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Intervista di Giovanni Rinaldi realizzata per la raccolta #storieorali del progetto CitizenHistory#Bovino, presenti Lea Durante e Maddalena Zambri Cereste. Bovino 28 agosto 2024.

Mio padre si chiamava Serafino Gorizia Cereste, mia madre Antonietta Pignatiello. Mio padre andò in Inghilterra perché i suoi, che erano agricoltori, ebbero due annate cattive. Dopo due annate negative non avevano i soldi per pagare… Mio zio già stava in Inghilterra, papà fece la domanda per andare in Inghilterra, a Prato, in America, e le prime carte che arrivarono erano per Peterborough. Qualche settimana dopo, che lui aveva già accettato, arrivarono anche le carte per Prato, però lui già aveva firmato e se ne andò in Inghilterra. Poi, dopo un anno in Inghilterra, [si commuove e si ferma] lui non ce la faceva senza di mamma [pausa, gli lacrimano gli occhi]. [foto mamma e Marco] E se ne venne anche mamma… con me! Loro vivevano nelle baracche dei soldati. Per andare in Inghilterra in quel periodo dovevi avere un contratto di lavoro che durava quattro anni, dovevi essere sicuro di avere un posto dove vivere e dovevi essere di buon carattere. La legge che gestiva queste cose si chiamava Aliens Order [la legge che stabiliva le regole relative agli stranieri immigrati per lavoro in GB]

ci davano un libretto con la foto, date… lui si doveva presentare alla polizia una volta al mese, doveva essere timbrato e se facevano qualche cosa di male, piglia e te lo rimandavano qua, in Italia. In quel periodo in Inghilterra c’erano solo italiani e polacchi, ma la maggioranza erano italiani, parecchi bovinesi. Diceva un prete che nel 1953, a Valleverde, al santuario, celebrò la messa per 150 ragazzi che partivano da Bovino per l’estero.

Mio padre faceva quello che facevano tutti gli altri: i mattoni. La fortuna di papà, in un certo senso, è che lui fu preso prigioniero a Tobruk dagli Inglesi. Allora lui lo mandarono in Sudafrica per la prigionia e lui stette in Sudafrica sei anni, come prigioniero, però lì lui imparò un po’ dell’inglese e poi fece il corso da elettricista e lui i finì le scuole, perché nel campo lì [il gigantesco campo di internamento “Zonderwater” a poca distanza da Pretoria] c’erano dei professori che davano lezioni. Allora lui quando tornò dalla prigionia era “educato”, prima no, era ragazzo che mandavano a lavorare nei terreni. Un altro mondo.
Noi arrivammo in Inghilterra, io e mamma Antonietta, nel ’53. Lei si chiamava Pignatiello, ma in Inghilterra era Cereste, perché lì la moglie prende il cognome del marito. Noi vivemmo in una casa sulla Lincoln Road di Peterborough… non era una casa, ma un posto dove tenere neanche i porci, il bagno era giù nel giardino. Eravamo quattro famiglie in quella casa, con tre camere da letto e pagavamo due sterline e dieci scellini alla settimana d’affitto. Quando tu pensi che era un terzo della paga, per vivere in quelle condizioni… Adesso il padrone della casa lo avrebbero arrestato, però in quel periodo era legale, che puoi fare? Allora, mio padre si fece imprestare un po’ di soldi da certi amici e si comprò la casa. Era bella grande, in un posto discretamente buono, però era tutta da rifare, manco il bagno, niente. Allora mio padre aveva fatto un po’ di lavori qui a Bovino come muratore, con le pietre, queste cose qui e allora lui, certi altri amici italiani, fecero il bagno, la cucina, misero la casa a posto. La ricostruirono. Amici bovinesi: la famiglia Malgeri, i Caruso, eravamo grandi amici, i Marseglia.
La fabbrica dei mattoni: la London Brick, l’inferno di Dante
In Inghilterra in quel periodo noi eravamo italiani: non eravamo né ben visti né voluti, una cosa difficile. Poi molti dei lavori, molte delle aziende che esistevano a Peterborough in quel periodo erano aziende che lavoravano per lo Stato, allora io, essendo italiano, cittadino italiano, io il lavoro da loro non lo potevo avere. Allora le mie scelte non è che chissà che c’era: andare ai mattoni?! Mànghə muòrtə!!!

La fabbrica si chiamava London Brick, era una buona azienda, considerando il periodo, perché… una volta all’anno invitavano le famiglie a portare i figli dove lavoravano i padri. Io mi ricordo… c’era anche lo zio di Maddalena, mia moglie, che lavorava nello stesso posto di dove lavorava papà, dove arrivava l’argilla, che poi loro infornavano questa argilla e la facevano a mattoni. Ma non è che ci stavano i grandi macchinari come oggi! Facevano a mano i mattoni, era come l’inferno di Dante. La bella cosa di quel giorno è che mi fece decidere che io lì non andava, per nessun motivo. Mio padre fortunatamente, poiché era elettricista… ecco un’altra stupidaggine: era elettricista… l’agenzia degli autobus era statale, e allora l’hanno trasferito da London Brick – a fare i mattoni – a fare l’elettricista, però lui, ché era italiano, lo pagavano come manovale, no come elettricista.
Quando mamma e papà cominciarono a gestire il negozio di generi alimentari, io conoscevo tutti gli italiani a Peterborough. Perché io parlavo l’inglese, ero forse l’unica persona che parlava l’inglese bene. E quella è stata la mia fortuna, perché io tenevo due anni e mezzo quando sono arrivato in Inghilterra, e andavo a scuola a quattro anni… La mia fortuna è stata anche un’insegnante che mi voleva molto bene. Lei ha seguito tutta la mia carriera, nella sanità, nella politica, nella nostra città, tutto tutto tutto. Lei sapeva tutto! [gli lacrimano gli occhi] Lei mi ha insegnato, lei mi ha fatto imparare l’inglese. Io però, anche essendo dislessico, anche avendo problemi con gli inglesi, io ogni anno sono stato promosso, non solo, sono stato il primo dell’anno a tutte le scuole finché ho fatto le scuole con l’esame nazionale, dove il “normale” [per essere promossi] era presentarsi su 5 materie, io sono stato promosso su 16! Infatti il direttore di scuola non mi voleva neanche far fare alla scuola dove stavo io e mi ha mandato al collegio regionale, per due giorni alla settimana, per fare la matematica, fisica, l’art [educazione artistica e tecnica]! e la storia. Loro erano limitati a quello che potevano insegnare a scuola… perché essendo italiani, loro pensavano che eravamo tutti stupidi, e allora non potevi fare… [le scuole migliori].

The thinker and the maker
Mamma e papà erano due personalità completamente diverse [foto dei genitori]. Papà era the thinker, come si dice in italiano? Il pensatore, doveva pensare come dovevano fare le cose, poi le faceva, ma le faceva nel suo modo, alla sua velocità. Mia mamma era completamente l’opposto, si faceva così… [unisce le mani creando un cerchio con le dita e ride]. Quando tu pensi che papà lavorava ai mattoni nell’anno ’50 e si portava 6 sterline e 10 scellini a casa, puliti. Mamma: lavorava alla fabbrica della frutta, mettevano la frutta negli scatoli. Mamma lavorava a cottimo, e si portava 13 sterline alla settimana a casa! E lei… ora ti racconto una storia e ti faccio ridere. Noi stavamo facendo i lavori, a casa, la prima casa. Viene l’autista di quelli che forniscono i materiali per i lavori edili. E c’aveva dei sacchi di cemento, da scaricare. Venne dentro, stavo pure io, venne dentro in casa e lui disse a mamma, Senti c’è il boss? perché dobbiamo scaricare. E mamma, Mio marito? No no vengo pure io, non ti preoccupare! Allora andammo fuori, io con mamma, e quest’uomo, autista, facchino, come lo vuoi chiamare, prese un sacco di cemento e se lo mette sulla spalla, per portare il cemento in casa. Mia mamma, prende uno con un braccio, l’altro con l’altro braccio [mima la scena]… E quello: Meno male che non mi so’ sposato io con te! [unisce le mani sulla testa e ride] Lei aveva una forza, i Pignatielli sono stati di nomina così… Mio nonno Pasquale faceva il facchino… Lei ha fatto la sarta, lei era sarta di mestiere, e lavorava veramente bene. Allora, nei primi anni che faceva? Noi avevamo questa bella casa grande, ma veramente bella casa, per una casa inglese era veramente bella grande e allora avevamo degli ospiti in casa, lei affittava le camere, bed and breakfast! Poi faceva la sarta, poi andava a lavorare, guadagnava per quattro volte quello che guadagnava papà. Proprio una donna bovinese DOC! [ride] Veramente imprenditrice. Papà poi alla fine ha fatto delle belle cose, guadagnava anche bene, però mamma è un altro tipo. Papà ci pensava, comprava vendeva acquistava. Mamma no, lei lavorava! Un’altra cosa. Poi, quando abbiamo aperto il negozio, lei si è uccisa di lavoro, perché si apriva alle nove di mattina e si chiudeva alle dieci di sera. Noi siamo stati i primi italiani ad avere la licenza per vendere alcolici a Peterborough. Off-license si dice in Inghilterra, non si può bere sul posto dove acquisti, devi bere fuori. Nei primi anni non si trovava una bottiglia di vini italiani, si trovavano solo vini francesi e io già a dodici anni compravo facevo… [fa segni di scambio con le mani].

La scuola, i primi lavoretti, la voglia di emergere.
A scuola, sul turno [tornio] facevo certe cose particolari, ché sono molto bravo… il mio insegnante di scuola, il professore di legno, di falegnameria, prendeva i pezzi miei e li vendeva ai negozi che vendevano i pezzi d’art [artigianato artistico], veramente una cosa ridicola, perché a me mi davano 2 sterline e mezzo per un pezzo di art – a dodici anni! – quando papà lavorava e si faceva un mazzo così per 6 sterline e 50!

E poi la legna io non la pagavo neanche, perché tenevamo intorno alla scuola un bel bosco pieno di alberi inglesi, ash trees [i frassini], quelli per fare le aste, gli inglesi sono famosi per le aste, e allora usavo questo tipo di albero, e poi avevano piantato anche questi alberi canadiani, redcedar [il cedro rosso canadese], e io prendevo questi legni, poi mi facevo regalare dei pezzi residui, pezzi e pezzettini dagli altri studenti, e facevo le composizioni, poi le passavo sul tornio e facevo dei cestini in legno [con le mani indica le forme inconsuete in cui li realizzava], tutti di vari legni diversi, e per i portafrutta mi davano pure di più.
Io avevo un amico, lui mi stava facendo capire come funzionava con le cose antiche [un rigattiere], compra vendite… lui aveva anche un business immobiliare, io già mi avevo cominciato a interessare dell’immobiliare, ma a dodici anni ero troppo piccolo, in Inghilterra a meno di diciotto anni non puoi fare niente, non puoi neanche mettere la firma. Lui sapeva che a me piacevano tanto i libri. Mi disse, Senti, all’asta ci sono dei libri… Era l’Enciclopedia Britannica, che è considerata la più famosa… Andammo a vederli… era una edizione del 1847. Però la cosa più bella è che c’era anche il mappamondo, originale, tutto in colore. Allora chiesi all’uomo che faceva l’asta quanto voleva. Disse, Non più di 20 sterline. Andai da papà, Papà senti, mi dai 20 sterline, io te le do indietro – perché io glieli davo sempre indietro, i soldi che guadagnavo. E lui mi dette 20 sterline. Andammo e quello che non avevo capito è che non erano solo i libri, insieme c’erano tutta una serie di scatole piene di roba, non so dire neanche che c’era dentro, non mi interessava. Subito dopo che ho comprato quei libri venne l’uomo dell’asta e mi dice, Senti, tu tutte quelle altre cose le vuoi? Io dicetti No. Disse, C’è una signora che le vuole comprare. Venne questa signora, disse, Mi vuoi vendere quelle? Dissi sì. Quanto vuoi? 20 sterline! E allora io mi presi i libri – che non li ho pagati – e restituii le 20 sterline a papà… Io ce l’ho ancora adesso, dopo sessant’anni e più, il mappamondo [foto mappamondo] vicino alla mia scrivania. Troppo bello, troppo bello! Tutto fatto in pelle, antico…

A undici anni ho passato l’esame per passare alle scuole superiori, quelle che chiamano le grantschool [scuole private d’eccellenza con sostegno statale] dove vanno le persone più… [mette l’indice sulla tempia]. Io l’esame l’ho passato, chiamarono a mammà e a papà: Eh, no, il posto qui per Marco forse non c’è… lo diamo a un inglese. E mi mandarono alla scuola dove, diciamo, vanno le persone non tanto intelligenti. E poi non mi mettettero neanche nella serie A, mi misero nella serie B, ma io li ho fregati a tutti quanti, dal primo anno! Primo in classe, come risultato; primo in scuola, per tutti gli anni che sono stato a quella scuola. Tutti, ogni anno, senza dubbio. E aiutavo anche gli altri.
Imparare il business per le strade
La mia fortuna, in un certo senso, è stato che… io ho avuto sempre questa testa, sia sportivo sia business. E io a sedici anni ero uno dei campioni al bowling inglese, certi dicono il campione… Uno dei giornali nazionali venne a farmi l’intervista, allora sulla pagina sportiva, l’ultima pagina del giornale della domenica, c’era la mia foto, la storia della mia capacità come sport e la storia della mia capacità come business, perché io c’avevo il negozio. 1968.

Un commerciante ebreo vide quest’articolo e chiamò mio padre, mi voleva conoscere. E allora facemmo l’appuntamento e io andai a Londra a conoscerlo. Diciamo che ci siamo conosciuti bene. Lui era ricco, molto ricco, e mi finanziava i progetti. Non solo. La cosa più importante, che non avrei mai imparato alla scuola o all’università: il business è una cosa [che si impara] per le strade… sì, tu puoi imparare la teoria, nella scuola o nell’università, ma… mi ricordo un giorno, io vendevo il materiale, il tessuto per fare i vestiti, perché allora era un periodo in cui tutti si dovevano vestire bene, tutti si vestivano bene, no come oggi. Giacca cravatta camicia vestito come si deve e c’era un tessuto che io non lo riuscivo a comprare in nessun posto, qualcuno l’aveva ma era molto costoso. Io gli chiesi se conosceva qualcuno, lui prese il telefono e poi mi disse, Vai lì. Andai lì: tutto ciò che volevo! Con una telefonata potevo comprare qualsiasi cosa, tessuti, camicie, cravatte, maglie, bluse… Se le dovevo comprare a un altro posto le dovevo pagare per tre volte. Allora, io prendevo il tessuto per 20 sterline – un vestito firmato costava 80 sterline, il sarto me lo faceva per altre 20 sterline -, allora un businessman che voleva investire, con 40 sterline faceva vestiti che valevano 80. Perciò li vendevo. E poi ogni tre vestiti che il sarto faceva per gli altri ne faceva uno a me gratuito. Business, business!
Quando avevo il negozio, avevo comprato già una prima casa, solo come investimento, a diciott’anni! Perché io che facevo? Giocavo a bowling, ero bravo, ero veramente bravo. Allora il venerdì, il sabato sera e la domenica, io giravo l’Inghilterra a giocare per i soldi. Allora io guadagnavo quattro volte quello che guadagnava mio padre, in una serata di bowling! Non perdevo mai. E guadagnavo bene i soldi. Poi papà un giorno mi dice – avevo già comprato una prima casa per investimento: Tu ti devi comprare anche una casa pure per te, ti ho trovato una bella casa. 3.200 sterline, negli anni Settanta, forse ’71. Io non volevo. No no, tu ti devi comprare una casa!
Con Bovino che legami avete mantenuto?
Parlavano sempre il bovinese, mammà e papà, bovinese. Io ho imparato un po’ d’italiano all’asilo, perché le suore scalabriniane [Suore Operaie della Santa Casa di Nazaret] parlavano solo l’italiano e quando mamma mi portava lì parlavo l’italiano. A casa: buvinésə! Ora a casa si parla solo l’italiano perché la mia signora se sente che le parli inglese, non risponde. In casa solo in italiano. Sono venuto a Bovino la prima volta nel ’74, con mio nonno Pasquale. E ho conosciuto la famiglia che stava qui a Bovino e… non lo so… In Inghilterra nei primi anni non è che si stava bene. Si stava bene economicamente, ma le altre cose… Quando tu vivi in un contesto dove non sei voluto, non ti vogliono bene, non ti fanno fare le cose che tu ti meriti, tu lo rigetti, come si dice? Lo rifiuti. Allora, una volta che tu hai rifiutato, tutto quello che è inglese non ti va. [ha il volto contratto e fatica a parlare] Allora, i legami, ti portano anche un dolore [voce rotta per l’emozione], perché lo Stato nostro di noi s’aveva dimenticato, ma di noi loro volevano solo le remittenze, come si dice? le rimesse. Era il secondo capitolo del bilancio dello Stato italiano allora. Hai voglia, erano enormi questi soldi!
Un emigrato sente due rifiuti?
Sì, uno e l’altro, tieni un piede in un posto e un piede nell’altro. [si asciuga le lacrime]. Noi fortunatamente, in Inghilterra, quando sono arrivati i neri e i pakistani, gli italiani diciamo sono stati trattati meno male; non meglio, meno male. Adesso è tutta un’altra cosa, però in quei periodi era difficile, i primi vent’anni era veramente difficile. In Inghilterra un emigrante per fare progressi deve essere tre volte meglio degli altri. Io se ho fatto qualcosa l’ho fatto perché mi SONO DATO DA FARE! Lavoravo, sempre lavoravo. Adesso non ho più la forza di una volta, però…

Nel 2024 Marco Cereste, dopo diverse onorificenze, viene eletto primo sindaco italiano in Gran Bretagna.
Ho fatto un sacco di lavoro con l’emigrazione, con gli emigrati… ho tre “onori “italiani, ho il Cavalierato, il Cavalier Ufficiale, e il Grand’Ufficiale. È il massimo per un emigrato, è il massimo che si può avere per un emigrante. E li ho avuti per i lavori che ho fatto per le nostre comunità, non solo in Inghilterra, ma anche nell’Europa. A Peterborough abbiamo fatto il censimento nell’83 e c’erano 1600 famiglie. In quel periodo si sposavano solo italiani con italiani, non è come oggi. Oggi sono 10-12-13-14mila italiani, di origine italiana, che forse non parlano neanche una parola d’italiano. È un peccato. Eppure noi abbiamo un’associazione dove c’è tutto, abbiamo una grande associazione, bovinesi e italiani, la gran parte sono bovinesi [ICA Italian Community Association, che Cereste presiede da 40 anni]. Lì puoi venire anche ad imparare la lingua italiana, il martedì si fa il pranzo degli anziani, li andiamo a prendere e li portiamo.
Mi hanno eletto loro sindaco, Mayor, gli inglesi, mica mi hanno eletto gli italiani. Se loro non lo volevano non lo facevano. Poi io so fare, so come si fa a essere imparziali. Io devo essere anche imparziale politicamente, come sindaco, sono il presidente del Consiglio e allora nel Consiglio non posso fare politica, la legge non lo permette.
Oggi vorrei fare altre cose, non dico che me ne vorrei andare in pensione, ma altre cose. Mi piacerebbe andare a imparare a fare l’orefice. Io ce tenessə propriə!
Vai alla video-intervista nel sito del progetto CitizenHistoryBovino.