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1947, bambini italiani ospiti in Danimarca. Il racconto di Giovanni Schirru
di GIOVANNI RINALDI

Tutto è cominciato, come spesso mi è accaduto, da un messaggio sulla mia pagina facebook “I treni della felicità”. In un commento dell’11 marzo 2023 Roberta Schirru scriveva: Mio padre ha viaggiato nel 1947 (all’età di 9 anni) sul treno organizzato dalla Croce Rossa per portare bambini in Danimarca per 3 mesi.  
Quando finalmente, dopo più di un anno, siamo riusciti a organizzare un incontro, sia pure in videocollegamento, Roberta Schirru, figlia di Giovanni, il testimone che mi racconterà la sua eccezionale storia, a spiegarmi perché il padre ci teneva così tanto a incontrarmi: Adesso le dico questo: mio papà a fine novembre dello scorso anno, il 30 novembre 2023, ha avuto un infarto, anche molto importante, infatti è stato in terapia intensiva per dieci giorni e in quei giorni era il paziente più critico. Quando poi si è rimesso in piedi, dopo un altro mese e tutto un percorso di riabilitazione piuttosto importante, la prima cosa che mi ha detto è stata: Però io questa testimonianza non la lascio a nessuno? Solo a voi, ai miei figli e nipoti? Così mi sono messa alla ricerca e ho trovato “i treni della felicità”, scrivendo il mio messaggio.

Di questo viaggio in Danimarca, di cui mi racconta Giovanni Schirru, se ne è sempre saputo molto poco. Quasi nulle le fonti bibliografiche, pochissime brevi testimonianze. Per tanti anni ho approfondito le informazioni e le testimonianze sul movimento italiano “per la salvezza dei bambini”, ma avevo raccolto solo brevi appunti e notazioni sui movimenti europei (il più noto dei quali, definito “Kindertransport” si occupò della salvezza dei bambini ebrei all’avvento del nazismo). Le uniche testimonianze reperite in rete sono quella di Marcella Denegri, partita da Milano nel 1947 (intervistata dalla giornalista Silvia D’Onghia per il “Fatto Quotidiano” nel 2018) e quella di Benvenuto Savioli partito da Roma nel 1948 (intervistato dalla giornalista danese Aase Nørrung nella sua ricerca sull’accoglienza dei bambini europei in Danimarca). Prima di leggere il racconto personale che mi ha fatto Giovanni Schirru sintetizzo per sommi capi quanto sono riuscito a conoscere di questa altra storia dimenticata.

Tra il 1945 ed il 1950 in Danimarca la Croce Rossa e la filiale danese dell’organizzazione umanitaria, fondata a Londra nel 1919 da Eglantyne Jebb, Save the Children (in danese Red Barnet, costituita nel 1945), offrirono sostegno umanitario a migliaia di bambini affamati e bisognosi nell’Europa devastata dalla guerra. Un sostegno reso possibile grazie all’ampio contributo di migliaia di famiglie danesi. Nonostante il razionamento e la mancanza dei beni necessari anche le famiglie meno abbienti dimostrarono la loro immensa disponibilità a sostenere gli aiuti internazionali, mentre il contributo statale fu solo parziale. Questo aiuto all’infanzia fu fornito indipendentemente dalla provenienza dai Paesi nemici fino a poco tempo prima, considerando i bambini vittime della guerra degli adulti.
Dal 1945 al 1951 furono ospitati in famiglie affidatarie in Danimarca 21.000 bambini. L’aiuto all’Italia fu effettuato grazie alla collaborazione tra Red Barnet e la svizzera Union Internationale de Protection de l’Enfance (erede della Union internationale de secours aux enfants fondata Ginevra nel 1920 sempre dalla britannica Eglantyne Jebb).
Nel giugno 1947 arrivò in Danimarca un primo gruppo di 1.000 bambini e l’anno successivo altri 476 bambini furono ospiti di famiglie affidatarie dello Jutland [Jylland in danese, regione peninsulare confinante con la Germania]. Nel giugno 1949 l’ultimo gruppo di 500 bambini, sempre nello Jutland.
In totale, quasi 2.000 (1.942 per la precisione) bambini italiani furono ospitati ​​in Danimarca, mentre 50.000 bambini ricevettero aiuti alimentari in Italia, fino al 1949.    

I bambini europei giunti in Danimarca nei viaggi organizzati da Red Barnet nell’estate 1947

Mentre nell’Italia del 1947 già da più di un anno viaggiavano convogli ferroviari che trasportavano migliaia di bambini poveri da Roma, Cassino, Napoli verso le regioni del centro-nord, accolti da famiglie di contadini, operai e artigiani per soggiorni di alcuni mesi, da Roma partirono i primi mille bambini verso la Danimarca.
Ad organizzare il viaggio – in due scaglioni il 12 e 19 giugno 1947 – furono anche le donne italiane, tra le quali Angela Zucconi (poetessa, studiosa e traduttrice dal tedesco e dal danese, collaboratrice delle edizioni Einaudi) che militava nel Movimento di Collaborazione Civica (MCC) e che nel 1946 si era anche iscritta all’Unione Donne Italiane (UDI), rendendo così evidente il legame tra questo suo viaggio e gli altri in corso, in quegli anni in tutta Italia, organizzati dall’Udi e dal Pci.
La Zucconi racconta, nella sua autobiografia, la partenza dei bambini romani:
Il 12 giugno del ’47 alle tre del pomeriggio partii da Roma con un treno diretto al confine danese. Ma non ero sola: avevo con me dodici giovani del Mcc e si trattava di un treno molto speciale perché nei suoi quindici vagoni aveva caricato cinquecento bambini, parecchie sorelle della Croce Rossa e alcuni addetti alla cucina. Era il primo treno civile che attraversava la Germania dopo la fine della guerra. Fino al confine di Padborg il treno impiegò sei giorni e sei notti. A distanza di una settimana, ma con minori difficoltà delle nostre, passerà un secondo treno con altri cinquecento bambini. Ogni vagone portava all’esterno una grande placca con la riproduzione del tondo con l’infante dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze. Era il logo del Red Barnet [Save the children in Danimarca]. Il Red Barnet, un’affiliazione danese dell’Associazione internazionale per la protezione dell’infanzia con sede a Ginevra, aveva affidato a due signore svizzere che rappresentavano a Roma la delegazione italiana, l’incarico di scegliere mille bambini per tre mesi di vacanza in Danimarca, e di organizzare insieme alla Croce Rossa il relativo viaggio.

Alle spalle di bambini russi il primo logo di Save the Children (Fonte: savethechildren.org.uk)

Pochi giorni dopo le partenze di Roma, il 25 giugno un altro treno parte da Napoli per la Danimarca – organizzato dall’Unione internazionale per la protezione dell’infanzia in collaborazione con il Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli –, carico di 100 “figli del popolo” provenienti da Foggia e 163 da Napoli. Altri 200 partiranno il 4 luglio per un periodo di vacanza balneare in Costa Azzurra, mentre il Soccorso Internazionale, sempre d’intesa con il Comitato napoletano, invia a Londra 20 bambini di Castellammare e di Nocera Inferiore.

Il racconto di Giovanni Schirru
Giovanni Schirru ha 86 anni e fino alla pensione è stato funzionario per Pan Am e per Air France. È emozionato e trepidante, ma si è preparato, sul suo scrittoio ha gli appunti che ha preso per non dimenticare nulla. Lo metto a suo agio, dicendo che non gli farò troppe domande ma che desidero ascoltare la sua storia. E così, premendo il tasto “registra videochiamata”, comincio ad ascoltare il racconto del suo viaggio felice in Danimarca. Parleremo, dialogando, per un’ora e mezza, spaziando nel tempo e nello spazio, raccontando le cose e poi riprendendole, omettendone alcune che verranno recuperate poi. Roberta, che avrà ascoltato questa storia molte volte, lo sollecita spesso, ricordandogli aneddoti, situazioni e le sue “birichinate”.

Giovanni Schirru (photo courtesy by Giuseppe Sansonna)

Mio padre Enrico, detto Riccardo, era sardo, del 1898, aveva fatto la guerra del ’15-’18, volontario a diciassette anni nella Brigata Sassari. Finita la guerra – decorato con la croce di ferro, la medaglia di bronzo, dal re in persona in piazza di Siena! – mio padre non è più tornato in Sardegna, ma è venuto a Roma e si è arruolato nella retroguardia. Fu poi impiegato dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, come guardia penitenziaria, era brigadiere, guardie carcerarie le chiamavano.          
Mia madre Innocente Testi, detta Angela, era toscana di Castell’azzara, un paesino in provincia di Grosseto vicino al Monte Amiata. Mia madre era venuta, perché mia nonna – che non ho conosciuto – dopo il terzo marito che le era morto si era trasferita a Roma e aveva aperto un’osteria a Monte Mario e abitava in Prati, mia madre ci raccontava. E in quell’osteria mia madre ha conosciuto mio padre. E si sono sposati.
Abitavamo alla Regola, il quartiere, in via di San Paolo alla Regola 8, alle spalle del Palazzo di Giustizia in via Arenula. Eravamo al confine con il ghetto, il quartiere degli ebrei. Vedevamo tante cose… quegli ebrei, i bambini nascosti, oppure famiglie che in cantina avevano tenuto qualcuno… però non si poteva parlare… Pensi, allora quando era ora di pranzo bisognava scendere di casa per prendere l’acqua fresca alla fontanella, il nasone [la tipica fontanella pubblica romana]. Davanti a me c’erano due bambini, ebrei. Io c’avevo sei sette anni, e uno diceva all’altro, Ma tu madre ha dato l’oro ai tedeschi? E l’altro gli fa il segno col braccio [fa il gesto dell’ombrello], Tie’, mi madre l’ha nascosto! Io so’ andato su a casa e l’ho raccontato a mia madre. Mia madre mi ha dato uno schiaffo… che non mi aveva mai dato. Tu non hai visto e non hai sentito niente!!!
Interviene Roberta che ricorda che la zia, la sorella maggiore di suo padre, raccontava che a un certo punto le sue compagne di classe, ebree, non erano più in classe.
Ci hanno diviso prima. I miei fratelli, che andavano a scuola al Portico d’Ottavia, so’ stati mandati via e so’ andati in un’altra scuola, la Gioberti, in corso Vittorio Emanuele. E gli ebrei non li vedemmo più. Il ghetto ormai era chiuso.

Mio padre in uno dei carceri si ammalò di TBC ed è morto nel ’47, in aprile. Così noi siamo stati riconosciuti, con la morte per cause di servizio, come orfani di guerra. E con la morte di mio padre è venuto lo sconquasso, in famiglia. Mio fratello grande che faceva il liceo ha dovuto smettere, mia sorella che faceva le magistrali ha smesso. Mia madre non lavorava, perché co’ sette figli… e così mia madre è dovuta anda’ a lavorare. Non aveva un titolo di studio e il primo lavoro che gli hanno trovato, faceva le pulizie in una banca privata vicino piazza di Spagna. Il Ministero di Grazia e Giustizia l’ha poi assunta mandandola come guardiana alle Mantellate, il carcere femminile di Roma. Però mia madre non era capace… lì ci voleva un carattere diverso. Allora poi l’hanno trasferita in un’altra sezione del Ministero. Mia madre c’ha mandato avanti da sola, la giacca del più grande passava al più piccolo… Capito?

Le donne del Red Barnet accompagnano i bambini al treno (Fonte: ImmigrantMuseet.dk)

La partenza
Si dice che eravamo mille bambini in partenza da Roma, mi ricordo, dicevano che ne partivano anche da Milano. Era quasi il mio compleanno, che è il 24 giugno [quindi probabilmente Giovanni Schirru faceva parte del secondo scaglione, la settimana successiva al primo del 12 giugno].
Siamo partiti, io di nove anni e mio fratello di sette anni e mezzo, Schirru Giovanni e Schirru Alessandro. Ricordo vagamente che fu fatto un sorteggio per i bambini da far partire, quindi evidentemente le richieste erano tante. Non so come ci sia arrivato a questo sorteggio, eravamo orfani di guerra. Questa estrazione o sorteggio, sembra che sia avvenuto in un grande salone, non so se fosse della Croce Rossa, in via Gregoriana, vicino Trinità dei Monti [in via Gregoriana 12 aveva sede, infatti, l’Ente nazionale dei commercianti per l’istruzione degli orfani di guerra, istituito nel 1919, che curava l’anagrafe di tutti gli orfani di guerra riconosciuti]
Eravamo tanti tanti tanti, lì. Mia madre ci teneva per mano, me e mio fratello Alessandro. Siamo partiti dieci giorni dopo quell’estrazione, al massimo un mese circa.
Per bagaglio avevamo due sacchi. Mio zio era tornato dalla prigionia in America e aveva un sacco grande così [con la mano a mezz’aria indica l’altezza] di tela blu, quello dei marinai, e da quel sacco grande mia madre c’ha fatto due sacchi, per me e per mio fratello, col cordone bianco, con su scritto Schirru, Schirru Giovanni e Schirru Alessandro. Era il nostro bagaglio, perché le valigie, zaini, borsoni, chi li aveva?
Quando salimmo sul treno ci sistemammo negli scompartimenti, in otto per scompartimento, poi tutti affacciati, tutt’e otto affacciati al finestrino.
Intorno però era un pianto generale, dei ragazzini che partivano e dei genitori sotto, e dei fratelli che rimanevano. Lì alla stazione Termini era un pianto totale.
Sul treno eravamo accompagnati da crocerossine italiane e le crocerossine dicevano a ognuno: Non piangere, lassù si sta bene… Le dico francamente però, che per noi due c’era una mancanza, se sentiva la mancanza di papà. Noi non piangevamo però, per noi era come un’avventura, il treno, il ciuff ciuff [ride].
Questo viaggio era un sogno… andare in un Paese lontano… già il viaggio in treno! già il viaggio in treno!

In viaggio
In viaggio eravamo ben controllati dalle crocerossine che quasi ci chiamavano per nome. Nello scompartimento si dormiva quattro in basso e quattro in alto, nei cestelli. Che poi… bonanotte! chi dormiva! ci raccontavamo tutta la notte un sacco di cose: Tu chi sei, da dove vieni…
Il viaggio è stato lungo, lunghissimo anzi, in Italia, poi in Svizzera e poi in Germania. Quello che a noi rimase impresso era che la Svizzera era tutta un fiore, tutto un fiore. Entrati in Germania era un altro mondo. In Germania a un certo punto il treno si è fermato, ci hanno fatto scendere tutti, non si proseguiva. Ricordo vagamente che eravamo a Francoforte. C’hanno fatto stare fermi un giorno o due perché c’erano lavori in corso, tutte le rovine intorno… E c’hanno fatto dormire in un grande salone interrato con brandine di tela e legno, quelle che si aprivano, quelle militari probabilmente.
A Lubeck, a Lubecca, durante la notte avvenne il cambio delle crocerossine, abbiamo trovato le crocerossine danesi [che sostituivano quelle italiane che tornavano in patria]. E lì c’è stata un po’ una baraonda, perché durante il viaggio ci eravamo tutti – diciamo così – affezionati alle accompagnatrici italiane. Le crocerossine danesi non le capivamo [in realtà in Danimarca i bambini furono accolti dalle militanti del Red Barnet che pure indossavano una divisa e furono considerate crocerossine]. Loro non parlavano più italiano e noi sentivamo questa lingua strana… [fa dei suoni gutturali, sorridendo]. Da noi… hanno preso pure qualche calcio, da qualche ragazzino… glielo dico subito.
Poi siamo saliti sul traghetto, un vaporetto, per andare a Copenhagen, e con un altoparlante ci hanno avvisato che sul ponte c’erano dei cestelli con delle bottiglie di latte, dovevamo andare là e poi, una volta bevuto dovevamo rimetterle nei cestelli. Noi, talmente che eravamo arrabbiati… il vaporetto lo seguivano i gabbiani… e noi tiravamo le bottigliette in mare… c’era una scia di bottiglie in mare, bottiglie di vetro! Eravamo arrabbiati con le crocerossine danesi, non le capivamo.

La colazione. Ph. Hans Herloff (Fonte web: connaissances.dk)

A Copenhagen
Siamo arrivati al porto di Copenhagen. Lì c’era come una piattaforma dove, in contemporanea, chiamavano da una parte il bambino e dall’altra parte la persona che lo doveva prendere [allarga le braccia come in un abbraccio]. E lì avveniva l’incontro, c’era pure qualcuno che parlava italiano ai bambini, forse dell’ambasciata… non so adesso, non ricordo chi erano.
Chiamavano in ordine alfabetico: hanno chiamato Schirru Alessandro!, mio fratello, e mio fratello è andato e si è avvicinato a due signore, una più anziana e una un po’ più giovane.  Subito dopo hanno chiamato Schirru Giovanni! e sono andato io. Verso di me è venuta una signora, moglie marito e due bambini. Lì abbiamo capito che ci separavamo, perché c’erano stati già due assegnatari, capito? E allora ricordo… questo lo posso dire con sincerità [mette la mano sul cuore], abbiamo pianto, abbiamo pianto, abbiamo fatto un chiasso, perché volevamo stare insieme, stare insieme. Alla fine, borbottando, parlando tra loro, hanno deciso: la signora che prendeva mio fratello c’ha preso tutt’e due. Siamo andati tutt’e due a casa di questa signora.
La signora era una signora anziana, aveva 68 anni, si chiamava Sofie Nielsen e la signora che la accompagnava era la sua governante. Ci hanno accompagnato in una bella villa a Charlottenlund, dicono sia uno dei quartieri più “in” di Copenhagen [la fama di questo quartiere, a nord della capitale danese, affacciato sul Mar Baltico è legata principalmente a Strandvejen, un lungo viale su cui si affacciano le sontuose ville e i magnifici palazzi abitati da numerosi esponenti dell’élite nazionale].
C’era un grande viale… e questa grande casa molto molto grande, una villa nella quale abitavano solo queste due signore, la proprietaria, la governante e un cagnolino. Mi ricordo ancora l’indirizzo: Schimmelmannsvej 43.

La villa in Schimmelmannsvej 43 che ospitava Giovanni Schirru (Google Maps)

Appena arrivati, la prima cosa, c’hanno rivestito, c’hanno messo giacche sfinate, pantaloni all’inglese e calzettoni blu, cosa che era un sogno, camicia celeste e cravatta.
Erano delle persone fantastiche! C’hanno fatto vivere da signori, guardi.
Avevamo tutta per noi una camera grande, i giochi, ci permettevano di tutto. Trovare la mattina sull’appendino la camicetta stirata… [agita le mani unite ridendo]. Noi a casa eravamo nove, quando c’era mio padre, poi in otto, in due camere e mezzo, ‘na cucina grande e ‘no stanzino. Il fratello piccolo, me lo ricordo bene, dormiva nel cassetto alto del comò, era come una culla, diventava una culla, glie se metteva la copertina, era ‘na culla quella.

La signora Sofie ci ha anche fatto chiedere se noi due eravamo abituati ad andare a messa – noi a Roma andavamo all’oratorio – e allora ci mandarono a messa. Loro erano protestanti, però la domenica mattina la governante ci vestiva di tutto punto e ci portava a messa, alla chiesa cattolica [l’unica chiesa cattolica di Charlottenlund è la Sct. Andreas Kirke, a poca distanza dalla villa], perché la signora ci rispettava per quello che eravamo.

La chiesa cattolica Sct. Andreas Kirke (ph. Martin Toft Burchardi Bendtsen)

Ci accontentavano in tutto: una volta la governante ci ha portato al cinema nel centro di Copenhagen e la signora Nielsen ci comprò le racchette del badminton, perché noi in giardino ci giocavamo… perciò, vede, ci ha fatto proprio vivere bene… nostro papà era morto e per noi questi erano sogni! Ricordo bene che per andare al centro prendevamo un bus e un tram, e andavamo a vedere la Sirenetta, tante altre cose. Col tram, una volta, tornando dal centro, io nove anni e mio fratello sette anni e mezzo, eravamo seduti e davanti a noi c’era una coppia che parlava italiano. Io e mio fratello vestiti da danesi stavamo zitti zitti, ascoltavamo. Parlavano male di qualcuno. Quando ci siamo alzati abbiamo detto: Buonasera! A quelli gli è venuto un colpo! Tanto è vero che quando siamo scesi dal tram stavano dietro al finestrino a guardarci così, Ma chi so’ sti due!?

Gli altri ragazzini del vicinato ci dicevano Italiani fascisti! A noi due ce dicevano Voi italiani, fascisti fascisti! Certo, due tre anni prima eravamo nemici. Invece con altri bambini danesi, che abitavano nella villa vicino, uscivamo in strada per giocare, era una strada poco frequentata. Da loro la prima cosa che abbiamo imparato è stata salutare con “favèl favèl” [“farvel” in danese, arrivederci]. E noi favèl favèl dicevamo. E poi, per dire C’ho fame, “spis mea” [“spise mad” in danese, mangiare cibo]. Ci capivamo! Quando c’era qualche minima difficoltà allora veniva un’amica della signora Nielsen, una giornalista che era stata al seguito delle truppe italiane, così mi ricordo… Questa parlava e scriveva benissimo in italiano.

Lo interrompe la figlia Roberta che lo sollecita a raccontare anche le tante marachelle che facevano i due fratellini, puntualmente perdonate dalla signora Nielsen…
Perdonava tutto, la signora. Addirittura una volta… in giardino aveva due alberi di mele, noi due ci salivamo sopra e ci litigavamo, io e mio fratello, e così so’ caduto… Mi so’ risvegliato a letto e la signora, che mi aveva preso subito dopo la caduta, mi ha portato della frutta fresca [ride].
Nel salone c’era un barattolo. Lei ci teneva dei soldini in quel barattolo. Noi di nascosto li prendevamo e ci andavamo a comprare le navette di piombo per fare una flotta, di navi piccole 20 centimetri, in un negozio di giocattoli. Però il giorno dopo ci trovavamo gli altri soldini, dentro il barattolo. Lei non ci faceva niente, e li rimetteva dentro. Era un tacito consenso.

Ogni settimana nella villa venivano per il tè le amiche della signora Sofie e lei era contenta di presentarci. Diceva “Olessandro” “Giobanni” [dice i due nomi in modo caricaturale ricordando la pronuncia danese]. Come se fossimo degli oggetti rari. invece eravamo due oggetti poveri. Lei sentiva di fare qualcosa di bello… Una volta le signore amiche della Nielsen so’ venute nella villa con un libro in cui c’era la fotografia del re Frederik danese col re italiano, il piccolino. E ridevano perché il re danese era alto e l’altro piccolino. Allora sfogliando questo libro a un certo punto c’era un soldato italiano col fucile e la baionetta così [mima un’avanzata] che correva. Io e mio fratello: Nostro padre!! Dicemmo che quello era nostro padre – e non era vero! Perché noi eravamo offesi dal fatto che avevano preso in giro il nostro re che gli arrivava alla spalla. Ma lo sa che questo libro è stato tenuto aperto sul camino nel salone, su di un leggìo, e quando veniva qualcuno la signora diceva: Papà Giobanni, papà Olessandro! Io le dico francamente, di questa famiglia, di queste persone, posso dire solo del bene.

Bambini italiani in partenza dalla stazione centrale di Copenhagen (Fonte web: bt.dk)

Il ritorno a casa
Il giorno del ritorno la signora c’ha accompagnato in stazione… piangeva, piangeva. Perché noi eravamo entrati come in una famiglia, ha capito?
Siamo tornati a Roma che eravamo vestiti… sembravamo dei principini. Di tutto il viaggio ho solo una fotografia, fatta proprio al ritorno, vicino casa, io e mio fratello Sandro in giacca e mio fratello più piccolo, Roberto, che era rimasto a Roma, in mezzo a noi due.


Lì in Danimarca eravamo stati meravigliosamente bene, tanto è vero che la prima mattina dopo che siamo tornati a casa, mamma aveva preparato la colazione, una tazza di latte col pane, e noi le abbiamo detto Ma non c’è il burro? Non c’è la marmellata? Non c’è il pane nero? – perché lì c’avevano il pane scuro su cui spalmare il burro… [ride] Pretendevamo di andare con la giacca: Mamma, la giacca nuova! [agita le braccia insieme verso l’alto come a voler dire “che storie”]. Gli amici della strada nostra ce ridevano, a noi!

Anche Angela Zucconi, nella sua autobiografia, parla del ritorno a casa dei bambini romani:
Li vedremo alla stazione senza valigie, perché le famiglie che li avevano ospitati in questi tre mesi, avevano spedito le valigie cariche di formaggio, di salami e di zucchero, di indumenti e di giocattoli, alla stazione di confine. I bambini, cresciuti tutti dai tre chili di peso, erano perfino abbronzati dal sole: era stata l’estate più calda che abbia avuto la Danimarca dal 1889. La stazione era piena di gente e quando il treno si allontanò, tra la gente che tornava indietro, c’erano tante persone che piangevano. Neanche i bambini erano troppo contenti di partire. Sarebbero voluti andare a casa per una settimana e poi tornare.

1950. Sofie Nielsen a Roma per conoscere la famiglia Schirru
Per dire che persona era questa signora, protestante: nel 1950, l’anno santo, è venuta a Roma con un pellegrinaggio cattolico. È venuta a Roma per venire a trovare noi. E così siamo andati a salutarla con mia madre, io e mio fratello, in un albergo di via di Porta Pinciana. Ricordo benissimo che lei è scesa giù, c’ha preso, ci ha fatto entrare. La cosa che più mi è rimasta impressa è quando poi è venuta a trovarci a casa nostra. Era gioiosa di rivederci, ha abbracciato mia madre. Lei aveva il mio indirizzo perché ci scrivevamo, lei mi aveva scritto che sarebbe venuta a Roma. E mia madre quella volta stava pure male. È venuta col tassì, a trovarci. È stata un paio d’ore con mia madre, forse c’era qualcuno che la accompagnava, per potersi capire, un accompagnatore del viaggio, però non ricordo. Difficilmente lei da sola poteva venire a San Paolo alla Regola, al terzo piano…

A 16 anni Giovanni va in vacanza a Copenhagen
Passarono altri anni. Mio fratello volle dimenticare, io invece le scrivevo, ogni mese, e la signora Sofie mi rispondeva. Scriveva in italiano, facendosi tradurre le lettere dalla sua amica giornalista, quindi le lettere che mi mandava erano tutte in italiano. E siccome sono rimasto in contatto, quando avevo 16 anni [nel 1954] la signora mi ha scritto, chiedendomi: Ti piacerebbe venire qui un’altra volta? E io dico subito sì, ma poi tergiversavo, perché sa’, il passaporto… i timori, a sedici anni… A un certo punto mi è arrivata una busta, dentro c’era il biglietto del treno Roma-Copenhagen Copenhagen-Roma, e poi c’erano addirittura delle carte monete, corone danesi. Perché – diceva – sarà più facile spenderle durante il viaggio in Germania, se vuoi comprare qualcosa.
Pensi che persona… tanto è vero che lei mi è venuta a prendere alla stazione di Copenhagen. Mi ricordo che allora aveva 76 anni, quando tornai a Copenhagen, e da questo ho capito che quando stavamo lì ne aveva 68.
In quella occasione ho conosciuto i suoi figli. Aveva un figlio che aveva una grande cartolibreria al centro di Copenhagen e viveva solo. Un altro figlio era sposato e aveva due figlie, un po’ più piccole di me, ricordo addirittura i nomi: Anne e Ose [Aase, in danese]. Col figlio scapolo sono andato a vedere una partita di calcio, poi una corsa ciclistica, la “Sei giorni” di Copenhagen [tradizionale gara di ciclismo su pista nel Forum della città], e gli italiani che gareggiavano erano Terruzzi [Ferdinando] e Rigoni [Severino], perché io ho seguito sempre il ciclismo. Ricordo che mi portò sul palchetto per vedere da vicino una parte della “sei giorni”.

Di questa famiglia ho un ricordo splendido. Mi aveva fatto dire, dall’amica interprete, se mi sarebbe piaciuto rimanere, definitivamente. L’ha buttata un po’ così… io francamente non ero preparato, peraltro trovai pure una scusa meschina, No… mia madre… non sta bene…
Loro mi volevano offrire questa possibilità, quella di vivere a Copenhagen. Non me l’ha detto lei, eh, me l’ha fatto chiedere dall’interprete che mi disse Chiedono se vuoi rimanere… Non capii se era una richiesta di uno dei figli o proprio della signora Nielsen. Non sapevo da che parte veniva l’idea.

Una storia che somiglia a tante altre
Delle volte quando, adolescente, i miei amici sentivano dire che ero stato in Danimarca, mi sfottevano: ‘a Danimarca? a Macerata sei stato, nelle Marche! – perché era difficile farsi credere.
Oggi è diverso, vediamo tutti questi bambini venuti da Chernobyl, dal Kosovo… sono usciti libri, come quello che ha scritto lei, C’ero anch’io su quel treno… Ma prima chi sapeva di questi viaggi? dell’Unione Donne Italiane… chi conosceva queste cose? Chi conosceva che tutta l’Emilia Romagna si è prodigata per questi bambini? In Italia c’abbiamo questo difetto, tutto silenzio… Tutti questi che hanno fatto del bene ai bambini e le bambine di Chernobyl, se ne è mai sentito parlare? Mia moglie, Carla Cecchi, che ho perso nove anni fa, era di Cattolica e lì abbiamo conosciuto una famiglia bolognese che veniva in vacanza. Avevano ospitato una di quelle bambine, e per tre anni questa bambina venne al mare con loro, sono andati addirittura loro a trovarla, lì dove abitava. Però in Italia di queste cose non si parla.
Io ho letto il suo libro, ho letto le storie, ci sono delle storie come quelle del foggiano, del napoletano, sono delle storie che assomigliano alle mie, ma io sono stato fortunato, perché io ho vissuto da una signora benestante, anzi, ricca. Per la mia esperienza pensavo fosse stato il governo italiano, non più fascista, ma tanto meno comunista, a organizzare questo mio viaggio. Invece lei mi dice che le crocerossine danesi erano dell’organizzazione umanitaria Save the children, quindi il nostro era un po’ simile a quegli altri viaggi… E leggendo i libri ho capito anche che qualcuno è rimasto sul posto dove era stato accolto. Ho letto che qualcuno è tornato a casa e poi non vedeva l’ora di ritornare su. E lo capisco.
Io ho tanti anni e una gran memoria. Ho sempre voluto ricordare tutto, mentre mio fratello nun se ricorda niente. Mio fratello ha voluto dimenticare, tutto. È come uno che ha una paratia stagna e la chiude, nel cervello. Io invece no, io l’ho vissuta e l’ho sempre raccontata… Quello che ho raccontato a lei è la stessa storia che ho raccontato tante volte. Io ho voluto sempre ricordare, non ho mai voluto dimenticare. Delle volte penso, Eravamo felici e non lo sapevamo. Eravamo felici, veramente, e non sapevamo di essere felici.

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NOTE e FONTI
Intervista a Giovanni Schirru e Roberta Schirru, registrata in videocollegamento il 20 settembre 2024.
Angela Zucconi, Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà, Roma, Castelvecchi, 2015, pp. 107-109 (prima ed. L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2000).
Per saperne di più su Angela Zucconi è utile la lettura della nota biografica curata da Vanessa Roghi nel Dizionario Biografico dell’Enciclopedia Treccani.
Giulia Buffardi – per la citazione dei 263 bambini partiti per la Danimarca da Napoli -, Il comitato per la salvezza dei bambini di Napoli 1946-1954, Editori Riuniti, Roma 2016, p. 54.
Il sito della filiale danese di Save the children (Red Barnet) https://redbarnet.dk/ e quello internazionale di Save the children https://www.savethechildren.net/
Le foto di Hans Herloff sono tratte da diversi siti web.
Molte informazioni sono ricavate dal sito web https://danskboernehjaelp1945-50.dk/yderligere-paa-dansk/ (L’aiuto ai bambini danesi 1945-1950), curato dalla giornalista Aase Nørrung, autrice della pubblicazione Reddet af dansk mad og omsor (Salvati dal cibo e dalle cure danesi), Forlaget Ydun, Åbyhøj 2015, che ha raccolto numerose testimonianze di bambini e bambine europei accolti in Danimarca; nel sito si può leggere la testimonianza di Benvenuto Savioli (raccolta da Aase Nørrung), un bambino di Pomezia (originario del Veneto) rimasto a vivere in Danimarca.
Susanne Johansson, Dopo la liberazione: quando i figli della guerra ritrovarono la gioia, in https://www.bt.dk/nyheder/efter-befrielsen-da-krigens-boern-fik-glaeden-tilbage, articolo dal web-magazine “B.T.”.
Silvia D’Onghia, Quando i danesi aiutavano gli italiani. A casa loro (intervista alla testimone Marcella Denegri), in “Il Fatto Quotidiano” 28 maggio 2018, p. 17.