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Il mio incontro con l’autrice del primo romanzo sui “treni dei bambini”: TRENO SPECIALE (1954)
Dialogando liberamente sul dopoguerra napoletano, sul Partito-Madre, sulla famiglia, l’indipendenza femminile, la letteratura per l’infanzia e i tanti incontri con figure indimenticabili.

di GIOVANNI RINALDI

Fernanda Macciocchi (ph. Pietro Moroni)

Fernanda Macciocchi, oggi splendida e sorridente novantenne, vive a Milano in un bell’edificio disegnato nel 1956 dal grande architetto Giò Ponti. L’ho incontrata dopo una lunga ricerca, curioso di scoprire e conoscere l’autrice del romanzo Treno speciale, pubblicato nel 1954 da Vallecchi. Il merito di questo incontro è di Annalisa Ponti, anche lei scrittrice per bambini, che avevo casualmente incontrato sul web – dialogando sui “treni dei bambini” – e che di Fernanda è vicina di casa. Ringrazio anche il marito di Fernanda, Alberto Perinetti, con il quale ho predisposto le migliori condizioni per il videocollegamento.
Per me, che da anni mi occupo delle storie dei cosiddetti “treni della felicità”, questo incontro è stato come un premio, un momento felice: tornare all’origine, all’inizio della storia di cui mi sono innamorato. Tornare a quella che è, in assoluto, la prima narrazione diretta e letteraria che racconta il movimento politico e sociale che salvò dalla miseria e dalla fame migliaia di bambini (10.000 solo a Napoli) trasportandoli attraverso l’Italia distrutta del primo dopoguerra, verso famiglie accoglienti del centro nord che li avrebbero – solo per alcuni mesi – rifocillati, rivestiti e amati come figli.

Fernanda, non sei napoletana, ma il tuo romanzo sembra scritto da una napoletana. Mi racconti, prima di parlare del tuo libro, la tua giovinezza passata accanto alla tua “più famosa sorella” Maria Antonietta?
Arrivammo a Napoli nei primi anni del dopoguerra. Vivevamo a Roma, eravamo tre sorelle, Maria Antonietta, Lucia ed io, che ero la più piccola. Nostra madre era morta nel 1940.
Mia sorella Maria Antonietta nel 1944 sposò Pietro Amendola (e si iscrive al Pci, ndr) e subito dopo si trasferirono a Salerno per dirigere il Partito comunista locale. Io avevo 14 anni, li raggiunsi per andare a vivere a casa loro. La loro figlia, Giorgina, l’ho fatta crescere io. Non ho potuto studiare – studiavo la sera -, e non ho finito le scuole, feci solo fino al ginnasio, poi non ho potuto proseguire… perché facevo la bambinaia, crescevo mia nipote.
Da Salerno siamo passati a Napoli, dove Pietro Amendola dirigeva “La Voce” e Maria Antonietta si dedicò totalmente al giornalismo, sempre per il partito, per l’Unità.
A casa di Maria Antonietta passavano tutti. Ho conosciuto Palmiro Togliatti, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Giuseppe Di Vittorio, Mario Alicata, Giorgio Napolitano, lo scrittore Domenico Rea, Paolo Ricci un noto pittore napoletano. Frequentavano spesso casa nostra. Allora non mi sembravano così importanti, poi col tempo ho capito di aver conosciuto gente importante.
Mio marito dice che per me il Partito in quegli anni è stato “la mamma”, perché in effetti ho perso mia mamma che avevo nove anni, mio padre che ne avevo venti, e il partito veramente mi ha appoggiato e lo sentivo sempre vicino. Qualunque cosa mi accadeva, mi appoggiava il partito. Il partito era “la mamma”. Ma delle volte erano di una serietà… durissimi proprio.
Come ti dicevo, di giorno lavoravo, la sera scrivevo. Lei, però, era sempre più importante, io ero quella che doveva fare tutto. Sono l’ultima delle tre sorelle, la piccola. Dieci anni e undici anni di differenza tra me e loro. Ero la piccola che si è dovuta far spazio da sola. L’altra sorella, Lucia, aveva sposato un inglese e scriveva anche lei, per i giornali femminili. Era bravissima, però tutta un’altra storia in confronto a Maria Antonietta.
Lucia era la romantica, Maria Antonietta era la l’intellettuale e la politica. Io ho preso un po’ da tutt’e due. Lucia era molto più materna, Maria Antonietta no, era come un uomo. Non esisteva complimento… Quello che facevo era normale, dovevo crescere sua figlia perché lei aveva un lavoro più importante. Allora io mi son difesa proprio con le unghie. Se sono arrivata a prendere la tessera di giornalista è perché lavoravo di notte, perché se avessi chiesto aiuto a lei, figurati! Lei pensava solo al suo lavoro, ha scritto non so quanti libri, un vulcano era. È stata deputata per il partito (candidata del Pci a Napoli nel 1968, ndr), deputata per i radicali. Ma sai che ha avuto anche la Legion d’Onore a Parigi (nel 1992, ndr)? Perché lei insegnava a Vincennes, l’università. Faceva una vitaccia… devo dire che proprio si dava… completamente.

Maria Antonietta Macciocchi (Archivio l’Unità)

“Se tua sorella è arrivata dove è arrivata è perché l’hai aiutata te, lo deve a te”

Mi ricordo che abitavamo in via Carducci. A quell’epoca a Napoli c’era anche Giorgio Amendola e sua moglie Germaine Lecocq. Io andavo a prendere la loro figlia Ada che, insieme a mia nipote Giorgina, portavo ai giardini. Per cercare di arrivare a fare qualcosa di importante mi sono proprio “data”, perché se no facevo proprio la badante dei bambini, di Maria Antonietta e di Giorgio Amendola. Ada, unica figlia di Giorgio Amendola, morì molto presto, a 38 anni, e fu per loro un dolore tremendo. Mi ricordo che tanti anni dopo incontrai Germaine – aveva pubblicato un libro -, e c’era la presentazione da Feltrinelli. Allora, dopo tanti anni, incontrai lì Germaine, era francese e mi disse una cosa che non scorderò mai: “Se tua sorella è arrivata dove è arrivata è perché l’hai aiutata te, lo deve a te”.
Ed è vero, perché io le ho tolto tutte le incombenze della moglie, della madre: facevo tutto io! Mi occupavo della cameriera, mi occupavo della bambina, mi occupavo della casa. Son cose che non ti scordi.
E poi ogni tanto, quando potevo, uscivo con un ragazzo, Alberto, lui studiava da ingegnere. Ma ci vedevamo poco, perché non avevo mai tempo. Ci eravamo conosciuti a Positano, perché stavo con mia nipote, facevo le vacanze con lei, facevo la badante, la zia che guardava la nipote. Mia sorella lavorava… ma tenevo da lavora’ pure io! [ride]. Il padre di Alberto era un comandante dell’Arma dei carabinieri. Figurati, puoi immaginare! Eravamo ragazzi, anzi all’inizio ci eravamo anche un po’ antipatici. Poi, l’ho sposato.

Le tre sorelle Macciocchi, da sinistra Fernanda, Lucia, Maria Antonietta (archivio privato Macciocchi)

Roma, l’UDI, il Pioniere.

Come sei arrivata a scrivere per il Pioniere, lavorando accanto a Gianni Rodari?
Tornammo a Roma. Mia sorella nel 1950 si divise da Pietro Amendola e cominciò a dirigere Noi Donne. Mio cognato Pietro era una persona squisita, quando si separarono mi dispiacque molto.
Un anno dopo morì mio padre, per cui mi dovetti trovare un lavoro per campare e Maria Antonietta mi fece entrare all’UDI, l’Unione Donne Italiane, dalla Maria Maddalena Rossi che ne era la presidente.
Lì facevo lavoro di amministrazione, poi cominciai a scrivere qualche racconto per i giornali. Dopo di che, dato che volevo qualcosa, mi sono intestardita e ho lavorato tanto per avere la tessera di giornalista, che riuscii ad ottenere nel 1954. Dovevo scrivere un mucchio di racconti, per dimostrare che ero pagata per scrivere. Per cui di giorno lavoravo, di notte scrivevo. Ho fatto una vitaccia, guarda. Però il fatto di aver avuto la tessera da giornalista mi ha ridato quello che non mi aveva potuto dare la scuola. Scrivevo per L’Avanguardia, per i giornali del partito. Poi, con il Pioniere cominciai a scrivere i racconti per bambini.
Cominciai a collaborare al Pioniere che ancora lavoravo all’UDI. Così dopo un anno di UDI passai definitivamente al Pioniere, nel 1952-’53, come redattrice. C’erano Dina Rinaldi e Gianni Rodari. L’ambiente del Pioniere era sereno e stimolante e Rodari con la sua sensibilità, intelligenza e creatività è stato per me un grande maestro. Videro che ero brava e così mi passarono in direzione come redattrice. All’inizio rispondevo alle lettere, del resto anche quella è stata un’esperienza. D’altra parte era il solo modo per mantenermi, dopo la morte di mio padre, e non volevo pesare su mia sorella… Ho cominciato a scrivere racconti per bambini proprio con il Pioniere, mentre tutte le altre cose le scrivevo per i giornali del partito, L’Avanguardia, l’Unità.
La scrittura è diventata la mia vita. Ho cominciato a scrivere, secondo me, perché vivevo in casa con mia sorella. Scrivere era normale, avevo un esempio. Maria Antonietta scriveva un libro dietro l’altro. Anche l’altra mia sorella, Lucia, scriveva racconti e novelle per i giornali femminili come Annabella, Bella, Novella (ma anche per Cine Illustrato e lo stesso NoiDonne – dal 1947 in poi, ndr) e romanzi sentimentali. Era una romantica e firmava con lo pseudonimo Lucetta Brayen-Vale, usando il cognome del marito inglese.
Per me, come per loro, scrivere era la normalità, come la donna che fa la sarta e la figlia si mette a far la sarta. Un mestiere. Poi avevo fantasia, avevo molta fantasia, lo devo dire.

Il premio per un romanzo inedito

Firenze 1954. Fernanda Macciocchi riceve il premio per un romanzo per l’infanzia (ph. Lotti – archivio privato Macciocchi)

Come è nato il tuo romanzo Treno speciale? Nel 1954 avevi già pubblicato un racconto come supplemento al Pioniere: Sadko, adattamento da un film su una antica favola russa, scritto insieme a Stelio Tanzini (noto sceneggiatore e attore cinematografico) e illustrato da Iris (De Paoli, grande illustratrice anche del Corriere dei Piccoli).
Sai più cose di quante me ne ricordi io! [ride] Sì, in quello stesso anno partecipai al concorso nazionale per la letteratura infantile bandito dall’Unione Cooperative Fiorentine. Era il mio primo romanzo. Al concorso partecipava anche Marcello Argilli, autore per l’infanzia già noto e affermato, anche lui della “scuderia” del Pioniere.
Ero sicura di non aver vinto, ero sicura. Mi chiamarono su quel palco, a Firenze, e vi salii sicura che m’avessero chiamato per darmi un contentino, pensavo fossi arrivata seconda. Poi m’hanno detto che ero arrivata prima. A momenti svenivo! E mi dettero anche un premio in danaro! Per me fu il non plus ultra. C’erano tanti altri, bravi come Argilli, e poi… hanno premiato me.
Quando vinsi il premio per il romanzo Treno speciale, mi ricordo che Rodari mi fece fare un ritratto da uno dei nostri disegnatori e lo pubblicò sul giornale: i vincitori, il primo premio e il secondo. Ad Argilli, arrivato secondo, e raffigurato accanto a me, non gli è mai andata giù, poveraccio.

Dalle pagine del Pioniere (1954)

Treno speciale

Dal risvolto di copertina:
Il “treno speciale” è quello che trasporta un gruppo di ragazzi napoletani sottratti per sei mesi alla vita stentata dei bassifondi ed ospitati da alcune famiglie generose di varie città settentrionali. La gioia di trovarsi in un ambiente nuovo, pulito, confortevole, accogliente, è presto vinta, ma rimane nell’animo dei ragazzi lo stupore di tanto ben di Dio. Sono gioia e stupore che si rinnovano al momento di acquistare un vestito nuovo, di andare a scuola, di conoscere gli altri bambini, quelli del paese “straniero” che li ospita. (…) Ma quando sono scaduti i sei mesi di generosa ospitalità, e si riforma il treno speciale pronto per tornare a Napoli, neppure uno dei tanti piccoli napoletani mancherà all’appello; magari con le lagrime agli occhi per il dispiacere di abbandonare i nuovi amici, tutti obbediranno al richiamo imperioso della loro città, e partiranno verso il sole e il mare della terra natia.
È un libro che si legge tutto d’un fiato, scritto in una lingua venata qua e là di accenti dialettali, che le danno un nuovo vigore e una nota di festosa esuberanza.

Il tuo romanzo, Fernanda, è la prima narrazione in assoluto che descrive l’esperienza dei viaggi dei treni dei bambini – che oggi tutti chiamiano “treni della felicità” – organizzati dal Comitato di salvezza per i bambini di Napoli. Il romanzo venne pubblicato da Vallecchi e illustrato dal noto disegnatore Giovanni Boselli Sforza (28 disegni in nero e 4 tavole a colori).
Me ne racconti la genesi?
Mia sorella Maria Antonietta, dal Natale 1946, era diventata segretaria del Comitato per la Salvezza dei bambini di Napoli presieduto da Giorgio Amendola. Era Maria Antonietta che mi raccontava tutto. Quando tornava dal lavoro presso l’UDI, dove venivano organizzati i viaggi e smistati i bambini o quando tornava dai suoi viaggi in treno come accompagnatrice.  
Le storie del mio romanzo non me le inventavo, le avevo proprio di primo acchito, perché lei era sempre molto commossa e partecipe di quella sua esperienza e mi raccontava aneddoti e storie. Lei tornava sempre da questi viaggi stanca, ma soddisfatta e ci raccontava le storie che più l’avevano colpita.

Come gli episodi in cui la signora Maria, in treno, fa cantare i bambini per rasserenarli o quando, giunti a Modena, i bambini scoprono la neve che non avevano mai visto o quando ancora la signora Maria risale a Modena per controllare i bambini e visitare una bambina malata di cuore?
Tutto vero, parola per parola, non ho inventato nulla. Tra l’altro io non andavo nemmeno all’UDI, dove lavorava lei, stavo a casa e solo da lei ricevevo tutte queste notizie. Tutte queste cose erano avvenute tanto tempo prima della scrittura del romanzo. Io l’ho scritto nel ’54. Avevo assimilato tutto questo, mi era rimasto tutto dentro, mi aveva colpito molto.
L’altra persona che mi raccontava dei viaggi in treno –  e che ricordo con più piacere – è Gaetano Macchiaroli, che si dedicò moltissimo a questo progetto. Anche lui come mia sorella mi raccontava episodi e personaggi. Parlavano qui a casa di queste cose.

Leggo, dal libro, la scena in cui Campaniello, il protagonista e i suoi piccoli amici si recano nel palazzo del Comitato dove intorno a un grande albero di Natale riceveranno dei pacchi dono:
“…su una porta a vetri, a grosse lettere nere, c’era scritto «COMITATO PER LA SALVEZZA DEI BAMBINI DI NAPOLI».
Entrarono. Una donna giovane, bionda, li accolse come se li conoscesse già. Aveva gli occhi dell’azzurro di certe porcellane, frangiati di nero e più grandi del normale.”

Nel tuo romanzo l’organizzatrice del Comitato è una signora bionda, dagli occhi azzurri, la “signora Maria”. Rappresenta forse tua sorella Maria Antonietta?
Certo, è proprio lei. Il personaggio di Maria, nel mio romanzo, rappresenta proprio mia sorella Maria Antonietta. Al Comitato la chiamavano signora Maria.
L’altro personaggio reale, l’ispettore nel treno, che i bambini chiamano Cap’ ‘e morto, rappresenta Gaetano Macchiaroli. Lui aveva una faccia magra magra e tutta scavata.

Illustrazioni di Boselli Sforza nel testo: a sinistra “la signora Maria” e a destra “l’ispettore Cap’ ‘e morto”.

I nomi dei bambini invece sono casuali, li sentivo in giro per Napoli, e qualche volta me li nominava Maria Antonietta. Io ho vissuto la vita di Napoli, come fossi una napoletana, ho assorbito molto, ma molto molto. Per me Napoli è stata una scuola, di vita. Ho imparato tutto da Napoli. Anche mio marito ha studiato a Napoli, andava al liceo. Anche per lui è stata una grande scuola, Napoli, che lo fa sentire ancora napoletano di adozione, partenopeo. Napoli è eccezionale.
Dei bambini non ne ho conosciuto nessuno, non andai mai alla stazione a veder partire i treni. Io accudivo mia nipote e non mi potevo mai spostare. Andavo però all’UDI dove c’era lo smistamento dei bambini.
Una volta andai, forse per prendere mia sorella, e ricordo un bambino che era lì tra i tanti. Non lo dimenticherò mai. Era stato scartato e doveva partire con un altro treno. Allora mi tirò per la giacca – all’epoca c’era il tracoma a Napoli, una malattia degli occhi -, mi tirò la giacca e disse “Signò, ij tenghe u tracoma! Aggi’a partì”. Non era vero, non ce l’aveva! Mi fece una tale tenerezza. Avrà avuto sei sette anni. “Signò ij tenghe u tracoma!” [ride].
Mi è rimasto così impresso quel gesto, lui che mi tirava per la giacca… Non ce l’aveva lui il tracoma, lo aveva solo sentito dire dagli altri bambini: “se teniamo il tracoma possiamo partire”. La cosa era che, da buon napoletano, si arrangiava. Ti rendi conto, la furbizia del napoletano?!
Così come la storia del bambino che vuole la stoffa del “tight”. È vera! Ti giuro, non è inventata da me, perché non mi poteva venire in mente una cosa così.

Se me lo permetti, vado alle pagine del tuo romanzo: la scena del “tight” si svolge in una sartoria di Modena dove la signora Clotilde, ospite del piccolo Salvatore, lo porta per fargli confezionare un vestito nuovo. Il sarto presenta al bambino le stoffe ritenute più adatte, ma Salvatore, sprezzante, gli dice che a Napoli, quelle stoffe, le mettono solo i cafoni. Dopo avergli fatto tirar fuori tante nuove pezze, Salvatore indica su uno scaffale, in alto, la stoffa che gli piace. Il sarto gli risponde:
Ragazzo mio, è stoffa per tight!”, stoffa per signori.
E che vi credete, che io sono un pezzente? Se lo volete sapere, mio padre di “Tait” ne tiene tre, uno più bello dell’altro. E io, alla casa mia, ne tengo due. Non me li sono portati perché mi seccavano le valigie pesanti.”
Poi Salvatore continuava con altre battute sempre per togliersi di dosso quell’aura di “pezzente”.
Mi ricordo che questo aneddoto piacque talmente a Renato Mieli che lo pubblicò su “Rinascita” – il giornale più importante del Partito -, perché gli era piaciuto molto. Ricordo che mi chiamò, andai lì e mi disse “Senti, vorremmo pubblicare…” E io, emozionata “Sì… grazie!”  [ride]

Eduardo De Filippo e la lingua napoletana.

Alcune frasi sono in dialetto napoletano, alternate a un italiano raffinato.
Le frasi in napoletano non sapevo come scriverle correttamente e mi furono corrette da Eduardo De Filippo, che era amico di un giornalista che conoscevo. Io il napoletano non lo sapevo e ricordo che andai a teatro con questo amico e Eduardo mi corresse le frasi in napoletano. Non me lo scorderò mai. Per me fu una cosa eccezionale. Ricordo quando Eduardo venne a Milano e avevo i figli già ragazzetti. Li portai a teatro “Dovete conoscerlo, dovete vedere Eduardo almeno una volta!”, era un mito.

I bambini del romanzo tornano tutti a Napoli.

Il bambino protagonista, Campaniello, al termine del romanzo sceglie di tornare a Napoli, insieme agli altri, per impegnarsi socialmente. Vorrebbe scrivere per raccontare le cose che non vanno e dovrebbero essere cambiate. Qualcuno dei bambini, in realtà, rimase davvero a vivere nelle famiglie ospitanti. Perché tu li fai tornare tutti a casa?
I bambini li faccio tornare perché in fondo questi bambini amavano molto la loro città, le loro famiglie. Li ho fatti tornare perché era giusto che tornassero. Secondo me. In fondo rimanere era un’azione di comodo, sarebbero rimasti al Nord perché si mangiava bene, si vestivano, stavano in una casa confortevole. Ritornare era un atto di amore per la famiglia, per la città. Quindi per me tornavano perché amavano Napoli.

Nel tuo romanzo non ci sono i comunisti “mangiabambini”.
L’argomento della propaganda anticomunista non l’ho voluto toccare di proposito. È stata una scelta. Anche perché venivo da una famiglia cattolica, non mi andava di prendere posizione in questo senso. E poi non lo sentivo così… pesante, questo aspetto.
E comunque, poi, tutti si accorsero che i comunisti, non li mangiavano, i bambini, li sfamavano… e bene [ride].

A Milano, ancora racconti e poi i fotoromanzi.

Nel 1957 il libro viene pubblicato a puntate sulla rivista russa per ragazzi CMEHA che era un supplemento della PRAVDA; nel 1958 in Cecoslovacchia; nel 1959 e 1965 in Albania.
Sì, il romanzo fu pubblicato anche all’estero, ho le copie della Cecoslovacchia, della Russia  -dai russi fui addirittura pagata per i diritti di pubblicazione -, ma non ho mai visto le edizioni dell’Albania. Il libro ovviamente fu molto appoggiato dal partito comunista, i giornali l’Unità, il Pioniere, l’Avanti!, L’Avanguardia, lo hanno molto pubblicizzato. Quindi è stato comprato più che altro da un pubblico preciso, circoscritto, un pubblico di sinistra.
Come ti ho raccontato, quando sono venuta a vivere a Milano, scrivevo ancora qualche racconto per il Pioniere. Ricordo in particolare Faccia di tolla e Matilda. Al giornale mandavo le puntate da Milano (Matilda fu pubblicato dal n. 12 del 23 marzo 1958 e Faccia di tolla dal n. 11 del 15 marzo 1959, ndr).
Scrissi anche un altro racconto lungo, “Il boschetto delle magnolie” i cui protagonisti erano Nicchi e Toppi, due scoiattoli, ma non fu mai pubblicato, per la chiusura del Pioniere.
Però, per guadagnare davvero qualcosa in più, ho cominciato a scrivere soggetti per i fotoromanzi e ho lavorato per Grand Hotel un sacco di anni. Facevo il soggetto, non scrivevo le parole. Qualche novella la scrissi anche per Novella e Annabella. Scrivere era una cosa di famiglia.

Treno speciale: le traduzioni russa e cecoslovacca.

Su Noi Donne, diretto da tua sorella Maria Antonietta, il fotoromanzo viene additato come veicolo di un immaginario femminile sconveniente che ammicca pericolosamente dalle fotografie dove la donna “è rappresentata come un essere stupido, ridicolo, insignificante” (Silvana Turzio, Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Meltemi, 2019, p. 111). 
Conoscevo il giudizio del partito e di mia sorella su questi giornali, ma quando vivevo qui a Milano non ero più così “ligia” alle regole… Ero più libera? Sì, ero più libera. Lo facevo per guadagnare e sentirmi sempre indipendente, anche se mio marito era ingegnere e avrei potuto evitarlo.
Oggi per hobby faccio i ritratti ai bambini, lo faccio da tanti anni. Ho sempre disegnato. Frequentavo tutti i pittori, a Roma: Giulio Turcato, Renato Guttuso, li incrociavo un po’ per mia sorella, un po’ perché l’arte mi interessava molto. Pensa che un giorno ero andata da Guttuso per chiedergli un disegno e lui mi pregò di fare i complimenti a mia sorella per il romanzo appena uscito: Treno speciale! Ci restai malissimo! Pensavano sempre a lei, che era la più famosa.
Poi nel tempo mi sono dedicata a dipingere quadri, alla maniera degli astrattisti – l’agenzia di pubblicità di mia figlia Federica è piena di miei “Mirò” -, e a fare dei piccoli ritratti. Ho cominciato dai ritratti dei miei figli, poi i ritratti dei figli degli amici… ma non per danaro, eh, solo per hobby. Per amore dell’arte e della creatività.

Mi hai riportato a tanti anni fa. Vedi? mò piango! [PAUSA, si commuove]
Erano tutte cose che avevo dimenticate, mi hai riportato alla giovinezza.

***

Leggi la recensione di Rosa Rossi al romanzo di Fernanda Macciocchi:
Treni speciali per bambini impauriti in quel libro del ’54

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