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Dai fatti di San Severo – la rivolta bracciantile del 23 marzo 1950 – partì più di venti anni fa la mia ricerca su quelli che oggi tutti chiamano “i treni della felicità”. Avevo individuato (sulla base delle testimonianze orali e dei documenti disponibili) i luoghi di accoglienza familiare dei bambini rimasti soli (circa 70) dopo gli arresti dei loro genitori: nelle Marche, Ancona, Falconara, Chiaravalle, Pontedazzo di Cantiano, Montecarotto; in Emilia Romagna, Ravenna; in Toscana, Follonica e Livorno; nel Lazio, Roma.
Ma sembrava che a partire fossero stati soprattutto i figli e le figlie degli arrestati.
Il processo però durò due interi anni e l’attenzione allo stato miserevole dell’infanzia rimase alto. Così altri bambini, delle famiglie che vivevano in condizioni di sopravvivenza, furono selezionati e accolti in Emilia.
In tempi più recenti ho quindi trovato le fotografie di 30 bambini “foggiani” (ma riferibili sempre a San Severo) ospitati nel settembre 1950 a Modena (grazie a Paola Nava e Mara Malavasi dell’Istituto Storico di Modena).
E solo pochi giorni fa (grazie a Vania Cauzillo) ho scoperto un articolo pubblicato da “Noi Donne” nel settembre 1951, nel quale Grazia Cesarini racconta degli 80 bambini e bambine ospitati a Parma.
Di seguito l’articolo:

Alice nel paese delle meraviglie
di Grazia Cesarini
(“Noi Donne”, a. VI, n. 38, 30 settembre 1951, p. 7)

Parma, settembre
Per Parma l’arrivo dei bambini di Foggia non è stato un avvenimento eccezionale, perché la città gode ormai di un primato indiscutibile: quello della solidarietà popolare iniziatasi subito dopo la guerra e ogni anno più estesa. Eppure ad ogni arrivo, si rinnovano le emozioni, le preoccupazioni e le gioie. Mi hanno detto che anche questa volta, alla stazione, c’erano mamme che piangevano di gioia stringendo fra le braccia un bambino di cui conoscevano solo il nome, ed altre che piangevano e protestavano perché erano arrivate tardi e di bambini non ce ne erano più. Bisognava tornare a casa, a mani vuote, seguendo con sguardi d’invidia le più fortunate che portavano nel volto la soddisfazione di una nuova maternità e l’eccitazione di chi ha appena ricevuto un regalo.

I visi dei bambini invece, sono più difficili a leggere. Sono bimbi meridionali, per la maggior parte scuri di carnagione, di occhi, di capelli. Parlano un linguaggio indecifrabile per la gente di Parma.
Una bimba di sei anni che non conosce le caramelle, che non sa che cosa siano e che gioca con esse come se fossero sassolini incartati, a me sembra un fenomeno strano ed anormale. Non sono i bimbi, quelli, a cui tutti regalano i dolciumi, che rubano di nascosto la marmellata e ficcano di soppiatto le dita nei vasetti di miele? Non sono bambini? Eppure Anna Colapietra [nel testo originale scritto Calapietra erroneamente, ndr] di Foggia e Gina e Raffaele e tutti gli altri che oggi sono a Parma, non conoscono né caramelle, né biscotti, né cioccolata. Nemmeno la minestra conoscono, né i legumi più comuni. Chiedono solo pane.       
Non si possono fare troppe domande a questi bambini di Foggia, sui loro genitori, sulla casa e sulla loro vita. Chinano gli occhi, nascondono il viso, trema il mento nello sforzo di non piangere.
Da dove vengono — ci si chiede allora — da quale terra dimenticata e quale tragedia ha dato colore ai loro ricordi?     
La responsabile della Commissione Assistenza dell’UDI di Parma ha visto S. Severo, il paese dove nel marzo del 1950 la polizia di Scelba arrestò e condannò alla prigione circa 200 persone fra cui 80 donne, tutte mamme. A S. Severo gli uomini sono braccianti e possono lavorare, in una annata fortunata, 130 giorni, altrimenti 80 o 90; per 9 ore di lavoro 500 lire di paga. Non esistono né industrie, né assistenza; solo il latifondo. Così, lavorano i bambini più grandi, a tutti i mestieri, prendendo 50 lire al giorno. Così a S. Severo si mangia un pane nero fatto con l’ultimo scarto del grano, non si fa pranzo, e la cena è spesso una pannocchia di granturco bollita nell’acqua. Dopo i fatti di S. Severo la miseria è diventata padrona del paese. E allora le mamme si affacciano dal buio delle porte sulla strada e tendono sulle braccia i figlioli a gridare aiuto. Fra di essi l’UDI di Parma ne ha raccolti 80.        
Sono andata a cercarli attraverso le vie antiche di Parma o lungo le strade dei campi, fra una cascina e l’altra. Credevo che fosse difficile rintracciarli, invece tutti parlavano dei piccoli ospiti e indicavano la loro casa a chilometri di distanza.    
Ho trovato Anna Colapietra sdraiata su di un divano, addormentata fra le braccia di Dondi, un’altra bambina, la figlia di Osvaldo Dondi, il bottegaio che l’ha ospitata. Anna gira sul mondo nuovo che va piano piano scoprendo, due esterefatti occhi azzurri, umidi di felicità: gli occhi di Alice nel Paese delle Meraviglie. È troppo timida per parlare. Invece Ginetta Gentile è la più disinvolta. Me l’hanno indicata, da lontano, a dito, mentre dalle case intorno usciva la gente sulle porte e dalle finestre altre donne facevano capolino. Davanti alla soglia della sua nuova casa Ginetta giocava insieme a due altre bambine, con certe bambolone grandi, bionde, simili a lei.    

Qualche borgo più avanti abita Caterina Aramini: ho salito una scaletta, guidata da Belletti, l’operaio della vetreria Bormioli che è suo ospite. Cateri’, Cateri’ — la chiamiamo. E anche intorno a lei si affollano mani gentili: chi le aggiusta il collettino, chi le lega un nastro fra i capelli, finché alfine sorride. È orfana della mamma e ha lasciato tre fratelli. Il suo sorriso è enigmatico e le stira il viso pallido su cui gli occhietti acuti si tagliano a mandorla.          
Raffaele Caiola e Concetta La Pietra, invece, abitano in campagna e a quest’ora gireranno fra le viti a cogliere i grappoli più maturi. Era quasi sera quando sono entrata nella corte della cascina dove lavora Antonio Mazzali, lo «spesato» che ha accolto Raffaele nella sua casa, e Raffaellino guardava attento i carri carichi di fieno che lentamente entravano. Assomiglia molto a Concetta un’altra bimba di Foggia, ospite della sarta Cavalieri. Un paio di occhi neri sul viso abbronzato. Ha fatto da poco la conoscenza con la minestra e il latte, come tutti gli altri. Hanno ragione le mamme di Parma a considerare questi bimbi come dei neonati.   

Le mamme di Parma come quelle di tutte le altre città e paesi dove la solidarietà popolare si è manifestata in cento forme, hanno un grande cuore. Mentre sui muri si ingialliscono all’ultimo sole d’estate i manifesti che salutano i bimbi di Foggia, già le donne dell’UDI lavorano per organizzare l’ospitalità ai bimbi di Cassino, già in numerose famiglie si prepara un piccolo letto, in un angolo, per accogliere un altro figlio.

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Sui fatti di San Severo (la rivolta del 23 marzo 1950) e sui suoi protagonisti, in particolare le donne arrestate e i bambini ospitati da famiglie del centro nord, leggi in questo blog gli altri due articoli pubblicati da “Noi Donne”:
La congiura del silenzio di Fausta T. Cialente
Il paese dei “ribelli” di Maria Antonietta Macciocchi