Tag

, , , , , , , , , , , ,

C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia      
Giovanni Rinaldi              
Milano, Solferino, 2021, pp. 320

Floriana Galluccio*

Quando mi è stato chiesto dalla Rivista** di recensire il volume di Giovanni Rinaldi, studioso di storia orale e antropologo documentarista, devo confessare che non conoscevo affatto la vicenda storica narrata nel libro. Si tratta di una storia nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, guerra che ha seminato morte e distruzione, con decine di milioni di vittime. Guerra, quella vera che lascia annichiliti, annientati dal dolore, dalla fame, dalla disperazione, dove i bambini pagano sempre il prezzo più alto, con traumi che restano indelebili, spesso per un’intera vita. Siamo all’inizio del secondo dopoguerra, tra l’autunno del 1945 e il 1952. Un’iniziativa di grande solidarietà promossa dal PCI, dalle organizzazioni della sinistra, ma soprattutto dalle donne dell’UDI, prende corpo nella prospettiva di offrire un trasferimento temporaneo a bambini e bambine che versavano in condizioni di estrema povertà – provenienti in origine da centri del nord Italia, come Milano e, successivamente, soprattutto dalle regioni meridionali maggiormente devastate dalla guerra e dalla repressione fascista. Non poche famiglie di piccoli centri, città medie o capoluoghi in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Liguria, Piemonte si erano rese disponibili per dare loro ospitalità.            
«Questo movimento era nato a Milano dalla fantasia e dalla passione di Teresa Noce, una dirigente comunista che, dopo aver combattuto in Spagna con le Brigate internazionali» (p. 26) rientra in Italia in seguito alla Liberazione e, vedendo una gran quantità di bambini poverissimi nella Milano colpita dalla guerra, sente l’esigenza di intervenire dando una risposta politica concreta. Con tale consapevolezza «Teresa Noce invia le militanti dell’Udi (Unione donne italiane) a chiedere ai compagni di Reggio Emilia di ospitarne un certo numero per l’inverno successivo. La risposta che ricevono va al di là di ogni loro legittima speranza. All’ipotesi di ospitalità richiesta per poche decine di loro e che i dirigenti lombardi pensavano la sola prevedibile, Reggio Emilia risponde con una prima offerta di accoglienza per duemila bambini milanesi, seguita immediatamente da altre città emiliane» (p. 27). Dai vertici del partito comunista provenivano indicazioni per sostenere unicamente i figli e le figlie dei compagni e non quelli delle numerose famiglie povere dai vari orientamenti politici. Ciò nonostante, il coraggio, l’intraprendenza, la generosità – principalmente delle donne della nascente Udi che in quell’occasione collaborano con i Gruppi di difesa delle donne nati durante la lotta partigiana – consentono loro di realizzare un’operazione su larga scala, frutto di un’attiva ricerca che permette di ottenere il supporto delle istituzioni lombarde e di privati cittadini, del Comitato di Liberazione Nazionale regionale, della Croce Rossa e in particolare delle Ferrovie dello Stato.
Parte così il primo «treno della felicità». Un’efficace definizione coniata qualche tempo dopo dal sindaco di Modena, Alfeo Corassori, per il discorso di commiato dai bambini che si separavano dalle famiglie e da quelle terre da cui erano stati ospitati, per tornare alle loro famiglie di origine. Corassori, nel pronunciarla, intendeva sottolineare il valore della felicità provata da quei bimbi per aver conosciuto «nuovi affetti e sentimenti che avrebbero permesso loro di guardare il mondo con altri occhi, con meno paure e timori per il futuro». Non per caso, Giovanni Rinaldi ha scelto come titolo del suo precedente libro I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie (Ediesse, 2009).
Sui treni coordinati dalle donne dell’Udi negli anni hanno viaggiato oltre settantamila bambini, figli di braccianti precari e sottoproletari meridionali che sono stati accolti – per alcuni mesi, e solo in qualche caso per uno o due anni al massimo – da famiglie di lavoratori del Centro-Nord, operai, artigiani, contadini, mezzadri. Dopo la prima partenza dei bimbi milanesi, infatti, anche con il sostegno di Giovanni Amendola e del gruppo comunista operante nel Mezzogiorno, vennero predisposti altri treni, in partenza da Cassino e da Napoli, fortemente distrutte dai bombardamenti tedeschi, e poi da Roma, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Sardegna. Si organizzarono convogli ferroviari anche da piccoli centri, come San Severo in provincia di Foggia, dove una drammatica rivolta popolare (scoppiata il 23 marzo 1950) era stata soffocata con la forza delle armi per ordine del ministro Scelba, sulla scìa della prima strage di Portella della Ginestra e come tristemente accadrà – in particolare in quel decennio – per le successive proteste popolari che hanno costellato la storia dell’Italia repubblicana.
A salutare i bambini «alla partenza e all’arrivo, c’erano le bande musicali di ferrovieri e tranvieri, i sindaci con le intere giunte comunali, i militanti e le militanti dei comitati di accoglienza che provvedevano alla collocazione dei bambini presso le famiglie che si erano offerte di ospitarli. In molti casi, all’arrivo nelle nuove famiglie, i bambini meridionali rimanevano scioccati, perché trovavano agi e comodità a loro sconosciuti, scoprivano una società in molti casi vicina ideologicamente alle loro famiglie di origine ma lontanissima come tenore di vita. L’incontro tra queste due Italie e il confronto tra queste due culture, legate dagli stessi ideali politici e di solidarietà, ma sotto certi aspetti distanti anni luce tra loro, sembrava realizzare una seconda riunificazione nazionale dopo la tragica esperienza del fascismo» (p. 30). I piccoli, giunti nelle famiglie che li ospitavano, inizialmente erano particolarmente timorosi e silenziosi, ma poco a poco diventavano meno diffidenti, rassicurati dalla calorosa accoglienza ricevuta. In tutte le storie riportate nel testo, dopo un po’ si scopriva il motivo della loro paura: i sacerdoti dei centri da cui i piccoli provenivano avevano inculcato alle famiglie l’idea che: «i comunisti mangiano i bambini, …gli tagliano le mani, li uccidono e li mangiano al forno». Riaffiora e si diffonde, ancora in questa occasione, la retorica dell’ideologia anti- comunista, con un’asserzione diventata oggi un luogo comune mordace e ironico, sostenuta allora in modo preminente dalla Chiesa cattolica.

Il testo, per molti versi, è quasi un romanzo realista, sorretto da una straordinaria narrazione che sorprende e cattura, tanto da spingere con sollecitudine a giungere alla fine della lettura, ma al tempo stesso è un saggio, frutto di una lunga e attenta ricerca documentaria, che segue con rigore i metodi più avvertiti della storia orale, della microstoria, dell’ascolto partecipato. Del resto, i primi passi della ricerca risalgono a circa vent’anni fa, quando l’autore era impegnato nella ricostruzione delle vicende accadute ai braccianti del Tavoliere delle Puglie nel dopoguerra e della figura di Giuseppe Di Vittorio, originario di quelle terre, divenuto un noto sindacalista e politico antifascista, alla cui memoria Rinaldi ha dedicato il Progetto Casa Di Vittorio, da lui fondato e diretto.                
Grazie all’ascolto delicato di Giovanni Rinaldi, seguendo la voce dei protagonisti che ha rintracciato e intervistato tramite un lavoro paziente durato anni, vengono riportate alla luce e si snodano davanti ai nostri occhi le storie di vita di Aldo, Severino, Ada e Teresa, Dante, Americo, Erminia, partiti da piccoli su quei treni verso situazioni a loro ignote. Queste narrazioni compongono la prima sezione del volume, suddiviso in tre parti, la cui seconda sezione raccoglie i ricordi delle famiglie solidali che avevano offerto loro accoglienza. E i ricordi di Ida e Irma, Giovanni, Rosa e Giancarlo, Elvira ci fanno ritrovare i piccoli Umberto, Rosanna, Mario, Franco, Benedetto, Antonio e Angelo, Pasquale. Alcuni, come i primi tre, sono poi rimasti a vivere nei luoghi dove erano stati accolti, mentre solo Franco fin quasi a oggi ha continuato a fare la spola tra le due famiglie. Nella terza parte, infine, vengono ricostruite le “storie spezzate” di Pedruza, Vincenzo, Annamaria, Paolo e suo fratello, che si intrecciano con gli avvenimenti rievocati da Carla, Roberto, Gennaro e Simone, le cui testimonianze restituiscono i vissuti delle famiglie ospitanti. L’impegno politico e sociale, la passione civile che in quell’arco di anni hanno permesso di realizzare l’accoglienza dei bambini viene raccontata nel testo con una prospettiva in cui i ricordi di alcuni degli allora bambini sembrano dialogare con quelli di coloro che hanno aperto le proprie case con grande disponibilità. Sono i racconti di chi ancora oggi è sopravvissuto e desidera ritrovare le persone significative di quell’esperienza, per esprimere la riconoscenza e l’affetto condiviso: radici di un legame indissolubile tra coloro che l’hanno vissuta. L’inesausta ricerca dell’autore non solo ha il pregio di aver restituito ai vari protagonisti – ora divenuti anziani o in qualche caso scomparsi – tranche de vie relegate dal tempo in un angolo silente eppure sempre vivido nella loro memoria. Ma uno dei molti meriti di Rinaldi, innanzitutto, è averci restituito il valore di una solidarietà dimenticata, un tempo frequente e presente, oltre ad aver fatto venire alla luce uno spaccato sociale dell’Italia che cercava di riemergere dalle ferite laceranti inflitte dalla seconda guerra mondiale, dove le fratture tra Nord e Sud sembravano stemperarsi. In un paese che nel decennio successivo a quel secondo dopoguerra è stato travolto dal boom consumistico, per cui hanno iniziato a prevalere i sentimenti sociali dell’egoismo, della competitività, le logiche del profitto predatorio. Un paese che oggi appare rassegnato e troppo spesso indifferente.

Quanta distanza culturale dall’esperienza ricostruita da Rinaldi, che ci racconta di un’Italia in cui la povertà era tangibile, ma la solidarietà – che non era solo solidarietà di classe – e la coesione sociale erano valori fondativi, espressione di un mondo contadino in parte già inurbato che si sentiva ancora comunità. Una condizione storica e una realtà in cui l’appartenenza sociale e gli ideali politici erano collante dello stare insieme, per superare i dolori della guerra e le difficoltà ad adattarsi a un mondo che cominciava rapidamente a cambiare.
Mi sono chiesta perché questo evento storico, dal grande spessore etico e politico, sia stato sostanzialmente rimosso. «Ci sono interi pezzi della storia dell’Italia che gli italiani non conoscono, e sono i pezzi migliori, della solidarietà, dell’amicizia, del sacrificio e li abbiamo buttati nel dimenticatoio» (Miriam Mafai, cit. in Rinaldi 2021, p. 31). Ho scoperto, infatti, di non essere l’unica a ignorare questa storia caduta sostanzialmente nell’oblio della memoria collettiva del nostro paese.       
Una vicenda importante, che neppure i manuali di storia italiana riportano, né i libri sulla resistenza o di storia delle donne, se non in qualche raro caso al centro di un contenzioso legale condotto dallo stesso Rinaldi per il plagio della sua precedente opera. Nel PCI e nei partiti di sinistra come fra gli intellettuali organici – in massima parte uomini – autori di gran parte delle ricostruzioni storiche di quel periodo, il maschilismo era dominante, per cui il dubbio è che un’esperienza in cui il ruolo delle donne è stato decisivo sarà stata considerata una “questione di donne”, una manifestazione della sensibilità femminile, dallo scarso valore politico. Così, l’intera vicenda è stata relegata nell’ombra della memoria storica. Ai nostri occhi, invece, l’attività delle protagoniste assume una valenza politica straordinaria. Quelle donne che erano sensibili alla sofferenza dei più deboli e ai disagi sociali, che erano state partigiane o erano attive nei partiti, nell’organizzare i viaggi dei bambini su quei treni hanno risposto come solo le donne sanno fare: operando in modo concreto per costruire, nel presente, spazi di speranza e di futuro.

La Rivista**

Alla fine di questa mia lettura, nel ripercorre le principali suggestioni che il bel libro di Giovanni Rinaldi suscita, ci si potrebbe chiedere perché mai in una Rivista geografica si decida di ospitare la recensione di un libro che racconta una storia legata agli eventi post-bellici della seconda guerra mondiale. I motivi sono molti. Innanzitutto, il Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia da tempo è una rivista aperta al dibattito pubblico, come al confronto interdisciplinare. Inoltre, il libro mette in luce i divari territoriali tra Nord e Sud, che ci appaiono in tutta la loro dirompente durezza, e sollecita la nostra distratta attenzione su una questione meridionale mai sopita, ormai incancrenita. Dopo molti decenni, in un contesto storico e sociale certamente mutato, tale divario si è addirittura aggravato, mentre i fenomeni di egoismo territoriale si accrescono e assumono le forme delle rivendicazioni regionaliste dell’autonomia differenziata.               
Quando ho ricevuto la richiesta di recensire questo libro non era ancora scoppiata la guerra devastante e ancora in corso tra Russia e Ucraina. Nuova guerra nel cuore dell’Europa, dopo oltre settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Quella guerra che aveva posto il dilemma dello scontro nucleare quale limite invalicabile all’eventuale scoppio di nuovi conflitti mondiali. Guerra che la nostra distaccata memoria di europei aveva relegato a un tempo storico lontano, tornata invece tragicamente attuale.       
Non che in questi settant’anni le guerre non abbiano sconquassato molte aree del mondo, anzi. Sono in atto o ci sono state quasi senza soluzione di continuità guerre imperialiste, esportate dalle maggiori potenze egemoni in paesi “subalterni” per lo più distanti dai loro territori, in cui si sono giocati i rapporti di forze che hanno orientato le geostrategie nei diversi scacchieri internazionali, plasmando gli eventi politici ed economici dalla seconda metà del Novecento a oggi.        
Il fantasma minaccioso di un terzo conflitto mondiale nucleare aleggia nuovamente, con minori freni ideologici rispetto agli anni della guerra fredda, nei quali si era delineato un paradossale equilibrio bipolare tra i blocchi contrapposti. Ma la terza guerra mondiale per alcuni versi da un po’ è già in atto, come ha sostenuto Papa Francesco, combattuta dai principali attori geopolitici in modo frammentato in diverse aree del pianeta, per interposte nazioni. Purtroppo, l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina sta assumendo i contorni di una terza guerra mondiale per procura, tesa a ridefinire i nuovi ordini e disordini del mondo del XXI secolo. Anche il terrore della distruzione di gran parte della Terra e dell’umanità, in seguito al rischio dell’uso di armi nucleari, comincia a non apparire più un potente deterrente. E si sta insinuando in modo strisciante nelle nostre menti. Del resto, lo sappiamo: solo quello che è possibile pensare può prendere forma e diventare reale…         
Nei tempi bui che stiamo vivendo, le straordinarie storie raccolte da Giovanni Rinaldi in questo saggio coinvolgente ci insegnano tanto. Ci fanno ritrovare la ricchezza della solidarietà umana e politica, che nasce nella povertà materiale più acuta, lo spessore di una società civile che si impegna a ricostruire una vita democratica dalle macerie di una delle guerre più tragiche. Dovremmo leggerlo anche solo per rammentare che questa esperienza di grande umanità è stata parte viva della nostra storia e interrogarci sul perché non possiamo più ricordare.

  • *Floriana Galluccio
    Full Professor of Human Geography – Department of Human and Social Sciences – University of Naples “L’Orientale”
    [DOI: 10.13133/2784-9643/18053]
  • **Semestrale di Studi e Ricerche di GEOGRAFIA, XXXIV, Fascicolo 1, gennaio-giugno 2022, pp. 139-143 (“Lo scaffale” a cura di Sandra Leonardi)
  • Si ringrazia la direzione del Semestrale di Studi e Ricerche di GEOGRAFIA per aver concesso la pubblicazione dell’articolo in questo blog.
    LINK alla fonte di prima pubblicazione; link al pdf originale.