alla classe dei braccianti, con la bandiera, sull’aratro…


Quello che i suoi pannelli mostrano con immagini, ritagli, manoscritti e documenti, Peppino me lo ha raccontato in diverse occasioni (precedenti e seguenti questo nostro incontro a Motta Montecorvino), nelle quali puntualmente lo riprendevo con una videocamera. E ogni volta, ricordando, partiva dalla sua faticosa infanzia e dagli anni giovanili vissuti nelle masserie del Tavoliere.

La masseria

Sono nato a Motta Montecorvino nel 1920 e nella mia famiglia fui il primo di undici figli. Già da bambino, a undici anni, sono stato portato in una grande masseria della pianura del nostro Tavoliere, la masseria Labella vicino Lucera, in mezzo alla malaria. Per la malaria rimasi con un intero fianco sfregiato dalla suppurazione, ma mi salvai.
Cominciai a lavorare come pastorello. Fui “pastore nella fanciullezza e bracciante nella giovinezza”, come ho scritto raccontando la mia vita. Poi negli anni feci tanti altri mestieri.
Con me nella masseria c’era mio padre. Anche lui da piccolo era stato pastore e in masseria faceva il massaro delle pecore. Poi c’erano il curatolo, il sottocuratolo, il guardiano, il buttero che si occupava dei muli, e poi braccianti, aratori, carrettieri. Tutti lavoravano in questa masseria e tutti avevano un compito preciso. C’erano anche salariati fissi qui in masseria. La domenica, per andare alla messa, andavano a piedi in paese, passo dopo passo. Invece per far la spesa alcuni usavano il cavallo del massaro, il cavallo del buttero e potevano così andare in paese più velocemente e tornare con le provviste.
C’era una certa armonia, lo devo riconoscere. Però qui si faticava!
Si lavorava dalla mattina prima che uscisse il sole fino alla sera dopo il tramonto del sole. La vita della masseria, per molti anni, non è stata bella, anche perché c’era solo un pozzo dove potevamo attingere acqua, che era acqua salsa, fangosa, non era buona. Cambiò tutto quando arrivò l’Acquedotto Pugliese.
E poi c’era la fame, che da noi, qui, non è mai mancata. Alla masseria arrivavano anche i lavoratori a giornata, i braccianti. E tra loro c’era mia madre.

Nel tascapane di mia madre c’era un sasso

Io sono testimone di un particolare che la riguarda e posso giurare, su questa pietra su cui mi sono seduto da bambino e i piedi non toccavano terra, che è tutto vero [la registrazione di questo aneddoto è avvenuta presso la masseria dove Papa aveva lavorato, da bambino, ndr]. Mia madre quando andava sui campi si portava dietro un tascapane di stoffa, come facevo anch’io quando ero pastore. Ma a casa noi bambini non vedevamo mai nostra madre metterci dentro del pane. Anche mio padre si domandava perché. Mia madre dentro il tascapane portava qualcosa, ma non era pane. Il pane non lo toccava, lo lasciava a casa per noi. Nel tascapane c’era un sasso, non il pane.
Lei lavorava con tante altre donne alla scerbatura del grano, a mondarlo dalle erbe infestanti. Nelle campagne, decine e decine di donne hanno fatto questo lavoro, a schiena bassa a strappare le erbacce. Arrivato mezzogiorno, si mettevano appartate, e ognuna fingeva di mangiare. Anche lei fingeva di mangiare, ma non mangiava nulla. Poi prendeva la pietra dal tascapane e la nascondeva, la lasciava lì, nel campo. Fingeva di aver mangiato il pane portato da casa.
Ecco le sofferenze! E mia madre ha fatto anche lei, come tante altre povere donne, queste cose. Quando noi figli ce ne siamo accorti, abbiamo pensato che non era giusto, ma lo abbiamo capito che eravamo già grandicelli.
Ricordo quando andavamo a zappare le fave, insieme a mia madre. Il padrone ci dava un po’ di terra e noi piantavamo le fave, leguminose. Questa regalìa spettava per contratto al massaro, al guardiano e ad alcuni salariati fissi che lavoravano nella masseria: un orticello dove seminare fave. Fu allora che vedemmo finalmente mamma mangiare sul lavoro, perché lei non metteva niente nel tascapane e mangiava solo quello che portavamo noi.
Ecco la sofferenza che c’è stata, nella masseria dove lavoravamo e in tutte le altre.

La scuola per corrispondenza

Le masserie allora erano grandi, c’era lo stallone dove stavano i cavalli, dove a fianco c’erano delle stanze grandi, potevano dormire anche quaranta lavoratori. Ero stalliere, il mio compito era stare con i cafoni e dormire nella cafoneria. E io stavo lì ad accudire, ad accendere le luci la notte nella stalla, ad alzarmi a portare la paglia. Mi dispiaceva svegliare gli anziani, allora andavo io, ero uaglione.
Lì alla masseria mi arrivavano le dispense da una scuola per corrispondenza, perché avevo frequentato solo le elementari. Io facevo il compito e glielo spedivo. Loro lo correggevano e mi indicavano Fai così… fai così, mi istruivano, per un anno intero. Le dispense arrivavano e venivano. Quelli, i padroni, ricevevano le lettere e me le consegnavano senza controllare… non se n’erano accorti che erano dispense scolastiche. Tutto a un tratto non mi arrivarono più, non arrivavano le risposte alla mia corrispondenza. Io le mie lettere le facevo partire: perché le andavo ad imbucare e partivano. Io indicavo la via dove abitavano i miei padroni, per ricevere le buste con le risposte e le correzioni. Mio padre le andava a prendere e me le portava. Un giorno venne mio padre e mi disse Peppì che è successo? Ma tu che fai?! Gli risposi Come, che faccio? Il buttero, papà. E lui: Il padrone mi ha detto che nella masseria c’ha i lavoratori, c’ha un buttero, ma non uno studente. Il padrone ha detto “Peppino deve lavorare, non può studiare. Lui si è messo a studia’, che vuole fa’ il geometra, l’avvocato?”    
Allora io scattai immediatamente, me ne scappai. Dissi a mia madre: Dammi i vestiti che me ne vado. Ero il primo figlio e come facevano? E allora ho dovuto ascoltare mia madre, mi dispiaceva, ero il maschio, con tutte quelle femmine, solo dopo anni arrivò il primo fratello. Loro avevano bisogno di me, e così dovetti cedere. Però il libro me lo sono sempre portato dietro. Hai voglia loro a strillare! Io quando dovevo leggere leggevo. Vi giuro, che se ci fosse stato Peppino Di Vittorio – che allora non conoscevo ancora -, dovunque lui fosse stato, io sarei andato a trovarlo, avevo 13 anni. Poi gliel’ho detto pure, a Di Vittorio, e lui mi tirava l’orecchio quando gli raccontavo queste cose. “Peppì – mi disse – senti, hai fatto bene proprio a continuare a leggere e a non abbatterti”.

Luoghi della cultura: il Tribunale e l’Opera dei Pupi

Il tribunale di Lucera [la città dove Papa risiedeva, ndr] è stato il luogo in cui la popolazione ha cercato di fare cultura. Andavano lì i braccianti d’inverno, quando erano disoccupati, soprattutto quando si svolgevano i grandi processi di omicidi, in Corte d’Assise. Allora noi vedevamo questa situazione, vedevamo come migliorava la cultura dei braccianti. In quanto la sera – noi facevamo le riunioni nella sezione del partito – succedeva questo: al ritorno dal dibattimento che si sviluppava man mano nella Corte d’Assise, questi che avevano assistito tornavano in sezione, ripetevano il processo! Ma sai, quell’avvocato… Sai, quell’altro… Quello sarà condannato! Vedrai! Scommettevano! aspettando il giorno dopo, il momento della sentenza con la condanna o con l’assoluzione. Conoscevano tutti gli articoli del Codice, civile e penale. La cultura, per Lucera, per i cittadini di Lucera, era il Tribunale, da sempre. Com’anche per un certo periodo fu l’Opera dei pupi siciliani. Qui si svolgeva, in un sotterraneo, una cantinona, l’Opera dei pupi, siciliani. E mio suocero ha portato anche la mia moglie lì. Erano lucerini, ma in origine venivano da fuori. Lucera è stato sempre un paese di cultura.

Il “lavoro” entra in biblioteca

A 27 anni mi chiamarono a fare il segretario generale della CGIL di Lucera. Era un giorno di aprile ed ero a lavorare come bracciante. Facevo il bracciante e dovevo dirigere i braccianti, ma c’erano anche gli operai, la classe operaia, c’erano persone che facevano altri mestieri. Nel sindacato avevamo tutte le categorie e ognuna mostrava orgogliosamente il suo simbolo sulla bandiera: un carciofo gli ortolani, il pane bianco o le spighe i mulinai, la frusta i carrettieri e i barrocciai, il mattone i fornaciai, la zappa i braccianti. Quando uscivamo in corteo, o il Primo Maggio o per protesta, portavamo tutte le bandiere. Solo non avevamo con noi i calzolai né i barbieri, perché non erano operai, classe operaia, ma classe media.
Fu allora che mi resi conto di quante cose non sapevo. Io non avevo mai conosciuto una biblioteca, prima di aver bisogno di sapere. Ero un autodidatta.
Io devo essere padrone delle cose della città, devo conoscere la città, pensavo.
Per fortuna, un amico del sindacato, Dante Tozzi, democristiano, che era con me nella segreteria unitaria, mi disse Peppì non ti rammaricare, vai alla biblioteca. Gli risposi, Cos’è la biblioteca? E lui Un posto dove ci sono tanti libri e un direttore un po’ burbero.
Non aspettai un attimo, di corsa mi avviai e andai alla biblioteca. Non trovai questo direttore, ma un funzionario. Chiesi un libro per conoscere la storia della città di Lucera, che parlasse di Lucera.
Cominciò col farmi la tessera con le mie generalità: segretario generale della Camera del lavoro, bracciante agricolo, Giuseppe Papa. Poco dopo mi portò un libro grosso e pesante.
Lì, seduti intorno a un tavolo lungo, c’erano degli studenti. Io, intimidito, mi andai a sedere in fondo, all’ultimo angolo del tavolo. Giravo pagine, giravo pagine di quel librone. Ma tutto c’era, meno che quello che cercavo. Io cercavo gli operai! le forze sindacali, le forze che si muovevano, i braccianti, ma anche i contadini o i vignaiuoli: cercavo qualcosa che riguardasse i lavoratori!
A un certo punto, nel salone, entrò il direttore. Il funzionario era corso a dirgli che c’era il segretario generale della Camera del lavoro… Il direttore, trasecolato, non aveva mai visto un segretario della Camera del lavoro entrare in biblioteca. Si affacciò quindi, tenendo in mano il tesserino che avevo firmato poco prima.
Scusate – disse agli studenti – chi è Giuseppe Papa?
Io, che stavo in fondo al tavolo, mi sono alzato: Sono io Giuseppe Papa.
Fermi fermi fermi! disse il direttore a tutti gli studenti, un po’ di pazienza.
Pensai, madonna, cosa sarà successo? E lui: Per la prima volta, studenti, giovani, in questa sede è entrato il lavoro!
Quel direttore era Giambattista Gifuni, grande studioso, storico e giornalista.
Da quel giorno diventammo grandissimi amici.

L’incontro a Motta Montecorvino tra Peppino Papa e Gaetano Gifuni

Peppino Papa nomina Giambattista Gifuni, ed è proprio per approfondire questa amicizia che sono andato alla serata di Motta Montecorvino.         
Nell’attesa di avviare la parte ufficiale della manifestazione – durante la quale il sindaco Pietro Calabrese nominerà Giuseppe Papa cittadino dell’anno – arrivano telegrammi di felicitazioni per la sua nomina di commendatore. Tra gli altri, il più affettuoso, quello di Baldina Di Vittorio, alla quale Peppino è legato da antichissima amicizia. C’è anche la lettera inviata da Gaetano Gifuni (segretario della Presidenza della Repubblica, figlio di Giambattista e padre di Fabrizio, l’attore) in cui esprime il suo pensiero più amichevole nei confronti di Papa, scusandosi di non poter intervenire per impegni istituzionali. Ma, a sorpresa, Gaetano Gifuni giunge da Roma e abbraccia emozionato Peppino Papa.
Così, sobriamente, ma con un po’ di improvvisata solennità si forma un piccolo corteo con alla testa Papa, Gifuni e tutte le autorità locali. Tra le luminarie della festa patronale del paese, dal palco al centro della piazza, Papa si rivolge ai tanti presenti alla cerimonia:   
Voglio ringraziare voi che siete venuti così numerosi… tanti, che in questa piazza io ho visto da quando ho cominciato a capire la vita. Capirla che significa? Percorrerla la vita, nel divertimento e nel lavoro. Sì, si doveva lavorare e queste strade lo sanno, questa strada lo sa quante pietre io ho dovuto rompere perché la mia famiglia non patisse quel brutto inverno del 1945. Chi poteva pensare, chi… un giovanotto, ragazzino, semianalfabeta come me, che un giorno potesse diventare commendatore, avere questo riconoscimento dal Presidente della Repubblica. Che significa questo? Perché sono contento?”        
Peppino è emozionato e, come a ribadire la sua antica volontà di crescita culturale, avvia il suo discorso con una dedica: Quale ricordo voglio citare…? Cinque anni di scuola! Voglio ricordare una persona, permettetemelo. Colui che con i cinque anni di scuola mi ha dato il suo faro. Con quel faro che illumina la rotta ai naviganti. Quell’uomo è un prete: il mio maestro! Giovanni Pepe. Sono stato a scuola da lui per tutti e cinque gli anni, in questo paese, in queste strade, in queste viuzze”. Proseguirà poi raccontando sinteticamente la sua vita e il suo impegno.     
Gaetano Gifuni è altrettanto emozionato, lontano dai quotidiani impegni istituzionali – accanto a sei presidenti della Repubblica – sembra sentirsi finalmente a casa. A chi gli chiede un intervento, risponde: Il mio lavoro impone il silenzio. Poi comincia a parlare, quasi a voler motivare la sua presenza e la decisione di esserci comunque, raccontando la grande amicizia che lo lega a Papa, ma soprattutto – quasi in sovrapposizione con il racconto autobiografico che per frammenti ho più su riportato – l’incontro tra il padre Giovambattista direttore della biblioteca di Lucera e Peppino Papa, bracciante e segretario della Camera del lavoro:       
Voglio dirvi soltanto che di questa persona io vedo tre aspetti: il primo, quello che conta di più, è l’uomo. L’uomo è tutto: è un figlio modello, è uno studente modello, purtroppo limitato alle elementari. Padre più che esemplare. Poi questo senso di umanità – che è andato al di là di ogni questione politica, di ogni differenza di idee – lo ha legato a voi, innanzitutto, essendo figlio della vostra terra, ma lo ha legato poi a Lucera e a tutti i lucerini. Il secondo aspetto è quello del combattente, del militante, di quello che ci crede. Parliamoci chiaro: sono oggi sempre più rare le persone che credono veramente e che vivono la loro vita attiva, di politici… per una questione di fede. Questo è un uomo che ha creduto e crede in certe cose che non ha mai tradito. E vivaddio questa è una cosa grandiosa! E quindi per me è un grande onore e una grande emozione poter essere qui questa sera. Perché sono sicuro di poter rappresentare… innanzitutto la mia famiglia. Credo di poter dire che qui io rappresento mio padre! E allora posso dirvi che mio padre fu un grandissimo amico, un fratello maggiore per Peppino e Peppino lo fu per mio padre. Ecco perché ho parlato di gratitudine nei confronti di quest’uomo, di questo fratello carissimo. Perché nei momenti difficili – perché nemo profeta in patria, e mio padre ebbe degli anni in cui dovette ingoiare qualche boccone amaro – la persona che non lo ha mai abbandonato, che lo ha difeso in tutte le sedi istituzionali, pubbliche… si chiama Giuseppe Papa. E la gratitudine è immensa.      
E sono contento quando Peppino racconta del suo primo incontro con mio padre… Questo giovane che, eletto segretario della Camera del lavoro e consapevole dell’importanza della carica, dice “Ma io a Lucera a chi mi rivolgo? Chi è bene conoscere?” E un amico gli suggerisce “Vai in biblioteca che c’è il direttore. Certo è un po’ austero, un po’ difficile, però vai”. E invece Peppino rimane sorpreso dall’accoglienza che gli fece mio padre. “Che vuoi fa’? Vuoi sape’? E allora mò vieni qua, quando hai tempo…” e cominciò con la storia, coi libri, con tutto il resto ed è stato veramente un sodalizio indistruttibile, che si è trasmesso a me e ai miei figli. Il terzo aspetto è quello del grande amministratore. Giuseppe Papa ha dato un impulso alla crescita civile e sociale di Lucera enorme. E lo ha dato non più nella veste di un uomo di partito. Lui veniva eletto nelle liste come capolista, con un suffragio enorme, nelle liste del partito comunista, però poi quando si sedeva a Palazzo Mozzagrugno, il municipio, era il sindaco di tutti i lucerini. E questo lo hanno capito tutti. Ed è qualcosa che ha fatto di lui – lo dico con molta franchezza, sperando di non dispiacere ad altri – il più grande sindaco di Lucera.  


I due grandi protagonisti della serata si abbracciano, scendono dal palco, la folla li sommerge e la festa, con le luci le bancarelle e le canzoni, prosegue gioiosa nei vicoli di pietra di questo piccolo paese del sud.         

NOTA
I testi riportati sono tratti dalle videoregistrazioni effettuate il 23 giugno 2005 a Lucera nell’abitazione di Giuseppe Papa (con la partecipazione di Giovanna Zunino); il 28 agosto 2005 a Motta Montecorvino; il 23 ottobre 2006 nell’ambito della rassegna Leggere la fatica di leggere; nel 2007 nel mio reportage televisivo Diritti sulla Terra. Cent’anni di CGIL cent’anni di Capitanata (CGIL Foggia / Teleblu). Una prima e meno ampia versione di questo articolo fu pubblicata in “Sudest Quaderni”, n. 14, maggio 2006, pp. 92-97.

Vedi anche, nel mio canale YouTube:
la terza puntata, dedicata a Peppino Papa, del documentario Diritti sulla Terra;
Peppino Papa: tracciatore di solchi;
La memoria che resta: l’intervista da Fabrizio Frizzi e Elsa Di Gati (ospiti in studio Giovanni Rinaldi e Peppino Papa).

Leggi anche il Memoriale di Peppino Papa nel sito La memoria ritrovata.