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accoglienza bambini, alessandro piva, children's train, emilia romagna, happiness trains, memoria, migrazioni, oral history, pasta nera, PCI, Puglia, storia orale, treni della felicità, treno dei bambini, UDI
di Giovanni Rinaldi
Negli anni ’50, in un’Italia distrutta dalla guerra, dove l’inflazione era arrivata alle stelle e il lavoro era quasi inesistente, persone con un profondo senso morale, superando ostacoli e difficoltà di natura economica, materiale e psicologica, diedero inizio ad un movimento di solidarietà popolare e nazionale con lo scopo di ospitare in famiglie di lavoratori ed operai del Nord e del Centro Italia, dove il tessuto sociale aveva maggiormente resistito, i bambini delle regioni maggiormente colpite dalla guerra. Una grande esperienza popolare che aiutò, grazie ai “treni della felicità”, circa 70.000 bambini, facendogli vivere, dal 1946 al 1952, con l’adozione familiare, un’infanzia meno dolorosa.
Tutto iniziò nell’autunno del 1945 con l’invio di migliaia di bambini milanesi e torinesi in Emilia, poi con i bambini di Roma, Cassino, Frosinone, Napoli e la Sicilia. E proprio sulla scia di questo grande movimento nato per iniziativa di associazioni femminili, come l’UDI (Unione Donne Italiane), e dei partiti di sinistra, abbiamo voluto raccontare la storia e le storie di tanti, spesso invisibili, protagonisti di questo movimento di solidarietà democratica e di un pezzo di storia del nostro Paese non ancora conosciuto.
Questa è la storia sulla quale chi scrive e Alessandro Piva, regista, hanno deciso nel 2002 di lavorare, con l’obiettivo di realizzare un documentario che la raccontasse, facendo parlare i protagonisti che l’avevano vissuta.
L’Italia a cui ci siamo riferiti è quella della memoria e del presente, il Paese dello sfruttamento e della rivolta, l’Italia agricola di sessanta anni fa, quella della terra (zappa, fatica, pelle arsa dal sole) e quella del cielo (creatività, festa, rito, simbolo, sogno). Un Paese dal quale tanti emigranti sono partiti in cerca di fortuna e che oggi è meta agognata di tanti immigrati. L’Italia divisa tra dialetti e tradizioni diverse fra loro, ricca di storie apparentemente “locali” che hanno in sé tutte le ragioni, le emozioni e i segni arcaici delle culture del mondo.
L’Italia a cui ci siamo riferiti è quella della memoria e del presente, il Paese dello sfruttamento e della rivolta, l’Italia agricola di sessanta anni fa, quella della terra (zappa, fatica, pelle arsa dal sole) e quella del cielo (creatività, festa, rito, simbolo, sogno).
Quali tracce hanno lasciato i braccianti, i contadini e gli operai italiani nella cultura e nell’identità nazionali? Quali intrecci, tra movimenti di massa ed esperienze personali, hanno portato ad incontrarsi comunità del sud e comunità del nord sulla base di ideologie comuni o piuttosto di sentimenti di solidarietà e apertura culturale?
La rievocazione per immagini e parole che abbiamo realizzato, ha provato a rappresentare, al di là dei fatti particolari cui si riferisce, uno spaccato contemporaneo delle condizioni del Paese nel periodo determinante della storia nazionale. Questo grande movimento solidaristico di massa, pur nato in seguito ad avvenimenti eccezionali ormai lontani e irripetibili, contiene non solo elementi storicamente interessanti, ma intuizioni universalmente valide e stimolanti come la solidarietà e l’unione tra Nord e Sud per un fine comune: la salvezza dell’infanzia più disagiata per assicurarle un avvenire migliore; il desiderio di una diversa e più umana qualità della vita e il nuovo ruolo sociale svolto dalla famiglia all’interno di una società rinnovata; la partecipazione diretta delle masse popolari.
È l’Emilia Romagna al centro di questa grande campagna di solidarietà che accoglie i figli dei braccianti e degli operai, dei partigiani e dei soldati morti in guerra. Al termine dell’accoglienza rimaneva spesso però anche la difficoltà del ritorno dei bambini alla realtà dura d’origine e la dolorosa scelta di alcuni di rimanere nella nuova realtà sociale scoperta. Abbiamo raccontato le vite parallele delle famiglie meridionali e settentrionali accomunate da un’esperienza concreta di “fratellanza”, con il mantenimento sino a oggi dei rapporti di amicizia e di scambio tra queste nuove “famiglie allargate”.
Il percorso di creazione della sceneggiatura del documentario, Pastanera, è partito dal lavoro di ricerca storico e dalle storie personali, dalla narrazione orale di tanti protagonisti, dalla “letteratura materiale” raccolta con incontri privati e pubblici. Se la storia orale è stato il metodo di riferimento storico-antropologico per l’individuazione di figure umane, di fatti e forme di comportamento e autorappresentazione, la creatività artistica è stato il miscelatore delle “icone” antropologiche definite dalle microstorie per la creazione di una storia tra le storie.
Il lavoro di studio, raccolta, individuazione di fonti e comparazione di forme e contenuti, svolto in forma scientifica e rigorosa, è stato continuamente verificato con la testimonianza dei protagonisti, articolandosi come modello di laboratorio della memoria, museo non statico, “evento” dinamico e flessibile che inserisce nel processo di acquisizione dei materiali un metodo collettivo di gestione della memoria. I prodotti finali – il documentario e il libro – ne saranno la sintesi creativa e artistica: alcune delle diverse interpretazioni possibili dei frammenti di memoria che, come in un domino, si sono collegati sul piano di lavoro.
Per quanto riguarda la raccolta di interviste, il primo obiettivo è stato quello di raccogliere informazioni sullo svolgimento dei fatti, l’entità e i modi del coinvolgimento popolare, gli aspetti organizzativi, l’immagine residuale che di quelle storie è rimasta nella memoria dei protagonisti. Il secondo obiettivo è stato di raccogliere vere e proprie autobiografie con totale libertà per gli intervistati di raccontare il proprio vissuto, la propria immagine del mondo, i momenti quotidiani della propria vita in quella particolare circostanza (il cibo, i rapporti tra i sessi, i rapporti familiari); il terzo obiettivo (per i testimoni ospitati al nord) quello di cogliere differenze e affinità con le culture eventualmente incontrate nel viaggio in Emilia e le altre regioni ospitanti.
Nel documentario le storie personali, le fotografie, i racconti si sommano in maniera più libera e “caotica” rispetto al soggetto e all’iter narrativo del libro. Fa da sfondo la raccolta e la sistemazione dei materiali acquisiti (fotografie, filmati, interviste, poesie, canti, manoscritti ecc.), delle esperienze affrontate (assemblee pubbliche, raccolta di materiali della memoria attraverso richieste pubbliche, filmati di repertorio), l’uso di metodi diversi e interdisciplinari utilizzati (la cultura del vestire, del cibo, delle tecniche del lavoro, della festa, della narrazione). Si è realizzata così, già prima dei prodotti finali, una documentazione complessiva che consente l’eventuale produzione di altri prodotti editoriali (catalogo fotografico, CD-ROM, DVD interattivo), allestimenti espositivi (mostra fotografica con testi e audio), eventi spettacolari (musica e teatro). Gli stessi materiali espositivi e multimediali potranno essere utilizzati in funzione didattica realizzando esperienze di laboratorio e interventi nelle scuole.
La macchina da presa del cineasta si è piegata alle esigenze della ricerca storica, seguendo le interviste sui tempi lunghi del racconto autobiografico. I narratori non sono stati spinti dalle domande incalzanti, come spesso avviene nei reportage giornalistici, che quasi tolgono il respiro alla narrazione. Il lavoro di taglio e montaggio successivo ha ricollocato frammenti e divagazioni in un quadro rappresentativo decifrabile ed emotivamente efficace.
Al contrario, nel testo scritto (I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie) l’analisi del ricercatore ha sopperito alle carenze di immagine e di contesto ambientale, con la descrizione di particolari, modalità d’incontro e individuazione di testimoni e luoghi della ricerca, attingendo alla memoria delle immagini registrate, trascrivendo le parole e rielaborandole, osservando attentamente le riprese, provando a ridisegnare le parole sulla carta.
Il racconto si è quindi spontaneamente sostituito al saggio storico, inizialmente previsto, rivivendo i momenti dell’incontro con i protagonisti degli eventi, ripercorrendo le tappe di un viaggio alla ricerca di storie e di immagini. Provando anche a raccontare non solo i soggetti che avevamo di fronte, ma anche noi stessi con i diversi “attrezzi” che ci hanno consentito di diventare testimoni a nostra volta di storie prima sconosciute.
In un precedente lavoro di ricerca, pubblicato ne La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia (G. Rinaldi e P. Sobrero, Aramirè, Lecce 2004), era il registratore magnetico che fissava le parole, i rumori, i suoni, costruendo un “paesaggio sonoro” che andava poi trascritto, ricordando quello che si era provato e vissuto durante l’ascolto, nello scambio tra ricercatore e intervistato. Oggi, con la videocamera, è il “rivedere”, fermandosi, rallentando, scorrendo velocemente, che permette di raccontare
e descrivere atteggiamenti, sguardi, emozioni, tentennamenti, sottolineature. Anche la trascrizione fedele del racconto registrato diventa quindi parziale, indecifrabile, e solo la narrazione di tipo letterario ci riconsegna l’esperienza del testimone, mai solitaria e sempre collettiva (testimone e ricercatore).
Il racconto cinematografico, a sua volta, ha avuto bisogno del narratore (il ricercatore) per collegare le diverse testimonianze raccolte in luoghi e contesti diversi. Alla fine i due prodotti si sono affiancati, rimanendo differenti. Costruiti insieme nella prima fase di raccolta in viaggio, per poi ricostruirsi separatamente, ognuno seguendo i canoni del proprio linguaggio specifico.
NOTA
“Lo Squaderno” Rivista di discussione culturale, n. 12, giugno 2009, pp. 59-61 (monografia su “Ricerca, inchiesta, documentario” a cura di Andrea Mubi Brighenti, Cristina Mattiucci, Domenico Perrotta). Puoi consultare l’intera monografia qui.
A 12 anni dal libro I treni della felicità (2009), le storie in esso contenute sono confluite, insieme a quelle incontrate nella nuova ricerca, nel libro di Giovanni Rinaldi, C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia (Solferino, Milano 2021 – Premio B. Croce 2022)


