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Il 14 gennaio 2025 ricevo una email. Mi scrive, da Roma, Antonella Soldatelli:

Gentilissimo Sig. Giovanni Rinaldi,
commentando in palestra la mia emozione dopo la visione del film Il treno dei bambini, per aver conosciuto veramente da vicino le storie raccontate nel film, una ragazza di nome Anna mi ha parlato di Lei.
Mi scuso per il disturbo, ma Le voglio raccontare la storia di mio suocero Antonio Menturli, che è diventata il “motto” della mia famiglia, perché lui su quel treno c’era davvero.
Io ho conosciuto mio marito Massimo che avevo 17 anni e quindi suo padre Antonio è diventato per me un secondo papà. Abbiamo condiviso tantissime cose insieme e l’ho amato tanto fino alla fine dei suoi giorni. Morì nel gennaio del 2023.

Mio suocero ci raccontava sempre di questa sua avventura ed i miei figli lo ascoltavano sempre con attenzione. Una volta diventati grandi continuarono ad ascoltarlo con simpatia, soprattutto per la sua parlata romanesca, quando raccontava il suo viaggio da Roma a Modena.  Allora la sua famiglia abitava al Quarticciolo, a est di Roma e con lui partirono il fratello Andrea e sua sorella Adriana (erano tre di otto figli).

Antonio, Andrea e Adriana Menturli partirono da Roma con molta probabilità col primo “treno speciale” – il 19 gennaio 1946 – che trasportava 1.200 bambini destinati alle famiglie ospitali del territorio modenese. Numerosi articoli e cronache de “l’Unità” del gennaio 1946 raccontano dettagliatamente tutte le fasi organizzative e gestionali di questo primo trasferimento “di massa”. Su quel primo treno c’era anche Miriam Mafai, allora ventenne militante dell’UDI, come accompagnatrice dei bambini.

Miriam Mafai ventenne (al centro, in una immagine da RaiStoria)

Miriam Mafai ricorda quel suo primo viaggio di accompagnatrice dei bambini romani in un articolo per “Repubblica” del 9 aprile 2012, “Così salvammo quei bambini”:
«Ho partecipato, allora, alla organizzazione della partenza dei bambini romani per le accoglienti famiglie di Modena. A Roma, a poco più di un anno dalla liberazione, si pativa ancora il freddo e la fame. Nelle case di Primavalle, del Quadraro, del Quarticciolo si viveva di miseria e di espedienti. E noi andavamo di casa in casa a chiedere chi voleva affidarci un bambino per mandarlo a vivere, per qualche tempo, presso una famiglia emiliana che lo avrebbe nutrito, rivestito, mandato a scuola, se necessario curato. Mi chiedo ancora, a distanza di tanti anni, come ci riuscimmo. La fame doveva essere tanta, e tanta la fiducia in noi se ci riuscimmo. E a metà gennaio, da Termini partì il nostro primo treno speciale per Modena carico di scalpitanti irrequieti bambini romani». 

Torniamo al racconto di Antonella:
Mio suocero Antonio rimase lì a Modena quasi un anno. Ha pianto quando è arrivato e ha pianto quando è ripartito, perché non voleva più tornare a Roma.
Di quell’anno rimase solo una fotografia, che conservò per tutta la sua vita.

Antonio Menturli, il bambino in piedi, con la famiglia che lo ospitò in Emilia

La cosa più bella della storia di mio suocero, fu quando, all’età di 80 anni, proprio con questa fotografia in mano, partì da Roma insieme a sua moglie Lina per recarsi a Modena alla ricerca di quella famiglia che tanto lo aveva aiutato, per dirgli “grazie”.
Ma come racconta la canzone, dove c’era l’erba ora trovi solo cemento, si è disorientato, ma non si è perso d’animo e ha iniziato a chiedere a chiunque trovasse per strada, proprio come in un film, se riconoscevano quelle persone nella fotografia che mostrava loro.
Alla fine, tanto ha girato e brigato che finalmente è riuscito a trovare dove abitava quella famiglia.
Ma non erano in casa, era il mese di agosto e si trovavano in vacanza. In casa però c’era un nipote che, quasi incredulo nell’ascoltare questa storia, comunicò alla mamma il numero di telefono di mio suocero, facendoli così mettere in contatto.
Fu una gioia incredibile per tutti, tornarono a Modena per due anni di seguito e furono loro ospiti, poi si sentirono spesso in videochiamata.

Antonio Menturli in Emilia, tra i due figli dei signori che lo ospitarono in Emilia

Purtroppo poi loro vennero a mancare, e i contatti finirono.
Mi scuso tantissimo per il tempo che ha perso nel leggere la mia storia, ma tutto questo mi ha talmente emozionato che ho sentito il desiderio di scriverle.
Antonella Soldatelli

La storia di Antonio Menturli è già bella ed emozionante così, racchiusa in una sola email, ma il mio desiderio di aggiungere particolari o dettagli utili a conoscerla meglio mi spinge a porre alcune domande ad Antonella:
Ricorda in che anno suo suocero si è recato a Modena alla ricerca della famiglia ospitante?
Fu ospitato in città o in un paese o borgo della campagna modenese?
Quali sono nomi e cognomi degli ospitanti modenesi (e dietro la fotografia in bn ci sono scritte)?
Ci sono altri documenti che ricordano questa esperienza di suo suocero (foto, lettere, appunti)?
Ha per caso un contatto col nipote dei signori che ospitarono Antonio?

Antonella mi risponde qualche giorno dopo:
Stiamo cercando notizie tramite il telefono ed il computer, ci siamo ricordati che i figli si chiamavano Ermanno ed Ermanna, e probabilmente sono le persone che gli sono accanto nella foto a colori.

Per due settimane non ricevo notizie, penso quindi di aggiungere nel mio blog, tra le altre storie, anche questa di Antonio Menturli. Ma arriva un’ultima mail – con allegato – che mi invia Antonella:
Con grande emozione le invio quanto abbiamo trovato… questa lettera dimostra tutta la semplicità di mio suocero e rappresenta tutto ciò che le ho scritto nelle mail precedenti!

Sono le risposte alle mie domande! C’è il paese in cui fu ospitato (Castelfranco Emilia), l’anno in cui arrivò in Emilia (1946), il cognome della famiglia ospitante (Franchini), la data del suo viaggio in Emilia alla ricerca della famiglia (24 agosto 2010), l’incontro con il nipote dei signori che lo avevano ospitato (il figlio di Ermanna). Una scoperta importante per me, ma anche per Antonella, suo marito Massimo e i loro familiari.
Antonella infatti mi aveva inviato solo una copia della fotografia in cui Antonio Menturli posava insieme alla famiglia che lo ospitava. Continuando a cercare, a casa dei cognati, è stata trovata la fotografia originale, sul retro della quale Antonio Menturli – il giorno in cui finalmente trovò a Castelfranco Emilia la casa dei Franchini, quella di Ermanna – scrive a stampatello le parole perché quel giorno fosse sempre ricordato.

Franchini Ermanna – 1946 anno
recapito e telefono [oscurati]
Castelfranco Emilia (MO)
dopo 64 anni sono tornato
sul posto dove ero ospitato
dalla famiglia Franchini
e o rintraciato il figlio
di Ermanna e mia detto
che la mamma era al mare
24 – 8 – 2010

Il 24 agosto del 2010, a 64 anni dal bene ricevuto, Antonio Menturli finalmente riusciva a dimostrare la sua gratitudine a chi quel bene gli aveva donato.

NOTA
Miriam Mafai, Così salvammo quei bambini, in “Repubblica” 9 aprile 2012