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Testo di Piero Ferrante

Ho finito da una settimana di leggere “Il treno dei bambini”, il “caso editoriale della Fiera di Francoforte”, scritto da Viola Ardone e pubblicato da Einaudi editore.

Per giorni, lo potranno dire bene i librai di Binaria – centro commensale, ho ingaggiato e sostenuto una lotta corpo a corpo con le dua corda di me stesso passando e spassando davanti alla copertina. 
Lo vedevo e l’istinto era forte. 
Tutta quella storia densa, fatta dell’impasto di meridione, tempi andati, malinconia e solidarietà, mi ha sempre attirato. Quella storia minima che rappresenta la Storia grande, una frazione semplice, una soltanto tra tante, che marca la distanza tra la mia parte della barricata, dove ho scelto di stare, e quell’altra, che ho scelto di combattere.

Il corpo a corpo con il libro della Ardone l’ho perso quasi subito. L’ho comprato e ho fatto quel gesto che riservo solo a pochi, pochissimi autori (Domenico Dara, Carmen Pellegrino, Wanda Marasco, Sara Bilotti e pochissimi ancora): ho azzerato tutto il resto per leggerlo sopra a tutto il resto.
Quando lo compio, questo delicato diserbare, è perché mi serve avere l’anima pulita, quasi nuova, arrivare allo stato di grazia e attesa di ricevere che si riserva alle cose belle.
Il treno dei bambini l’ho letto, mi ci sono impuntato, l’ho interrogato mentalmente, l’ho castemato, l’ho giudicato cammino compiendo e riletto interi capitoli daccapo per non avere appunto giudizi.
Ho evitato con la minuzia del collezionista di francobolli, di leggere ogni recensione, post, intervista, commento, finanche il posizionamento nella classifica de La Lettura. 

Io non so dire, oggi, se sia valsa sul serio la pena averlo letto. O se valga la pena oggi rileggerlo.
Resto, di base, del pensiero che di certe cose bisogna parlarne sempre, come un’esigenza, come una necessità, con costanza e disciplina, per evitare che il vello triste dell’oblio ci cali sopra.
Resto però ancora più convinto che quando si prende in carico il racconto di una storia, serva maneggiarla piano, lasciando che ne restino inalterati i fondamenti. 
Va bene il rimescolamento e va bene l’ “ispirarsi a“. Ma quando certe esistenze hanno vicende fatte di strati di carta velina, delicate che ci puoi vedere attraverso, occorre più ancoraggio alla Storia, seppure restituito nella lingua del narratore. 
Per non alterarne la compiutezza e il destino, per esempio.
Per non sfogliarne l’integrità. 
A tratti ho trovato il libro potente. Viola Ardone è riuscita a dare una maschera nuova a una vicenda che, malgrado gli sforzi di tanti, in pochi conoscono. 

Ma quei due nomi, Amerigo e Derna, che ridanno corpo, ridisegnandola quasi abusivamente, alla vicenda umana di Americo Marino e Derna Scandali, ‘cafone’ figlio della malaterra sanseverese lui, compagna anconetana lei, meritavano forse un’attenzione suppletiva.
Loro, e quelle lotte contadine, quel sangue sull’asfalto, quelle istanze di libertà che si sono alzate tra le strade di Capitanata nell’immediato dopoguerra. 
Sono le istanze dei nostri nonni, quelle che la Ardone ha scelto di non raccontare, sbiadendole nel candore innocuo di una vicenda di povertà senza tinte forti.

E allora leggiamolo, Il treno dei bambini, a patto che prima, o almeno un attimo dopo, recuperiamo I treni della felicità, di Giovanni Rinaldi, pubblicato dalla Casa editrice Ediesse, di cui non si capisce perché non sia citato in calce al romanzo di Einaudi. 
Un libro che quest’anno compie dieci anni e di cui, in giro, restano poche decine di copie. 

Lì trovate Americo. 
Lì trovate Derna.
Lì trovate la nostra Storia.

E quella di compagni disposti, loro sì, a ricordarsi di quando hanno dovuto perdere tutto per trovare la dignità.

FONTE: post dalla bacheca personale di Piero Ferrante, 14 ottobre 2019
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=978433752501284&id=100010040050675