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Dopo averle inviato in regalo il mio vecchio libro “I treni della felicità”, da Bologna mi arriva una email dell’amica Grazia Nardi: Chi scrive cerca (e spesso vi riesce) di diffondere. Chi legge cerca e prova ad apprendere e infine chi cerca spesso trova. Leggendo il tuo libro mi sono ricordata che mio padre mi ha sempre parlato di episodi analoghi di soccorso, “soccorso rosso” direi proprio, effettuato dalle famiglie bolognesi nei confronti dei bambini poveri delle montagne qui circostanti. Mio padre era in una di quelle famiglie povere della città, abitava in via Santa Caterina che allora era considerata una zona malfamata ed estremamente povera, però decisero che bisognava aiutarli questi bambini e lui con la sua famiglia ne presero uno.

Nei paesi della pianura bolognese già dal 1944-‘45 le famiglie contadine ospitarono nelle loro case i bambini delle zone più povere dell’Appennino. Nell’archivio dell’UDI di Bologna, documenti e videointerviste ricordano l’impegno delle donne della nascente UDI nell’organizzare questi brevi affidamenti, facendo la spola tra la montagna e la pianura, mettendo in contatto le famiglie che, nel tempo, mantennero, data anche la vicinanza, rapporti di amicizia e legami affettivi. I bambini della montagna, ricorda per esempio Amedea Zanarini, anticiparono il più imponente flusso di bambini di Roma, Cassino e Napoli che giunsero in Emilia Romagna nel 1946 e 1947: convogli di treni speciali che, a scaglioni di quasi mille per volta, trasportavano i bambini verso nord.

Chiedo a Grazia di raccontarmi di più, se ha ricordi più precisi:
L’unico mio cruccio è che non mi son fatta raccontare abbastanza. Ma quando lui era vivo io ero giovane e ribelle, e si sa che i giovani rifuggono le persone più grandi. Perdendo così tracce importanti di vita, di storia.
Gli ospitandi non erano i miei genitori. O, per meglio dire, furono i genitori di mio padre, Viscardo Nardi. Il tutto è avvenuto nel 1950-‘51 e papà non era ancora sposato (e io sono nata nel ‘55). Abitavano in via Santa Caterina (l’ex “Borgo”, rione-stato di Bologna malfamato e povero).

Bologna, Via Santa Caterina negli anni ’50 (Genus Bononiae, Collezioni: Fondo Brighetti, autore sconosciuto)

Di quella strada bolognese con i portici antichi, poveri e bassi, dalle travi sulle colonne di mattoni rossi e qualche soffitto ancora in legno, ricordo di esser passato tante volte quando studiavo qui all’università, ma non ne ho mai conosciuto bene la sua storia popolare. Mi aiuta un articolo, dell’8 marzo 2019, di Daniela Cormeo per il dorso bolognese del “Corriere della sera”: «Ci hanno abitato prostitute e becchini, bottegai e artigiani». Riuniti in bande vagavano i “lupi” affamati: erano «i ragazzini e le ragazzine sopravvissuti alla guerra, rimasti affamati una vita intera». Uno di loro, Giuliano Mongiorgi, da lei intervistato, ricorda, «”Non avevamo nulla da mangiare. E quando l’avevamo, lo divoravamo. Per questo ci chiamavano lupi”. Giravano in branco, i “lupi” di via Santa Caterina. A caccia di cibo. E se lo spartivano, quando lo trovavano. “Questa strada, che dopo la guerra era una latrina a cielo aperto, ha sempre avuto una caratteristica unica: la solidarietà tra gli abitanti. Ma adesso è tutto cambiato, anche in questa via, da sempre esempio di aiuto reciproco. Ora la solidarietà è un lontano ricordo”».

Ritrovo così il filo delle parole di Grazia che ricorda la solidarietà di un tempo tra i più poveri e le chiedo di dirmi qualcosa in più della famiglia paterna:
La mamma di mio padre si chiamava Olga Mazza, era vedova con cinque figli a carico, ma papà, che è sempre stato una persona “sociale”, appena ci fu questo appello per aiutare i poveri delle nostre montagne, non si tirò certo indietro e si offrì di accogliere un bambino in casa. Credo che il bambino che ospitarono fosse di un paese dell’appennino tosco-emiliano. Papà era un operaio specializzato tornitore e in quel periodo lavorava all’Acma (Azionaria Costruzioni Macchine Automatiche). L’ACMA allora produceva macchine per il confezionamento di cibi, prodotti chimici e incartamento saponette. 

Viscardo Nardi (a sinistra) con due colleghi, davanti alla sede dell’ACMA di via Fioravanti a Bologna (fine anni ’50).


Grazia, se non ha ricordi precisi di una storia così lontana, conserva però un documento eccezionale, che allega alle sue email:
Io purtroppo non mi sono mai fatta raccontare troppo approfonditamente la vicenda, mi sono però ricordata che mio padre aveva sempre parlato con orgoglio di una lettera pervenuta dal sindaco di allora Giuseppe Dozza, che era considerato un mito in città dai comunisti, per ringraziare queste famiglie. L’ho trovata e te la voglio condividere.

COMUNE DI BOLOGNA Il Sindaco
8 marzo 1951.
Egregio Signore,
Mi è gradito rivolgermi alla S. V. e alla di Lei famiglia per esprimerle la simpatia dell’Amministrazione Comunale ed il mio personale ringraziamento per l’ospitalità da Loro prestata a favore dei bambini poveri dei Comuni della montagna bolognese.
Attraverso quest’opera altamente umana che tutta la cittadinanza bolognese ha apprezzato, è stato portato un concreto ed efficace aiuto a centinaia di famiglie montanare, che la disoccupazione e la conseguente miseria hanno ridotto ad una condizione estremamente grave dal punto di vista economico e civile.
La città di Bologna – che assieme ad altri Comuni della pianura ha partecipato, per mezzo della generosa ospitalità offerta da numerosi cittadini, all’attuazione di questa nobile iniziativa – ha compiuto un dovere verso popolazioni più sfortunate, ha acquistato una benemerenza il cui merito va riconosciuto a chi ha prestato la propria opera benefica.
Nell’augurio che ciò che Ella e la Sua famiglia hanno fatto per i bambini della montagna possa essere di stimolo alla collettività nazionale, perché provveda a sanare pienamente le miserie della montagna con un lavoro pacifico e assicurato, Le rinnovo le mie vive espressioni di ringraziamento
Giuseppe Dozza

La lettera di Giuseppe Dozza a Viscardo Nardi
(Fonte Grazia Nardi)
Cartolina ricordo di Giuseppe Dozza, sindaco di Bologna dal 1945 al 1966 (Comune di Bologna)