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Antica Posta del Ponte di Bovino, Bovino, Duchi Guevara, emigrazione, lavoro femminile, Nardò, oral history, storia orale, Tabacchificio, tabacchine, tabacco, Taverna del Ponte
È il 13 agosto 2025, sono a Bovino, in provincia di Foggia, per un incontro nel Museo Civico C. G. Nicastro in cui presento le prime storie orali autobiografiche che ho raccolto in paese nell’ambito del progetto CitizenHistory#Bovino.
Al termine dell’incontro una signora, Tina Berardi, prende la parola e racconta sommariamente una storia insolita per questo territorio. La storia delle tabacchine che lavorarono tra il 1946 e il 1957 alla cernita del tabacco presso la Antica Stazione di Posta del Ponte di Bovino, conosciuta come La Taverna del Ponte, appartenuta per secoli ai duchi Guevara, grande e complessa struttura sulla riva nord del fiume Cervaro allo sbocco del ponte che lo attraversa, a poca distanza da Bovino.
Tutti i presenti ascoltano il racconto di Tina, sorpresi e incuriositi. Nessuno sembra conoscere questa storia, ma pochi giorni dopo, in un fascicolo curato da Maria Grazia Marseglia fornitomi da Lea Durante, trovo una fotografia con la didascalia “Lavoratrici del tabacco 1956”. Decido di intervistare la Berardi e il 25 agosto, nella stessa saletta del Museo Civico, la incontro per la video-intervista. Il suo racconto si arricchisce di dettagli e aneddoti. Mi parla soprattutto di sua suocera, Antonella Patera, la “Maestra del tabacco” venuta appositamente dal Salento a Bovino per organizzare e dirigere il lavoro di circa 120 tabacchine. Mi racconta di una donna, forte, determinata ed emancipata (e severa nel suo ruolo di fiduciaria della proprietà) che si stabilì in paese e qui rimase a vivere.
Il racconto di Tina Berardi

Ero venuta al Museo per caso, perché mi incuriosiva il tema dell’incontro, le storie mi affascinano. Mio marito, Franco Papadia, purtroppo non c’è più e lui sarebbe stato di grande aiuto. Sua madre, mia suocera, Antonietta Patera, era la Maestra del Tabacco. Era di Nardò, nel Salento, dove le tabacchine avevano una lunga tradizione. Come donna era una molto moderna, arrivò a Bovino prima del ’50, credo nel ’47.
La Posta del Ponte – dove avveniva la lavorazione del tabacco – era la sua casa, che ottenne subito quando accettò il lavoro, appena la chiamarono, fu proprio un accordo. Prima di venire qui a Bovino aveva avuto anche altre esperienze simili. Era già una Maestra del tabacco conosciuta, esperta e richiesta. Non c’erano però molte come lei, disponibili a trasferirsi, perché una donna a quei tempi non lasciava la famiglia, eh no! avveniva il contrario, il maschio lasciava la famiglia e andava a lavorare all’estero. Fu una donna veramente all’avanguardia, diciamo moderna, sì, ecco, moderna. Lasciò la famiglia e venne da sola qui con una amica a lavorare in questo edificio, perché evidentemente gli amministratori, ottenuta la concessione dal monopolio, fecero delle ricerche in Puglia per assumere una Maestra esperta. Forse era già stata in un’altra azienda di lavorazione del tabacco a Cerignola, dai Pavoncelli.
Antonietta lasciò a Nardò il marito con il figlio Franco. Prima di partire aveva mandato il figlio in seminario – era una donna molto cattolica, con preti e suore in famiglia – sperando diventasse sacerdote, se non che un suo nipote, anche lui in seminario, diventò sacerdote, mentre il figlio fu cacciato, perché si erano accorti che… non era proprio portato. Pochi anni dopo il suo arrivo solitario a Bovino, quindi, le famiglie Patera e Papadia spinsero il marito rimasto a Nardò con suo figlio a riunirsi alla moglie. Antonietta Patera a Bovino si fece notare, perché era veramente libera, diversa da tutte le altre donne del posto. Era molto avanti per quei tempi, faceva un po’ impressione, anche perché era una donna statuaria, abbastanza robusta, alta.

Appena arrivata Antonietta Patera a Bovino, partirono le assunzioni, perché c’era già un gruppo di donne pronte per il lavoro del tabacco e c’era l’ufficio di collocamento che se ne occupava. All’ufficio di collocamento c’era Pasquale D’Andrea, dirigente democristiano bovinese. Fu proprio Pasquale a dirmi: tua suocera è davvero particolare, la prima tessera della DC a una donna l’ho fatta proprio a lei. Lui è stato sindaco più volte, “comandava” il paese in pratica e sicuramente avrà dato indicazioni, avrà raccolto queste donne anche per portare voti. In certi periodi lavoravano 100-120 tabacchine. La lavorazione iniziava con il raccolto, alla fine della primavera o in questo periodo estivo, non so di preciso, poi proseguiva tutto l’inverno. Immagino anche il freddo: queste donne avranno sofferto da morire, perché quel capannone era gelido…
La chiamavano la Maestra del tabacco perché era un’esperta e spesso mi spiegava come avveniva la selezione delle foglie: c’erano tre tipi… le più grandi per il tabacco da sigari, poi c’erano quelle più piccole e le migliori per le sigarette, forse le più costose, venivano destinate a sigarette di alta qualità, se si può dire qualità per le sigarette, non so… poi mi parlava anche dei tipi di foglie, della integrità del colore e di tanti altri particolari. Tutto questo tabacco arrivava dai possedimenti del duca in Campania (in particolare Avellino e Benevento), ma anche dai terreni più vicini di Giumentareccia (probabilmente la zona della Masseria Giumentareccia in agro di Orsara di Puglia), dove c’era l’allevamento dei cavalli e delle pecore. I Guevara erano ricchissimi, avevano un po’ di tutto.

Antonietta Patera, maestra del tabacco, era incaricata di insegnare e controllare il lavoro delle tabacchine. Alcune di loro mi dicevano che stava sempre lì, mentre lavoravano, le controllava, pressava ed era molto severa, perché doveva dar conto ai padroni, agli amministratori, non tanto al duca, che vedeva una volta sola all’anno, quando passava. Lei mi raccontava quando in azienda arrivava il duca con la sua macchina e l’autista. Il duca, da lei, si faceva anche anticipare dei soldi – così diceva – e naturalmente lei si sentiva orgogliosa di questa cosa, però credo fosse anche un po’ imbarazzante. Mio marito Franco mi disse soltanto che il duca si fermava da lei prima di andare in ferie.
Signora quanto possiamo incassare quest’anno? le chiedeva il duca.
Lei era molto svelta con la matematica, con i conti, era fenomenale… – venendo da famiglia di imprenditori – e aveva abilità di conto con calcoli mentali.
Abbiamo fatto tanto e quindi guadagneremo tanto… rispondeva al duca.
E lui tutto contento “prendeva” e partiva per le ferie, se ne andava a Capri. Il duca in persona, il duca in persona parlava con mia suocera! Anche mio marito Franco l’ha conosciuto, da piccolo, ed era innamorato della sua macchina, con l’autista col cappello – lo chauffeur – che scendeva e apriva lo sportello al duca… Bellissimo, bellissimo!

Le donne, le tabacchine, andavano al lavoro a piedi – da Bovino fino alla Posta del ponte – quasi tutte, magari qualcuna sarà scesa con i carrettini, non c’erano i “mezzi”. Per quello che guadagnavano, secondo me, potevano permettersi di scendere in pulmann, ma poi non si sarebbero trovate con gli orari. Partivano di notte, prestissimo, alle 4 e mezzo, le 5, scendevano dai sentieri, non c’era una strada, solo il sentiero che va da Bovino a Valle Verde e da Valle Verde al ponte (circa 5 chilometri). Era impervio oltretutto, tutto in terra battuta. Ne conosco solo un tratto… l’ho fatto mille volte a piedi, da Bovino al santuario di Valle Verde.

Anche mio marito Franco, da ragazzo – fin quando la mamma non gli comprò un vespone – andava giù a piedi al Ponte con i compagni, perché lì abitavano in molti: c’erano ristoranti e molte altre attività, botteghe, la taverna. Diversi suoi amici abitavano lì come lui: il figlio del capo stazione, il figlio del meccanico, un meccanico che lavorava solo per il duca. Era una specie di borgo, infatti, una cittadella.

Intorno al ’56-’57, quando ci fu il fallimento delle attività dei Guevara, si fermò anche la fabbrica del tabacco. Negli ultimi anni prima del fallimento i proprietari non riuscirono più a retribuire Antonietta Patera e le dettero quindi la possibilità di conservare l’abitazione. Suo marito Antonio lì aveva realizzato dei giardini pensili con palme di ogni tipo, perché quella era la sua passione, spesso si pranzava in quei giardini. Quando poi chiusero del tutto l’azienda, portarono su in paese – nella nuova casa – gran parte di queste piante, ma morirono, perché evidentemente la temperatura su in paese era più fredda, mentre giù erano ben protette.
La prima volta che visitai quel luogo, avevo 16 anni – era il 1961 – e con il fidanzatino mio Franco, figlio di Antonietta, andai giù alla Posta del Ponte a incontrare la sua famiglia. Eravamo ragazzini e la mamma di Franco mi fece visitare tutti i locali, la sua casa e il resto: tutto mi sembrava enorme. A quel tempo la Posta del Ponte era strutturata così: c’era un loggiato bellissimo dove abitava mia suocera, poi un grandissimo capannone che era stato destinato alle lavorazioni delle tabacchine. Dall’altra parte del loggiato, la parte bella, c’erano delle stanze molto grandi per le attività amministrative. In casa della famiglia di Franco c’era anche il bagno! A quei tempi non era facile trovare il bagno nelle case, ma so che nel capannone di lavoro – vedi come erano avanti i Guevara come mentalità – avevano creato i bagni per le lavoranti.
La cosa fantastica – entrando in casa – fu trovarmi di fronte a una quantità immensa di suppellettili pregiate, stampe meravigliose, armature meravigliose. Io mi innamorai dei braceri di ottone, monumentali, bellissimi, che servivano per riscaldamento. Tutti i mobili e gli oggetti provenivano dal castello ducale, al centro del paese. Probabilmente dopo il fallimento la famiglia Guevara cercò di salvare il salvabile e depositarono una parte dei beni giù alla Posta, per non perderli con il sequestro. Erano tutti inventariati, c’erano targhettine su ogni cosa e mia suocera nel suo appartamento custodiva servizi di cristallo e altre cose molto pregiate.
Antonietta aveva le chiavi di ogni vano, me le fece vedere.
Devo stare attenta, diceva.
Era un po’ la custode di questo posto. Continuò ad abitarci fino agli anni in cui avevo i miei figli già grandicelli, intorno agli anni Settanta.
Antonietta Patera, a Bovino, parlò sempre leccese. Sapeva scrivere e parlare bene anche l’italiano, però amava la lingua sua, non ha mai imparato o accettato una parola bovinese, a differenza di mia madre che era sarda, arrivò giovanissima e imparò completamente il dialetto, dimenticando il suo.
Mia suocera era un altro genere di donna, matura, presa dai suoi compiti, e nei suoi progetti voleva tornare nella sua terra. Ma non ci riuscì mai, rimase qui a Bovino.

Dopo l’incontro con Tina Berardi pubblicai un post in cui accennavo alla storia delle tabacchine di Bovino e della Maestra del tabacco. Al post univo la foto di gruppo delle tabacchine da cui tutto era partito. Il post fu condiviso e commentato da moltissimi utenti, arricchendo di aneddoti e informazioni la storia raccontata da Tina.
Molti commenti mostravano il forte desiderio di ritrovare, in quella foto di gruppo, tra quei volti, quello della propria madre.
Di seguito una breve selezione di come una storia raccontata individualmente si trasforma in passaparola, in racconto corale, e torna ad essere patrimonio collettivo di memoria.
Rita Manese-Dando ricorda le parole di sua madre: Quel lavoro era la sola uscita che facevamo con le compagne, l’altra uscita era a messa, con la mamma.
Giulia Nunno ricorda la sua infanzia di lavoro: quando nacqui i miei genitori abitavano “al ponte”, mio padre era il fattore del duca. Io ero piccola, ma ricordo che piantavamo il tabacco alla masseria. Maxim Vecchi ricorda che sua madre, Emma Liberatore, a 16 anni perse un occhio a causa della polvere di tabacco. Gli risponde Diana Trombacco ricordando che le loro madri erano amiche e lavoravano insieme alla fabbrica del tabacco.
Tony Russo (da Toronto) ritorna agli anni precedenti la sua emigrazione in Canada: le tabacchine la mattina si riunivano su corso Vittorio Emanuele per prendere il pulmann che le portava a lavoro, a lu tabacche; a Bovino si cantava anche una canzoncina per quelle donne: Punt’e tacche, punt’e tacche / viva le femmene ca vanne a lu tabacche.
Subito risponde Tina Berardi: la filastrocca continuava così Arrevete a lu magazzeine / punt’e tacche cu li scarpeine; le donne andavano a lavorare a piedi, per sentieri, e portavano scarpe vecchie, povere donne con le scarpe chiodate (le Centredde, dal nome dialettale dei chiodini a testa grande che limitavano il consumo delle suole); poi, arrivate giù al Ponte, all’opificio, mettevano quelle buone per non sporcare il pavimento.
Tony Russo aggiunge un aneddoto giovanile: ero giovanotto, era tempo di raccolto del tabacco, io e un mio amico aspettavamo il pulmann che veniva da Foggia sulla statale 16; per quella strada passava anche il camion che portava le balle di tabacco dalla contrada Giumentareccia, proprietà del duca; con la velocità qualche foglia di tabacco si sfilava dalle balle; il mio amico, fumatore, prese a raccoglierle lungo l’argine della strada e camminando camminando ne raccolse un bel mazzo.
Tina Berardi riporta la testimonianza dell’amica amica Anna Rampino, la cui mamma era tabacchina: quando la neve era alta il pulmann non passava, ed alcune donne per arrivare in tempo al lavoro si sedevano su un vecchio grembiule e scivolavano lungo la discesa del corso; non potevano perdere la “giornata”, pur essendo la paga molto bassa; forse qualcuno avrà pure sorriso mentre facevano quello slalom; è un racconto toccante, ma soprattutto, se posso osare, drammatico per la “normalità” che accompagnava quella dura esistenza.
Nel “dibattito” interviene anche Vincenzo Santoro, caro amico e notissimo ricercatore storico salentino che, condividendo il mio post, scrive: la grande epopea del tabacco salentino, a cui a suo tempo col caro Sergio Torsello dedicammo una ricerca e un volume, ha prodotto diverse vicende di questo tipo; per l’alto livello di specializzazione raggiunto in una coltivazione delicata e complessa, i numerosissimi “tabaccare” e “tabaccari” del leccese erano molto richiesti anche fuori dalla terra d’origine; attratti da paghe migliori, si spostavano in gran numero, sia per periodi stagionali (ad esempio nella zona fra il nord-tarantino e la Basilicata) sia con vere e proprie emigrazioni di carattere più stanziale, come nel caso di Civita Castellana nel basso viterbese, dove sempre nel dopoguerra si decise di avviare la coltivazione del tabacco e per questo si trasferì una comunità proveniente da diversi paesi salentini, che arrivò a diverse migliaia di persone (i lavoratori con le loro famiglie), molte delle quali sono rimaste a vivere lì.
Come a concludere il lungo dibattito Tina Berardi mi scrive: Caro Giovanni, con questa testimonianza rendiamo onore a giovani donne che, in condizioni fortemente disagiate, contribuivano all’economia della loro famiglia. Alcune lavoravano anche per farsi il corredo. Grazie a nome di tutte.
NOTA
© Giovanni Rinaldi
Foto di Tina Berardi (ph. Giovanni Rinaldi)
Foto di Antonietta Patera (archivio privato Tina Berardi)
Fotografia di gruppo e informazioni storiche tratte da: Maria Grazia Marseglia, L’Antica Stazione di Posta del Ponte di Bovino (La Taverna del Ponte), fascicolo stampato in proprio nel 2011.
Foto delle tabacchine nel reparto pressatura fornita da Lea Durante.
Foto dell’inizio del sentiero nel Rione Portella a Bovino (ph. Giovanni Rinaldi).
Foto dall’alto dell’Antica Posta del Ponte di Bovino (mediterraneoantico.it)
Mappa percorso pedonale Bovino-Ponte di Bovino (da it.wikiloc.com)
Un grazie particolare alla mia preziosa editor Anna Maria Giordano.
Le storie di Bovino: leggi anche Marco Cereste: la mia storia, da Bovino a Peterborough