Tag

, , , , , , , , , , ,

di ROSA ROSSI

Ci sono libri di cui vale la pena parlare, anche se sono ‘scomparsi’.
I motivi per cui ne vale la pena sono spesso molteplici.
Nel caso di Treno speciale, unico romanzo scritto da Fernanda Macciocchi, di motivi ne ho trovati talmente tanti che ho ritenuto necessario parlarne.
Sicuramente è un libro che non si trova in libreria. Se ne possono trovare alcune vecchie copie nel mercato dell’usato e, sicuramente, in qualche biblioteca. Scriverne potrebbe essere una goccia nel mare del silenzio per auspicare una sua ripubblicazione a partire dalla considerazione che si tratta di un romanzo destinato ai ragazzi (dai nove anni in su, fino a quando non cominciano a ‘snobbare’ tutto ciò che ha sentore di qualcosa ‘da piccoli’). Naturalmente la fascia di età per la lettura dipende molto da come i ragazzi sono abituati a casa e dall’esperienza di lettura a scuola: quanto prima vengono a abituati – a casa e a scuola – a leggere tanto più avranno sviluppato l’attitudine a farlo e, di conseguenza, a continuare (1).
La fascia di età è importante perché l’autrice del romanzo ha tratto ispirazione da una vicenda storica, svoltasi tra il 1946 e il 1952 (2), di cui ricostruisce un segmento trasferendolo in una narrazione liberamente ispirata alla realtà, rispettata nella sostanza ma frutto della sua fantasia nei personaggi e nei dialoghi, verosimili, ma non riconoscibili, di ambientazione napoletana, nella prima parte e modenese, nella seconda, con il ricorso prevalente al dialogo tra i ragazzini divenuti protagonisti.  

La copertina della prima edizione di Treno speciale (Vallecchi, Firenze 1954)

Il romanzo è stato scritto quando la vicenda si era appena conclusa. L’autrice, Fernanda Macciocchi (1931), nell’anno in cui il romanzo è stato pubblicato dalla casa editrice Vallecchi – il 1954 -, aveva 23 anni, era redattrice de “Il Pioniere” il giornale per ragazzi diretto da Dina Rinaldi e Gianni Rodari, e sicuramente aveva conoscenza diretta della vicenda in quanto sorella di Maria Antonietta Macciocchi (1922-2007) che, nel quadro della sua attività politica nell’UDI e nel PCI, aveva contribuito direttamente, proprio a Napoli, all’organizzazione di quei treni ricolmi di bambini impauriti e speranzosi. È facile immaginare le conversazioni tra le due sorelle sull’attività portata avanti dalla più grande e il grado di coinvolgimento della più giovane nel contatto con l’impegno, le storie e le impressioni che la sorella viveva in prima persona.
Su questa base ha costruito il romanzo che ha come protagonisti tre ragazzini napoletani che dialogano, si incontrano, si organizzano, scherzano, vivono la loro situazione aiutandosi sia in casa propria sia nelle case delle famiglie adottive.       
L’ambientazione, prima napoletana, poi modenese, ricostruisce le giornate di questi bambini tra i vicoli di Napoli e nelle ‘nuove’ case. Le giornate napoletane sono ambientate nelle vie e nelle piazze, tra i servizi per la famiglia, l’apprendistato in qualche bottega, le marachelle tipiche di bambini abituati a vivere per molta parte del tempo in strada, la felicità di quando riescono a mangiare. Quelle modenesi sono tutte dedicate alla scoperta di case costruite con criteri diversi, paesaggi, abitudini e lingua differenti, non senza qualche fraintendimento con genitori e fratelli ‘adottivi’, la frequenza regolare della scuola e, in generale, in un diffuso clima di solidarietà, che contribuisce a sciogliere paure e sospetti nei bambini partiti verso l’ignoto.   
Alla fine tutti tornano, nonostante qualcuno avesse pensato di fermarsi presso le famiglie ospitanti, non certo per oblio della famiglia o per rifiuto della condizione di povertà, quanto piuttosto per non gravare sulla famiglia originaria. Il racconto è affidato a un narratore onnisciente che conosce la vicenda, la presenta, interviene per raccontare retroscena, punti di sutura, introdurre riflessioni e chiarimenti, facendosi da parte per introdurre i personaggi che, parlando tra loro, fanno avanzare la vicenda (3).
Il testo è corredato dalle illustrazioni di Giovanni Boselli Sforza (Asmara 1924 – Roma 2007), rispondenti al gusto dell’epoca e, dunque, per certi aspetti, datate, ma sicuramente perfettamente in linea con la narrazione verbale. All’epoca della pubblicazione italiana, ebbe anche traduzioni estere, in Albania, Cecoslovacchia e Unione Sovietica.     

Nel 1957 il libro viene tradotto in russo e pubblicato a puntate sul mensile per adolescenti “CMEHA” suppl. della PRAVDA.

Avrebbe senso riproporlo oggi? Esiste un pubblico al quale rivolgerlo?              
Riconsiderandolo a distanza di alcuni giorni dalla celebrazione del Giorno della memoria per le vittime dell’Olocausto, istituito dalle Nazioni Unite il 1 novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria e fissato per il 27 gennaio, ossia il giorno in cui, nel 1945, l’Armata Rossa liberò il campo di concentramento di Auschwitz, si può affermare senza tema di smentita che sarebbe una lettura perfetta ancora oggi per ricostruire ‘dal vivo’ una vicenda storica nella fase della prima adolescenza, per una scuola fattivamente ispirata ai principi costituzionali e impegnata a formare cittadini consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, a partire dal concetto di solidarietà “politica, economica, sociale” (Art. 2 della Costituzione).     
È inoltre un’ottima palestra per parlare di memoria. Scritto a ridosso della vicenda, nata dall’idea di dare un sostegno fattivo alle popolazioni meridionali messe più duramente in difficoltà dalla guerra per le pregresse difficoltà economiche, e affidato per grande parte alle parole di ragazzini che quelle vicende hanno vissuto realmente, pur essendo un testo di narrativa, ha l’indubbio vantaggio della vicinanza dell’autrice con una delle protagoniste di quell’azione di solidarietà. Non è frutto di ricerca né testimonianza diretta, ma una narrazione che ha per protagonisti personaggi ideati dall’autrice, sulla base di un reale coinvolgimento con quell’azione di solidarietà di cui la sorella Maria Antonietta fu tra le artefici.             
Oggi avrebbe bisogno di un’introduzione volta a presentare i fatti e a mettere in condizione il lettore di comprendere la vicenda oggetto della narrazione in prima persona o, meglio ancora, tramite la mediazione dell’insegnante e del genitore, proprio per fornire gli elementi necessari a una reale comprensione del testo. La prefazione presente nell’edizione del 1954 sarebbe infatti insufficiente, a distanza di oltre settanta anni, a meno che, naturalmente l’adulto che propone la lettura non abbia letto la ricerca dedicata in modo specifico a questa vicenda (2).
In tal senso, il romanzo (4) di Fernanda Macciocchi potrebbe essere inserito, a pieno titolo, in un percorso di lettura dedicato alla memoria di un decennio estremamente complicato – quello tra il 1940 e il 1950 – a testimonianza che oltre al dramma dei treni della morte diretti nei campi di concentramento, ideati per l’eliminazione dei cittadini di origine ebraica e di altre categorie invise al nazismo e al fascismo, sono esistite encomiabili vicende di solidarietà, durante e subito a ridosso della fine della guerra.
Le iniziative di ricerca e salvaguardia dei testimoni dei fatti di quel decennio, che si aggiungono alle testimonianze scritte, già pubblicate o ancora in via di pubblicazione, sono tanto più importanti proprio perché, per questioni anagrafiche, il numero dei testimoni va diminuendo di anno in anno, con il rischio dell’oblio, dettato anche dalla distanza temporale. Così, fatti che hanno faticato a emergere in prossimità degli eventi (5) – quasi che l’enormità di quanto avvenuto li rendesse incredibili e, dunque, falsi – potrebbero correre il rischio di essere dimenticati per la seconda volta per mancanza di testimoni diretti. A maggior ragione è importante l’opera di quanti si dedicano a individuare testimoni e testimonianze, di morte ma anche di solidarietà, per metterle al riparo dall’obblio. E questo non solo un giorno all’anno ma tutti i giorni dell’anno, un anno dopo l’altro.

NOTE

1. È proprio questa attitudine l’unica in grado di contrastare il fenomeno illustrato recentemente da Maria Rosaria Grifone (Covid-19: vendite record per i videogiochi, su Infodem.it).
2. La vicenda dei treni organizzati dall’Unione Donne Italiane (UDI) per accompagnare i bambini di famiglie in gravi difficoltà economiche per gli strascichi della guerra, verso famiglie adottive per un periodo di alcuni mesi, è stata oggetto di un lungo lavoro di ricerca svoltosi tra il 2002 e il 2006, e proseguito fino al 2011 per la realizzazione di un documentario cinematografico. Dunque, ha preso il via a più di cinquant’anni dall’inizio delle vicende che racconta. In questo lasso di tempo Giovanni Rinaldi con il team di Alessandro Piva ha individuato i testimoni, li ha intervistati e registrati, mentre il team faceva le riprese, raggiungendoli nelle città di residenza. La ricerca è confluita ne I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie (Ediesse 2009) di Giovanni Rinaldi e nel film documentario Pasta nera di Alessandro Piva (2011).  
3. Una panoramica sulle tipologie del narratore si trova in Andrea Bernardelli, La narrazione, Laterza (1999) 2013.   
4. Treno speciale è la prima opera di narrativa ispirata ai treni della solidarietà e solo recentemente è uscito, per i tipi della casa editrice Einaudi, un altro romanzo, di Viola Ardone, Il treno dei bambini (2019), derivato esplicitamente dalle vicende narrate dai testimoni e raccolte ne I treni della felicità di Giovanni Rinaldi, e promosso come prima opera narrativa dedicata alla vicenda.
5. Le testimonianze scritte redatte dai sopravvissuti, a partire da Se questo è un uomo di Primo Levi, faticarono ad essere accettate per la pubblicazione o, comunque, rimasero isolate e ben presto dimenticate, nel primo decennio successivo agli eventi e oltre. Un caso paradigmatico è rappresentato da J. Mesnil Amar, Quelli che non dormivano. Diario 1944-45, Edition de Minuit, 1957, ripubblicato in francese solo nel 2008 e in italiano nel 2009 dalla Casa editrice Guanda.

(già pubblicato su InfoDem.it – 6 febbraio 2021)

Leggi in questo blog l’intervista di Giovanni Rinaldi a Fernanda Macciocchi:
Una donna speciale, Fernanda Macciocchi