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ITALIANI BRAVA GENTE
I figli della rivolta del Sud «adottati» dal Nord

Migliaia di bambini, i cui genitori erano stati arrestati dopo le occupazioni delle terre pugliesi del ’50, furono accolti da famiglie contadine della Romagna. E scoprirono un altro Paese. Una storia che riaffiora in un libro

di GIULIANO ALUFFI

NELL’ITALIA FREDDA e impaurita di oggi è difficile immaginare un gesto così corale e straordinario: decine di migliaia di famiglie, tra il 1946 e il 1952, aprirono le loro case ad una marea di bambini sfortunati. Quella che l’antropologo Giovanni Rinaldi riporta ne I treni della felicità (Ediesse, pp. 200, euro 10), è la preziosa testimonianza di un incontro irripetibile tra l’Italia più povera e quella benedetta da un relativo benessere.

Rinaldi parte dalla rivolta dei braccianti di San Severo: sfruttati dai latifondisti fino all’esasperazione, scesero in piazza il 23 marzo 1950 al grido di «Pane e lavoro», in un contesto pugliese già avvelenato dagli eccidi di San Ferdinando e Torremaggiore. «La gente si era stancata di questa miseria» racconta Americo Marino, uno dei testimoni del libro «c’era la fame, nelle case non c’era igiene, tutto era in una stanza unica: un tavolo al centro, il gabinetto che non era gabinetto, i nostri vicini che avevano addirittura il cavallo dentro casa».

E così i braccianti presero i loro carretti per vendere la frutta e fecero le barricate. Dopo una giornata di scontri con la polizia del ministro Scelba, con molti feriti e una vittima, la rivolta fu sedata dall’esercito con i carri armati. 180 manifestanti furono arrestati con l’accusa di insurrezione armata. Le condanne? Pesanti: due anni di carcere. Chi avrebbe avuto cura dei loro figli durante la prigionia? La sinistra rispose all’appello. Già dal 1945 era attivo in Italia un movimento nazionale nato a Milano per iniziativa della dirigente comunista Teresa Noce, dei partigiani Gruppi di difesa delle donne e della nascente Udi. Furono proprio le donne ad organizzare l’operazione dei treni della felicità, ossia il trasferimento di migliaia di bambini, tra i quali i settanta figli della rivolta di San Severo, nelle case delle famiglie aderenti alla rete dei Comitati di solidarietà democratica che li avrebbero ospitati per periodi che vanno da qualche mese a un paio d’anni.

Non si trattò, se non in rari casi, di adozioni o affidi in senso stretto: fu una sorta di «colonia» più lunga del consueto, e le istituzioni assecondarono questo flusso (le scuole, in particolare, mostrarono duttilità nell’aprire le classi ai bambini forestieri). I treni erano lenti, scomodi, con i sedili in legno. Portarono i bimbi verso una salvezza possibile ma misteriosa, affidata al sentimento imperscrutabile di genti lontane e sconosciute.

«Questi bambini hanno fatto gli immigranti da soli, senza nemmeno avere accanto i genitori. Certo, i volontari li hanno aiutati, accompagnati e coccolati» spiega Giovanni Rinaldi. «Alla partenza, in stazione, a tutti i bambini veniva data una bandierina tricolore. In molte città i piccoli ospiti trovarono la banda che suonava. Gli attivisti della Camera del Lavoro e dell’Udi volevano che i bambini capissero subito che quello che stavano facendo era una cosa bella». Bisognava vincere qualche apprensione di troppo, alimentata dalla Chiesa e dalla Dc, che diffidavano dell’iniziativa solidaristica dei comunisti. «Durante uno di questi viaggi, quando il treno arrivò di notte a Lugo di Romagna» racconta Rinaldi «i bambini sentirono per la prima volta le donne che li accoglievano parlare in dialetto romagnolo. Pensarono che fosse russo e si spaventarono a tal punto che si fece fatica a convincerli a scendere dal treno».

Renzo Morelli, che ospitò a Lugo una bambina, ricorda: «I parroci dicevano: “In Romagna i bimbi se li mangiano al forno”». Lorica, moglie di Renzo, aggiunge: «I primi giorni i bambini scappavano, quando accendevo il forno per cuocere il pane, perché avevano paura». Appena arrivati in Emilia Romagna, Marche e Toscana, i ragazzini vennero ripuliti da capo a piedi. «Prima di tutto li abbiamo portati alle vasche dei bagni pubblici» ricorda Derna Scandali, partigiana e sindacalista: «Questi bambini non avevano mai visto la vasca da bagno. Prima non volevano entrare. Una volta entrati non volevano più uscire. Gridavano “ecco lu mare!“».

Il cambio di prospettiva, il rendersi conto che la vita può essere diversa e appagante, fu un toccasana. Così racconta un altro testimone del libro, Dante Verrone, oggi scomparso: «Al mattino ci facevano trovare la brioche, il caffè, anche quello d’orzo. Già il fatto di mangiare a mezzogiorno la pastasciutta e la sera la minestra per noi era una cosa strana. A San Severo si mangiava sì e no una volta al giorno, chi aveva le scarpe era fortunato. Là a Ravenna, invece, ci avevano comprato le scarpe, pantaloncini, magliette, cose che non avevamo mai visto. Noi tornammo a casa, non dico pretendendo le cose che avevamo a Ravenna o in altri posti, ma dicevamo: “Ma là si mangia tre volte al giorno…” Al che qualche mamma diceva: “‘Sti ragazzi ce li hanno viziati!”».

Americo Marino, uno dei sanseverini ospiti ad Ancona, racconta: «Quando mi sono svegliato mi hanno offerto un gelato con la panna. “Ti piace il gelato?” Sai che gli ho risposto? “Assemigghia a recotte“, assomiglia alla ricotta. “Cosa ti piace di più da mangiare?”, mi chiesero, e io: “I ffogghje“, le foglie (le verdure selvatiche), risposi».

Le novità erano due: il cibo e il tempo liberato dalla fatica. Racconta Erminia Tancredi, sanseverina che decise di restare ad Ancona: «Quando mia madre veniva a trovarmi, vedeva la gente passeggiare in centro e diceva: “Chissà dove vanno?”». «Una donna del Sud faticava a concepire che esistesse del tempo libero» commenta Rinaldi. Così come Erminia, anche Americo chiese di rimanere nella famiglia ospite, e la famiglia naturale acconsentì, trasformando l’ospitalità in vera e propria adozione. Ma quasi tutti gli altri tornarono nelle famiglie d’origine, portandosi addosso un briciolo di speranza in più.

Cosa resta oggi di tutto questo? Nostalgie e legami indissolubili. «Di tutte le persone che ho incontrato per il libro, non ce n’è una che abbia perso i contatti col suo ospite» racconta Rinaldi «hanno mantenuto i contatti, perfino i figli di ospiti e ospitati». Liberi da ogni rotaia fisica, i treni della felicità corrono ancora.

(“ilvenerdì di Repubblica”, 25 settembre 2009)