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Il viaggio dei “bambini di Gramsci” nel racconto di Vincenza Angius
Testo di Giovanni Rinaldi
Sono davanti allo schermo del mio portatile. Vedo apparire in video Vincenza Angius, che vive in Sardegna, nel Sulcis vicino Carbonia, aiutata per il collegamento dal nipote Diego. Questo incontro l’ho atteso per un anno intero. In tanti anni di ricerca sul campo alla ricerca di testimoni che raccontassero il loro viaggio sui “treni della felicità”, ero riuscito a raccogliere il racconto di una sola testimone sarda, Piera Polo di Ozieri (racconto inserito nel mio “C’ero anch’io su quel treno” Solferino 2021).
Vincenza Angius me l’ha fatta conoscere, casualmente un anno fa, una mia cara amica, Pina Cutolo, che le aveva sentito raccontare della sua infanzia e ci aveva messi in contatto. Avevo poi letto l’intervista raccolta da Giuliano Usai per “l’Unione Sarda”. Vincenza in questo ultimo anno ha avuto pesanti problemi di salute, ma appena ne ha avuto possibilità, lo scorso agosto, mi ha scritto “ora sto un po’ meglio e quando volete sono presente…”
E oggi dal monitor, di getto, comincia a parlarmi:
E allora finalmente siamo qui. Questo cuore mio ha fatto troppi capricci e sono stati mesi duri, in ospedale. È passato un intero anno da quando mi hai chiesto di raccontarti la mia storia. E ho detto: ora mi decido, vedo cosa ne viene fuori. Perché il mio sogno era proprio di fare un libro, ma non sono brava a scrivere. Parlare va bene, ma mi sento in imbarazzo. Più volte i miei cugini mi hanno detto, perché non ti fai scrivere un libro? Un giorno ci provo, un giorno ci provo, gli ho detto.
E a quel giorno ci siamo arrivati.
Mio padre Giuseppe coi suoi fratelli andava a mietere il grano a Maracalagonis e lì ha conosciuto mamma, a mietere il grano, a spigolare. Mia mamma, Maria, spigolava, babbo tagliava e cantava, cantava le canzoni in sardo… e la corteggiava cantando. Mia mamma era più grande di lui di cinque anni. La corteggiava e poi babbo – come suo padre, mio nonno -, era un cavallino [ride]. Quindi, a cose fatte, si presenta a casa di mia nonna materna come fidanzato che voleva sposare la figlia. E mia nonna li ha mandati via, tutti e due! Dice, me lo dici adesso?! Io ho conosciuto mia nonna, Giovanna Cogoni, la mamma di mia mamma, solo quand’è morta, sul letto di morte.
Poi sono nata io e mio padre è andato a fare il casellante a Orroli, poi a Nurri. E alla fine ci siamo trasferiti a Carbonia, perché cercavano minatori.
Era da poco scoppiata la guerra. Lì allora non c’era proprio la guerra, c’erano molti prigionieri, militari che abitavano lì vicino e io mi divertivo a stuzzicare le guardie delle garitte. Andavo da una sentinella e lo stuzzicavo. Gli dicevo in sardo “Poita mi castiasa e non mi chistionasa e aparasa firmu?! perché mi guardi e non mi parli e rimani fermo?” e lui si metteva a ridere. Mi sorrideva e basta perché non poteva parlare, ma io pensavo che non capiva la mia lingua.
A un certo punto mamma, che aveva molta paura, ha deciso di portare me e mia sorella dalla nonna paterna, a Mandas. Ricordo un militare, o forse un carabiniere, che mi ha preso in braccio e siamo corsi a prendere il pullmann per andare a Mandas. E lì ho vissuto i primi anni di guerra, sparavano da una parte all’altra, bombardando proprio lì, nella stazione di Cagliari. Ho vissuto proprio le esperienze di guerra, quando andavamo a nasconderci nei rifugi vicino casa. Babbo invece è rimasto a Carbonia con due miei fratelli, i più grandi. Alla fine della guerra siamo rientrate.
La mia vita è stata un po’ travagliata. Spesso avevo paura di essere picchiata, perché babbo era un manesco. E allora scappavo, scappavo di casa. Un giorno sono entrata senza salutare a casa e c’erano degli amici con babbo e io sono entrata senza salutare e mi ha mandato fuori. Mi ha detto: vai, torna indietro e saluta! Io invece di fare quello sono scappata dentro il forno del pane a nascondermi, perché avevo paura che mi picchiasse. Babbo aveva capito che potevo essere lì e allora a voce alta diceva a mamma: perché non accendi il forno?! [ride] E sono uscita fuori, prima che mettessero fuoco! [ride] Non l’avrebbe messo, no. Però la minaccia era quella. Non avevamo soldi, non avevo vestiti, ai piedi portavo gli zoccoli, perché babbo ci faceva degli zoccoli, li faceva lui stesso gli zoccoli, costruiva di tutto. Era anche un inventore. Vivevamo in una piccola casetta, ma a me piaceva tanto.
È Nadia Spano, dirigente del Pci e militante dell’Udi che ci descrive quegli anni e la vita e le lotte dei minatori di Carbonia e come si sviluppa l’idea di far partire un centinaio di bambine e bambini per affidarli temporaneamente a famiglie ospitali dell’Emilia e del Piemonte:
«Alla fine del 1948, c’era stato a Carbonia un lungo sciopero di minatori: 72 giorni di lotta e di sacrifici. La “lunga agitazione” (come fu chiamata dai minatori) era diretta a evitare la chiusura dei pozzi e il licenziamento degli operai ed era diventata il simbolo della volontà di rinascita dei sardi. I contadini del Campidano, di Cagliari e di Oristano, in uno sforzo ammirevole di solidarietà, offrivano i loro prodotti per permettere agli operai di resistere, ma i minatori in lotta erano circa 15.000 e ogni aiuto, anche se generoso, era una goccia d’acqua nel mare infinito delle esigenze. Sul piazzale di Carbonia, di fronte alla camera del lavoro dove si decideva giorno dopo giorno la prosecuzione dello sciopero, c’era ogni sera una folla immensa: gli operai decisi a non cedere, le donne con il volto chiuso e i denti serrati e tanti bambini scalzi. C’era, soprattutto, implacabile, la fame: una fame che era entrata in ogni casa e aveva spinto gli uomini ad andare per la campagna in cerca di erba da mangiare. (…)
La proposta quindi che pervenne all’inizio del 1949 di inviare un centinaio di bambini a Torino e in Emilia ci riempì, a un tempo, di gioia e di problemi. Quali domande accogliere? Chi scartare e per quali ragioni? I figli dei 15.000 minatori erano tutti concentrati in Carbonia e nelle due principali frazioni: la scelta sarebbe stata fatta sotto gli occhi di tutti. Alla fine riuscimmo a compilare un elenco di 100 tra i casi più disperati. (…) Scegliemmo le compagne che dovevano partire con i bambini, tra le quali Bianca Sotgiu e Peppina Mura».
Vincenza parte per l’Emilia
Ricordo che andavo a mietere il grano, io piccolina [ride], e delle famiglie si erano offerte di ospitare i bambini, i profughi della guerra. Fra questi appunto c’ero anch’io.
Come è stata la partenza? Io felice! Prima di partire sono andata a casa di una donna, una negoziante che vendeva tessuti e abbigliamento – perché a me piaceva andare a scocciare le persone, anche le persone anziane, andavo a scocciarle, gli facevo la spesa… ero così, molto vivace -, e questa signora mi ha detto, davvero Vincenza devi partire? E allora mi ha regalato un giacchino col pellicciotto, perché era inverno ed ero leggera di abbigliamento e mi ha regalato anche un paio di scarpette. Sapendo che partivo.
Il particolare della partenza diciamo che non lo ricordo più di tanto. Ricordo però che andai a salutare i vicini, perché babbo ci aveva insegnato a essere gentili con le persone e quindi secondo me era giusto e doveroso salutare i miei vicini di strada. E ricordo anche che eravamo in tanti dentro questo pullmann che ci portava a Cagliari, a prendere il treno per Olbia. E da lì sono partita, dentro una nave, in una cuccetta. Eravamo tanti, non eravamo pochi. Della nave non ricordo niente, proprio nulla. Eravamo stanchi, eravamo stremati.
Accompagnava i bambini Peppina Mura, delegata dall’UDI per il gruppo destinato all’Emilia: «I bambini erano vivacissimi, sempre in movimento e chiedevano continuamente da mangiare: avevano un appetito… disastroso! Andammo a Olbia, poi la traversata in mare fu buona, il mare non era agitato».
Vincenza arriva a Roma (11 aprile 1949)
Quando siamo scesi dal treno [alla stazione Termini, provenienti da Civitavecchia] ci siamo trovati tra migliaia di bambini, anche della Calabria, e con loro ci siamo uniti nel viaggio verso nord. E ricordo anche, con precisione, che qualcuno mi ha rubato la giacchina, me l’ha portata via. Siamo scesi dal treno, la cercavo e non la trovavo.
Uscì anche una foto sul giornale “l’Unità” [si riferisce forse a una fotografia uscita su “l’Unità” del 12 aprile 1949 a pagina 3; un’altra inquadratura scattata nella stessa occasione è pubblicata su “Noi Donne” del 24 aprile 1949]: c’ero anch’io in questa foto. Mamma l’aveva raccolta questa foto dal giornale, ma è andata persa. Ero nella foto sul giornale e mi vedo con tante bambine intorno a me, che spuntavo col mio viso tra tutte loro. Si vede questo vagone del treno che rimane sulla destra e noi eravamo lì, appena scesi. C’era un trambusto, eravamo in tanti.

I bambini sardi erano sempre accompagnati da Peppina Mura: «Arrivati a Roma fummo assistiti e io andai con i miei bambini verso l’Emilia. Dal treno guardavamo con avidità le campagne così verdi e così diverse dalla Sardegna, i lunghi filari di alberi da frutta e i campi ben coltivati. Tutto per noi era nuovo e bello…».
La cronaca dell’arrivo a Roma dei bambini di Carbonia la scrive con grande partecipazione, su “Noi Donne” del 24 aprile 1949 (“È arrivato un piroscafo carico di…”), Ines Pisoni, una delle più impegnate esponenti dell’UDI e tra le organizzatrici nazionali del viaggio dei bambini sardi:
«Gli sportelli del treno furono aperti ed i bimbi fatti scendere mentre le accompagnatrici – tutte donne dell’UDI, fra cui una mamma che ha lasciato a casa sei dei suoi bambini per accompagnare questi delle altre mamme – ci danno frettolosamente le prime notizie.
Poi, mentre i bambini si dispongono per la fotografia, incomincio a parlare con loro e a guardarli con più attenzione. Quasi tutti hanno occhi neri, grandi, mobilissimi in visi patiti. I vestiti che indossano e il misero fagottino che ognuno si porta dietro, dicono molte delle cose che già sappiamo sulle condizioni di vita delle loro famiglie.
Alla mensa dei ferrovieri, dove consumeranno un pasto caldo prima di proseguire il viaggio, trovo il modo di parlare quasi con tutti. Ecco qui Lisetta Contini. È seduta a tavola e mi sta guardando con due occhietti che mi sembrano troppo tristi in un visetto ovale incorniciato da due trecce nerissime. Mi risponde a monosillabi e controvoglia, ma quando le chiedo se scriverà alla mamma si illumina tutta, fa cenno di sì e, tutto d’un fiato, mi dice che frequenta la prima classe, ma la maestra le fa fare i compiti di seconda. Così immagino una bella lettera per la mamma di Lisetta e mi avvicino a Marisella e Teresa Manna. Sono due sorelle, indossano un grembiule a quadretti bianchi e rosa, portano un paio di zoccoletti di legno a piedi nudi ed hanno in testa un fazzoletto nero che dà risalto al viso abbronzato ed agli ricchi nerissimi. Mi dicono che il babbo e la mamma sono morti e che loro vivono con lo zio e la nonna. Mi dispiace di aver chiesto e cerco nella mia memoria finché trovo qualcosa da raccontare per riportare il sorriso nei loro occhi. (Poco dopo, mentre parlo con altri bimbi, la più piccola delle due sorelle mi si avvicina, mi prende per mano e mi dice: “Vieni anche tu, signorina?” Rispondo di sì e mi dispiace aver mentito).
Ecco qui, dopo tanti occhi nerissimi, due occhi azzurri e dei capelli biondi. Appartengono a Piero Perra di Carbonia. Forse è il più piccolo della comitiva. Risponde subito sorridendo alle mie domande, ma, sul più bello, scappa a lavarsi, perché le accompagnatrici l’han chiamato. Continuo a girare fra i tavoli, parlo con ognuno e ascolto cose tristi e liete, “Quando il babbo non lavora, si mangia l’erba” dice uno, ma poi ride raccontando di un gioco. E l’altro dice che il babbo è in prigione da quando c’è stato lo sciopero e racconta della mamma che al momento della partenza piangeva e gli ha dato le caramelle di menta».
L’arrivo in Emilia Romagna
«Alla stazione fummo accolti dalle donne emiliane – racconta Peppina Mura – che abbracciavano i bambini piangendo e che ci portarono in una sala dove era organizzata una festa. Ero molto commossa e felice di aver vissuto questo momento. Poi i bambini furono consegnati alle famiglie e noi ripartimmo». E Nadia Spano ricorda che, al loro arrivo, «i bambini sardi furono accolti con particolare affetto. Per la generosa Emilia, essi evocavano la terra da cui era venuto Antonio Gramsci e, non solo per distinguerli dagli altri, ma a conferma di questo legame, li chiamavano “i bimbi di Gramsci”».

Vincenza scende a Reggio Emilia
A un certo punto ci siamo trovati in una grande piazza e sono apparse queste tre signore, una signora e due signorine, le figlie. E mi hanno scelto. Mi hanno scelto e mi hanno portato via. Lei era una bidella, la signora Ferretti, Carolina Ferretti, che mi ha adocchiato e mi ha portato via. Prima hanno firmato, hanno fatto quello che dovevano fare. Era notte e quindi devo essermi addormentata. E così mi sono ritrovata in una scuola, perché lei faceva la bidella lì, nella scuola di Bagnolo in Piano. Allora i bidelli abitavano nelle scuole, casa e scuola. Carolina era vedova, il marito era morto in guerra, era stato ucciso lungo le strade di Bagnolo in Piano, durante la guerra [Giacomo Ferretti, nome di battaglia Enzo, partigiano della 77ª Brigata S.A.P. “F.lli Manfredi”, ucciso dai fascisti il 28 ottobre 1944, all’età di 41 anni; Carolina di cognome faceva Cacciani, e non Cacciarru come Vincenza ricorda adattando linguisticamente il cognome].
La prima cosa che ha fatto, Carolina, è farmi fare una doccia. Solo che non c’era la doccia nel suo bagno – nella scuola – e allora mi ha messo dietro la lavagna di una classe, con una bacinella e mentre mi lavava io scrivevo con i gessetti dietro la lavagna. Pasticciavo, ero al primo anno di scuola, forse al secondo; il primo l’avevo perso perché mi ero bruciata le gambe, era esplosa… Poi te lo racconto. Allora pasticciavo dietro la lavagna. Allora sai scrivere, mi ha detto Carolina. E dopo avermi lavato mi ha preparato della roba sua, mutandine, canottierine, aveva già preparato qualcosa. Mi ha rivestita di tutto punto.
Io ero felice, di stare con loro, perché mi coccolavano. A Bagnolo c’ero solo io di bambini ospitati, mi chiamavano la piccola sardignola.

Mi ricordo tutti questi bambini che entravano e uscivano da scuola e infatti andai a scuola lì. Ho anche una foto: nella foto ero con una bambina, perché lì facevano le foto a due a due, non a gruppo. Ricordo che stavo bene facendo l’anno scolastico. Quando era di domenica mi sedevo nella scalinata della scuola e… guardavo i passanti. Allora non era recintata la scuola, ora c’è invece un recinto, ci sono i cancelli adesso per entrare. Guardavo tutti quelli che passavano, qualcuno mi scocciava dicendo ciao bella bambina.
Un giorno avevan comprato dei pulcini. Ricordo che volevo dar da mangiare ai pulcini e ho infilato un pezzo di pane in bocca. È soffocato. Io piangevo, che era morto. Ricordo tutto con tanta precisione. Mi piaceva raccogliere quelle che luccicano di notte, le lucciole! E le mettevo sotto i bicchieri, e quelle morivano!
Non lontano dalla scuola c’era una fattoria e in questa fattoria c’erano le mucche e c’erano dei vasconi grandi pieni di letame, che veniva poi portato nelle terre. Sopra questi vasconi c’erano delle tavole e io ci correvo su, mi piaceva attraversarli. E così prendevo odore in tutti i vestiti e andavo da Carolina che mi rimproverava: non devi andare lì, non devi salire… Ma lì mi piaceva tanto, perché c’era anche un ruscello e mi divertivo a raccogliere le carote. Raccoglievo le carote e le mangiavo. In questa fattoria mi hanno accolto come fossi una di casa. E lì viveva un bambino che si chiamava Franco, ci siamo fidanzati.

Comunque so che a Bagnolo mi hanno viziato e coccolato, mi portavano dappertutto, mi hanno portato a vedere la gara ciclistica, mi hanno portato in altre fattorie dove, con la figlia di Carolina, rotolavamo nella paglia del granaio. Era bello, sono esperienze bellissime. E andavamo sugli alberi a raccogliere le ciliegie, nel periodo delle ciliegie e ricordo che avevo fatto una grande mangiata di ciliegie, perché potevo mangiare quello che volevo, non mi dicevano niente.

Alcune volte andavamo al fiume, non ricordo come si chiamava, [forse il torrente Tassone] a farci il bagno, ci andavamo in bicicletta. Mi poggiavano sul sedile davanti e andavamo dappertutto. Anche a raccogliere le rane… per mangiarle! Un giorno ha cucinato queste rane, Carolina, e io non le volevo mangiare. Io rane non ne mangio, non le voglio! Non ne ho mangiato, anche se hanno insistito. Per punizione mi ha mandato a letto, perché non avevo mangiato le rane. Purtroppo è così.
Carolina scriveva spesso lettere a mia mamma. Mamma le mandò la foto di famiglia [mostra una foto di gruppo, in cui una delle sorelle di Vincenza tiene in mano la foto ricevuta da Bagnolo in cui la si vede davanti a Carolina e le sue figlie]. Penso anche che forse avessero il dovere di comunicare ai miei genitori come stavo e poi c’era un bel rapporto comunque, un bel rapporto. Non ho nessuna di queste lettere, perché non conservavano niente i miei genitori. Mamma buttava via tutto.

I fiori per Togliatti
Solitamente lì in Emilia facevano delle feste, sono comunisti, sfegatati, in quella regione, comunisti, e facevano anche dei carri in queste feste. Una mattina Carolina mi dice, dai Vincenza, sali sul carro! Su questo carro c’era una botte, grandissima, dove mi son seduta io e Carolina. Quando siamo arrivati a Reggio Emilia, dopo tre ore di viaggio, mi ha detto, se vuoi che ti regali questa bambola devi portare un mazzo di fiori a Togliatti [nel maggio del 1949 a Reggio Emilia si tenne una grande manifestazione, particolarmente curata sul piano coreografico per festeggiare la ricostituzione della Federazione Giovanile Comunista – era presente Palmiro Togliatti]. Eh! Io ci tenevo a questa bambola, ci tenevo, perché era alta quanto me. E così sono andata a portare il mazzo di fiori a Togliatti. Non so se esistono fotografie, perché dovrebbero esistere. Quando poi Togliatti è venuto qua a Carbonia, lui ha ricordato questi particolari, però io mi sono vergognata di andare a portare un mazzo di fiori, a Carbonia. Ero bambina, non è che fossi grande, ero bambina. Ero lì perché i miei genitori erano comunisti, sfegatati pure loro.
Quel paese, Bagnolo, mi è rimasto nel cuore.
Il ritorno in Sardegna

Quando siam dovuti tornare a casa, siamo saliti sul treno, siamo scesi a Civitavecchia per prendere la nave e poi da Cagliari abbiamo preso il treno per tornare a Carbonia. Durante il viaggio di ritorno c’era un bambino che correva e andava da un vagone all’altro. Da un vagone all’altro c’era il predellino, c’è stato il risucchio del treno, che l’ha risucchiato e l’ha portato via. Io gridavo, gridavan tutti quanti! È scappato dalla porta, è scappato dalla porta! Sono andati a cercarlo e mancava questo bambino.
Questo incidente drammatico – l’unico che funestò i tanti viaggi in treno di circa 100.000 bambini -, costò la vita al piccolo Giovanni Montecuccu di 8 anni, e lo racconta dettagliatamente Nadia Spano:
«Un bambino era caduto dal treno, non lontano da Orte, ed era morto. La prima notizia mi era giunta la sera avanti, per telefono; i particolari me li avrebbero dati dopo. La compagna emiliana a cui era stato affidato quel bambino, colta da malore, non sarebbe arrivata. Nel corso del viaggio si era accorta del cattivo funzionamento della maniglia di una delle porte del treno, aveva chiamato un ferroviere, l’aveva fatta controllare, poi, per maggiore sicurezza, aveva voluto che fosse chiusa dall’esterno. Nello scompartimento c’era tra gli altri un bambino che tornava a casa allegro, ingrassato, ben vestito, con negli occhi tanti ricordi di quei mesi sereni e nel cuore il calore dell’affetto che lo aveva circondato. La storia era drammatica: il padre e lo zio erano in carcere, colpiti dalla pressione di un governo che credeva di poter stroncare con sistemi polizieschi la lotta e le aspirazioni dei lavoratori; la madre, stanca di miseria, se ne era andata: il bambino era affidato alla nonna che aveva acconsentito volentieri alla partenza del nipotino nella speranza di sottrarlo per un certo periodo ai sacrifici e allo squallore quotidiano.
Ed era stato così, fino al ritorno. Durante il viaggio, per le scosse del treno e per lo stato deplorevole del materiale ferroviario, la portiera a un tratto si era spalancata, il bambino precipitava giù e, quando lo ritrovarono, era già spirato. Toccò a me il compito di portare la notizia al padre, in carcere. Ricordo ancora, come se fosse oggi, l’urlo che accolse le mie parole. il suo viso sconvolto e incredulo, poi il lungo pianto disperato. Ma ricordo anche i successivi incontri con la giovane compagna emiliana, il suo volto tormentato, mai placato. Ci fu un processo per accertare le responsabilità che fu varie volte rinviato, nel tentativo da parte dell’amministrazione ferroviaria di addossarle la grave accusa di negligenza. Non era vero e fu provato largamente; così fu liberata da ogni sospetto ma non riuscì mai a liberarsi completamente dal peso del ricordo».
Vincenza torna a casa
Al termine del viaggio siamo scesi a Carbonia, sono venuti i genitori a prendermi, felici di vedermi nuovamente, anche se qualche parente aveva detto che mi avevano venduto, perché mi avevano mandato lì e i parenti avevano detto, E tu hai dato tua figlia?! No, non mi hanno venduta, assolutamente, ci tenevano a me.
Questo sogno mi è rimasto nel cassetto e desideravo tornarci andare, in Emilia, un desiderio forte. Son rimasta vedova molto giovane, e così sognavo di caricare questa casa e di portarla con me a Reggio Emilia, a Bagnolo in Piano. Il mio sogno era quello. Dicevo, mi piacerebbe volare con questa casetta e andare a Reggio Emilia. Io ne parlavo sempre che volevo andare a Reggio Emilia, ne parlavo sempre.
Mal d’Emilia
Poi gli anni son passati… e… sono andata a Reggio Emilia. Quarant’anni fa circa, avevo 42-43 anni. Lavoravo in ospedale e mentre sollevavo una pentola ho avuto un disturbo alla schiena. Allora un collega mi ha detto, Vincenza perché non vai dal professor [Mario] Campanacci a Bologna? Ti indirizzo io, dove andare, cosa fare, e ti faccio ospitare da una mia amica. E sono andata a Bologna. Un giorno le ho chiesto, ma è lontano da qui Reggio Emilia? No, non è lontano, prendi il treno, scendi a Reggio Emilia e poi da lì – perché le avevo raccontato la mia storia da bambina – prendi il trenino per Bagnolo in Piano. Così ho fatto.

Il 25 aprile di quell’anno lì sono scesa alla stazione di Bagnolo in Piano e sono rimasta incantata, perché io immaginavo questa stazione grandissima – ero bambina quando ci andai la prima volta -, mi sono affacciata davanti a questo cancello e mi sembrava tutto più piccolo di quello che immaginavo – perché le dimensioni mie erano cambiate!
Mi ricordavo tutto, però: quando Carolina mi mandava a comprare il latte, quando andavo a prendere qualche dolcetto…
E mi sono avviata verso il centro, perché vicino alla stazione c’è la chiesa, il Comune, e quel giorno c’era una folla di persone, tante tante persone. Sono andata e ho guardato la lapide che c’è davanti al Comune, una lapide grande, per vedere se tra questi c’era anche Ferretti, il marito di Carolina. E già c’era. Mi dispiace non aver fatto foto, mi dispiace… perché oggi ci sono i telefonini, allora non più di tanto, non facevi le foto. Da questa folla sono andata verso la scuola. Non era più come prima, era tutto recintato e ho pensato, come faccio adesso a trovarla, Carolina? Per fortuna mi ricordavo sempre la passeggiata che facevo per andare alla fattoria, e mi son recata alla fattoria. Ho chiesto agli abitanti che c’erano lì: sto cercando Carolina, Carolina Ferretti che era bidella alle scuole, e visto che le scuole son chiuse mi sa dire dove posso trovarla? E uno mi ha detto, guardi io non le so dire dov’è, però può chiedere qui dietro – c’era una persona molto anziana. E mi sono rivolta a lui. Lui mi ha detto, certo che mi ricordo di Carolina, però non so dirle dove vive, vede quel signore che c’è laggiù, attraversata la strada, vada e glielo saprà dire. Sono andata e lui, sì certo che so dov’è Carolina, la vedi? è in bicicletta, là!
Era lì, davanti a me! E incomincio a correre, ad andarle incontro, Carolina Carolina Carolina!!! Ha puntato la bicicletta, Carolina, ed è corsa ad abbracciarmi, perché si è ricordata di me. Evidentemente il mio viso era quello, si è ricordata di me. E allora felice di avermi incontrato mi ha portato in mezzo alla folla. Si preparavano a prendere il pullmann per fare il giro dei cippi dei caduti in guerra – era il 25 aprile – andando da un punto all’altro del paese, da uno spiazzo all’altro, dove c’erano tutte queste croci che li ricordavano. E lì ha raccontato a tutti chi ero, e tutti si ricordavano di me, bambina. Un signore si è avvicinato a me, ma è vero quello che sta dicendo Carolina? Sì che è vero! Mannaggia, perché non sei rimasta qui che ti avrei sposato! [ride]
Al ritorno da questo giro siamo andati a casa di Carolina. Con lei viveva Anna la figlia, mentre l’altra figlia, Eva, abitava a Novellara. Ci siamo incontrate felici e contente. E mi hanno regalato delle forme di parmigiano [ride], perché io avevo ricordato i tortellini che mangiavo lì, fatti da loro, che non erano come quelli che fanno adesso, tutta un’altra cosa. Questo sapore me lo sono portato appresso negli anni, continuavo a ricordare il sapore dei tortellini e del parmigiano. Altro non abbiamo, mi disse Carolina, peccato, perché non ce l’hai fatto sapere, che venivi? E come facevo a saperlo, non sapevo l’indirizzo.
A distanza di qualche anno mio fratello è andato a vivere a Modena e parlando coi miei nipoti gli ho detto che mi sarebbe piaciuto tornare a Bagnolo in Piano. Ti accompagno io, zia, rispose mia nipote. E siamo riandate. Ho ritrovato Carolina, ho ritrovato Franco [ride], il fidanzatino, era sposato, aveva figli, aveva una moglie [ride ancora]. Mi hanno regalato tanti rocchetti di filo, perché Carolina cuciva, le portavano roba da cucire a casa, e quindi filo ne avevano in abbondanza e me ne hanno regalato un bel po’.
Sono ritornata a casa. Dopo un po’ seppi che era morta Carolina.
Non sono più riandata in Emilia, anche se mia cognata mi aveva proposto di comprare lì una fattoria, dividendola in due per dividere le spese e vivendoci insieme. Ho sbagliato a dirle no, perché il mio sogno era proprio andare lì. Ma non c’era più Carolina! Era una seconda mamma, per me.
È stato bello, è stato bello. Non posso dire di avere dei brutti ricordi di quei mesi, non posso dirlo. Soltanto l’episodio della rana [ride].
A buon incontro! è il saluto di Vincenza al termine del suo racconto.
***
Fonti
Intervista del 7 settembre 2024 in videocollegamento con Vincenza Angius.
Vincenza Angius nel maggio 2023 fu intervistata da Giuliano Usai che scrisse, per “l’Unione Sarda”, l’articolo Il mio viaggio sul treno della felicità.
Ringrazio Mirco Carrattieri e Cecilia Anceschi per la loro collaborazione in loco a Bagnolo, che ha permesso di rintracciare anche un nipote di Carolina Cacciani Ferretti, Giacomo Denti, che ha potuto così mettersi in contatto con Vincenza Angius.
Le testimonianze di Nadia Spano e Peppina Mura sono tratte da Cari bambini vi aspettiamo con gioia… Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra, a cura di Angiola Minella, Nadia Spano, Ferdinando Terranova, Teti Editore, Milano 1980, pp. 126-129; il racconto di Nadia Spano è riportato anche nel suo successivo libro, Mabrúk. Ricordi di un’inguaribile ottimista, AM&D Edizioni, Cagliari 2005.
Parte del reportage di Ines Pisoni è tratto da È in arrivo un piroscafo carico di…, in “Noi Donne” n. 17 del 24 aprile 1949, p. 7.
La fotografia del gruppo di bambini alla stazione di Roma è tratta da “Noi Donne” del 24 aprile 1949; una seconda fotografia la si trova su “l’Unità” del 12 aprile 1949.
Le altre due fotografie dall’Archivio UDI di Reggio Emilia inserite in questo articolo sono state tratte dal video Taccuini di viaggio e di speranza realizzato da Vittoria Tola, Rosangela Pesenti e Ilaria Scalmani (2023).