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Articolo di Sergio Sinigaglia
IL SIGNOR AMERICO MARINO HA 66 ANNI. Vive a Senigallia, ed è in pensione da alcuni anni, dopo una vita passata a tagliare i capelli nel suo negozio di barbiere. Ci accoglie nella casa dove vive con la moglie e le due figlie. Ha la classica parlata anconetana nonostante sia nato a San Severo di Foggia. Non è arrivato nelle Marche con la sua famiglia, spinto dal flusso migratorio che negli anni cinquanta e sessanta svuotò il Meridione per promuovere lo «sviluppo» e il boom economico. La sua è una storia incredibile, vissuta con decine di coetanei e che è riemersa dalle nebbie dell’oblio grazie alla ricerca di Giovanni Rinaldi, scrittore, studioso, autore di ricerche antropologiche originario di Cerignola [altro paese del foggiano]. Rinaldi ha raccolto la vicenda di Americo e dei suoi amici in un libro avvincente e commovente, «I treni della felicità» [edito da Ediesse].
«Il 23 marzo del 1950 a San Severo ci fu uno sciopero di braccianti – ci racconta Americo Marino – Erano i tempi della polizia di Scelba, c’erano i residui del fascismo, lo sfruttamento era pesante, si lavorava per poche lire. Anche mio padre era un bracciante, faceva lavori occasionali. Poi riuscì ad avere un pezzo di terra con il meccanismo del riscatto, ma era dura lo stesso».

Dunque, quel giorno i lavoratori incrociarono le braccia e si riunirono per un corteo.
La celere intervenne in modo violento, ci furono un morto e centottanta arresti. Per le famiglie era una tragedia. Senza gli uomini, chi avrebbe garantito quel poco di pane che si riusciva a mettere in tavola? «Mio padre fu rinchiuso insieme agli altri nel carcere di Lucera, a quindici chilometri da San Severo. Ne uscì dopo sei mesi», racconta Americo.
L’idea del trasferimento dei bambini ad Ancona, Lugo di Romagna, Ravenna, Follonica e in altre località nasce quasi per caso a Roma. Ad un convegno del Partito comunista, Derna Scandali, già staffetta partigiana, allora quarantenne dirigente dell’Unione Donne Italiane [Udi], incontra un parlamentare comunista pugliese che le racconta dello sciopero dei braccianti e degli arresti. Nell’immediato dopoguerra c’era stato già un precedente: migliaia di bambini del Meridione furono ospitati in molte località del centro-nord da famiglie disposte ad accudirli e a sfamarli. Nel 1950, a San Severo, la storia si ripeté con connotazioni più marcatamente politiche.
«Ad Ancona arrivammo in trenta – ricorda Americo – io fui ospitato dalla famiglia Petrini. Lui faceva il sarto, ma morì presto, dopo quattro anni dal mio trasferimento. La moglie, nel 1952, avviò un negozio di alimentari. Avevano una figlia trentenne, il cui marito era redattore dell’Unità».
Andare da San Severo ad Ancona fu per i ragazzini un po’ come approdare su un altro pianeta. «Giù in Puglia – dice Marino – era come vivere in un mondo in bianco e nero. Mancava tutto. Le case avevano il solo piano terra. Si viveva tutti in una stanza. L’acqua la si andava a prendere alla fontana, riempivamo una grossa brocca e ci lavavamo. Certo, Ancona aveva subito dei bombardamenti spaventosi durante la seconda guerra, in certe zone erano ancora ben visibili le macerie, ma era tutta un’altra cosa». E così, passati i sei mesi previsti, quando il papà viene scarcerato e Americo deve ritornare al suo paese d’origine, succede l’impensabile: «Non ne volevo sapere di rimanere a San Severo. Ero passato dal brutto al bello, l’idea di ritornare alla vita di stenti non mi attirava per nulla», ricorda Americo.

I bambini di San Severo ospiti ad Ancona.

Quando torna con gli altri bambini molte mamme del paese tirano un sospiro di sollievo. Dopo gli scontri del 23 marzo, saputo del gesto di solidarietà che veniva dalle Marche e dall’Emilia Romagna, ci fu chi, sotto l’influenza della propaganda democristiana, si era molto preoccupato. «Ospiti dei comunisti, quelli che mangiano i bambini?». Ecco che allora il ritorno dei pargoli tutti interi e anzi ben pasciuti aveva rincuorato molte mamme. Ma per la famiglia Marino la felicità dura poco: «Iniziai a fare lo sciopero della fame. E alla fine i miei dovettero arrendersi». In realtà, Americo non tornò subito ad Ancona. Per qualche tempo provano a fargli dimenticare la seconda famiglia, ma di fronte al continuo deperimento fisico del ragazzo i genitori cedono. «Ero l’unico maschio, dato che prima di me erano nate le mie tre sorelle. In seguito anche loro sono emigrate, ma a Milano, per andare a lavorare in una fabbrica di medicinali. Mio padre ci teneva che rimanessi e, in seguito, ogni volta che tornavo a casa mi rimproverava. Ma tenevo duro. Mia madre soffriva, ma nello stesso tempo era contenta, perché non dovevo lavorare nei campi».

Tra le due famiglie si crea un buon rapporto, i signori Marino vanno ad Ancona e viceversa. Insomma con il tempo le possibili incomprensioni scompaiono.
«Tra i bambini che andarono ad Ancona c’è stato solo un altro caso simile al mio. Quello di Erminia Tancredi». Lei e Americo si erano persi di vista e solo grazie a Derna Scandali si sono incontrati dopo molti anni. Nel testo, Erminia racconta il suo stupore quando, in prossimità di Ancona, si sveglia e vede quella massa nera con delle luci sparse. Non riesce a capire di cosa si tratta, ne rimane sconvolta. Poi gli accompagnatori la tranquillizzano: «È il mare!». Lei, come altri ragazzini, non l’aveva mai visto.
Il libro di Rinaldi ha consentito a numerosi protagonisti dei «treni della felicità» di reincontrarsi, documentando il fatto che, nonostante il trascorrere del tempo, le famiglie ospiti e quelle naturali sono rimaste in contatto, così come i bambini di allora hanno continuato un rapporto epistolare con i genitori occasionali e i «fratelli» acquisiti. Uno di quei bambini, Severino Cannelonga [figlio di Carmine, bracciante agricolo e segretario della Camera del lavoro, anche lui arrestato il 23 marzo], che divenne poi parlamentare comunista, fu anch’egli ospite ad Ancona. Marino ci mostra un libro di Cannelonga dedicato al padre, antifascista sempre al fianco dei lavoratori. Al contrario di Americo e Erminia, il figlio di Carmine tornò a San Severo, anche se solo dopo due anni, perché i suoi genitori, entrambi arrestati, rimasero in prigione fino al 1952. Scarcerati, lo andarono a prendere nel capoluogo marchigiano. «Ci fu una cerimonia in una sezione del Partito, con tanti compagni. – racconta Cannelonga nel libro – C’era la festa per la liberazione dei miei genitori, ma nello stesso momento anche la malinconia per il fatto di dover lasciare una famiglia che per due anni mi aveva accolto come un figlio».
Solidarietà, affetto, sentirsi parte di una grande comunità. Accogliere bambini provenienti da una terra lontana e trattarli come fossero figli. «Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile – sottolinea Americo Marino – Forse potrebbe accadere nel caso ci fosse una grande calamità, ma quella forma di solidarietà politica mi sembra impossibile. Era un’altra epoca. Certamente è un peccato che sia così. Si sono persi valori che un tempo erano ben presenti. Per noi è stata una grande occasione di emancipazione. Io ho imparato a fare il barbiere. Non ho fatto mai attività politica perché il lavoro mi impegnava tutta la giornata. In questi anni sono tornato più volte a San Severo. I braccianti hanno cambiato aspetto. Ora ci sono le macchine, allora si lavorava con il cavallo che arava la terra».

Pochi mesi fa Derna Scandali è morta. Aveva 98 anni. Altri militanti di allora, che accolsero quei piccoli, non ci sono più. Con loro si è persa la memoria di una grande stagione, che il libro di Rinaldi cerca di mantenere viva.
Racconta Cannelonga: «Scattò allora, di fronte a questa tragedia, l’eccezionale molla dell’orgoglio, la solidarietà di tutto il partito, del movimento operaio, dei democratici italiani». Una molla che, nel volgere di pochi anni, spinse le nuove generazioni a dare vita ad una stagione di nuove lotte. L’interrogativo con cui Guido Viale chiedeva, nel suo intervento pubblicato su questo settimanale [«La dittatura dell’ignoranza», Carta n. 14 del 2009], che fine avesse fatto il paese che per alcuni decenni è stato attraversato da un grande protagonismo sociale, diventa ancora più pressante leggendo le storie di Americo, Erminia, Severino e dei loro compagni.
Forse la possibilità di ricostruire quel legame di solidarietà che ci racconta «I treni della felicità», passa anche attraverso quella sensibilità mostrata dagli insegnanti che, come ci informa Marino salutandoci, hanno adottato il testo in alcune scuole. Per far capire ai giovani di oggi che è esistita un’Italia diversa. E forse può esistere di nuovo.

IL LIBRO
«I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie» [Ediesse, 200 pagine, 10 euro] è il libro in cui Giovanni Rinaldi, con la prefazione di Miriam Mafai, ricostruisce la storia dei bambini che nei primi anni cinquanta vennero ospitati nelle Marche, e in Emilia Romagna grazie alla rete di solidarietà del Pci, della Cgil e dell’Udi, l’Unione donne italiane. L’espressione «treni della felicità» è dovuta all’allora sindaco di Modena, Alfeo Corassori.
(autore: Sergio Sinigaglia, per “CARTA”, n. 4, 10 giugno 2010)